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POETHREE. UNA TRIADE DI NUOVI POETI ITALIANI

2
21 Jul 2012
Andrea Garbin,Fabio Barcellandi,infrarealisti,Luca Artioli,Poesia,Roberto Bolaño,underground
by G.A.




di Giovanni Agnoloni

Che cos’è la poesia underground? Come la musica e tutta la cultura underground, lo dice la parola, è un fenomeno “sotterraneo”. Viene allora da chiedersi: rispetto a che cosa? Certamente rispetto alla cultura accademica, ma anche alla produzione più strettamente “commerciale”. Ma, soprattutto, viscerale, di pancia, d’impatto. Dunque, ancora una volta, sotto, o meglio dentro.

da farapoesia.blogspot.com

Leggendo i versi di Luca Artioli, Fabio Barcellandi e Andrea Garbin raccolti nella silloge POETHREE. New Italian Voices, edita da THAUMA, mi sono venuti in mente i poeti realvisceralisti de I detective selvaggi di Roberto Bolaño, specchio di quel movimento di avanguardia che fu l’infrarealismo messicano degli anni 70′. Queste valenze dilanianti e dissacranti sono ben evidenziati dall’introduzione del poeta irlandese Dave Lordan. Poi si passa alle poesie, tutte disponibili sia in italiano, sia in inglese. E qui vengono fuori le valenze emotive, i grumi/succhi di emozioni proposti da questi autori. E troviamo evocazioni di luoghi e atmosfere, mescolate a frammenti di memoria, come in Cartagena di Luca Artioli.

L’amore silenzioso
che sei, che posso darti,
è un bruciare di cera, dove
le stagioni a poco
a poco si annottano
di altri letti, come un segreto
da trattenere, quasi fosse un rito
o un debito dovuto alla poesia, che
nella pausa della fiamma
si acquartiera qui, a Cartagena:
un porto senza tempo, dove
colme si fanno le distanze e lucida
lucida è sempre la percezione della tua
prossima fuga.

Si passa poi all’essenzialità sospesa tra lo haiku e il koan di quel “Cecco Angiolieri postmoderno” che è Fabio Barcellandi, come in Bene o male:

Il male
non desidera il tuo
male
desidera che
s[t]ia male
come lui

il bene
desidera il tuo
bene
non desidera che tu
s[t]ia bene
come lui

Poi c’è come una pausa, il soffio di un respiro, e si passa all’andante intimo dei versi di Andrea Garbin, percorsi da fremiti d’inquietudine e da archeologie di suoni e altre percezioni, coniugati in sinestesie spiazzanti, come in Un pendolo:

È come il culo del silenzio
quel rintocco che odo ogni ora
a troncarmi il sono
un temporaneo istante di follia
che si muove prepotente
tra un sogno e l’altro
una spina che punge la notte
la costante percezione
dello sfinimento
quando il silenzio interrotto muore
e il botto infrange la quiete
io mi rattrappisco
lascio che l’udito mi avvolga
indicibile tormento
lascio che mi avvolga
disteso nel dolce giaciglio
osservo il lucido ottone
cercare silenzi
e ogni volta che ne trova uno
il suo grido si sviluppa
a torcermi il ventre.

Tre stili diversi, ma ben raccolti in una silloge che, come una sinfonia, comprende tre movimenti dall’anima affine, pur nella diversità di forme. Come a rivendicare una misura classica anche in ciò che, per sua natura, aspira a porsi all’avanguardia.


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2 Comments
  1. Fabio Barcellandi at 20:52 Reply
    I ringraziamenti non si sprecano, mai, semmai si spargono, ovunque le tue parole siano arrivate, Giovanni: GRAZIE, per la tua parola "viscerale, di pancia, d’impatto." ad accompagnare, amalgamandosi, la diversità di stili raccolti in questa silloge. Non potevamo augurarci una lettura migliore! Fabio
  2. Giovanni Agnoloni at 23:26 Reply
    Grazie a te e a voi tutti, Fabio. Mi avete dati spunti importanti. Spero che avremo presto occasione di conoscerci. Un caro saluto. Giovanni

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