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LE POSATE E IL GALATEO: LA FORCHETTA

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08 Apr 2012
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by N.P.




di Alberto Presutti

Cominciamo col chiederci dove e quando nacquero le posate che tutt’oggi usiamo a tavola.

Partiamo dalla forchetta che arriva in tavola dopo il cucchiaio e il coltello, ma ha una storia più ricca di aneddoti degli altri due. Per il Galateo, la forchetta deve essere situata a tavola alla sinistra del commensale con i rebbi all’insù, in numero massimo di tre, a scalare, ricomprendendo quella per il pesce che di rebbi, però, ne conta solamente tre.

Con la forchettina che troviamo orizzontale, dinanzi ai piatti, col manico rivolto verso sinistra, il nostro padrone di casa o il catering, ci vuol comunicare che in un pasto sarà servito un dolce “duro”, come una crostata, per esempio.

La forchetta e il Galateo

La forchetta deve essere impugnata non a mo’ di penna, o con moto leggero, in quanto è predisposta per infilzare e, quindi, occorre afferrarla con energia seppur sempre mista ad eleganza.

I dati storici ci informano che la forchetta parrebbe fosse stata già in uso presso i Romani, ma nel modello come lo conosciamo noi, adesso, cioè strumento a più denti per infilzare il cibo solido, la sua nascita risale, con certezza, all’alto Medioevo alla corte di Bisanzio. San Pier Damiani (1007-1072), racconta, infatti, di una principessa bizantina, che giunta a Venezia, non toccava il cibo con le mani come era uso del Tempo, preferendo usare una piccola forchetta personale bi-dente, ritenuta, però, al tempo, una raffinatezza davvero scandalosa in mano ad una donna.

L’affermazione dell’uso della forchetta come simbolo di Galateo, si verificò nel ‘500, ad opera della popolazione cittadina borghese e mercantile, mentre le corti continuarono a respingerla perché richiedeva abilità manuali nel suo uso ed esponeva a brutte figure nel mangiare. Grazie agli spaghetti – allora detti vermicelli – la forchetta riuscì finalmente a legittimarsi come posata indispensabile a tavola, ma siamo alla metà del ‘700. Solo la forchetta era in grado di agevolare la presa dei “fili di pasta“, tanto che il Gran Ciambellano di Re Ferdinando IV di Borbone, decise di aumentare a quattro, i rebbi della posata.


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