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MARLEY, DOCUMENTARIO SULLA LEGGENDA DEL REGGAE

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27 Jun 2012
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by F.G.




di Francesco Gori

Evento unico, proiettato nelle sale italiane nella sola giornata di martedì 26 giugno, Marley è il documentario che racconta la leggenda del reggae Bob Marley. Per chi non ha avuto modo di vederlo al cinema, il consiglio è di procurarselo e guardarlo in casa propria, succhiandone ogni singolo secondo. Come Bob faceva con la vita.

Bob Marley (da wikipedia)

Sì, perché chi non conosce nei minimi dettagli la biografia del cantante, con questa visione può rendersi conto di cosa è stato Bob Marley: per la musica, per la gente, per la Giamaica, per l’Africa, per la pace, per un’infinità di cose. Sui volti di tutte le persone che nel documentario narrano della sua straordinaria esistenza – moglie, amante, amici, componenti del gruppo The Wailers, politici e tanti altri – c’è il ricordo di una persona unica, amata in ogni suo lato, anche quelli più discutibili.

La ricostruzione della vita del genio fatta da Kevin Macdonald è commovente. Fin dalle prime immagini. Si racconta la nascita di Marley (1945) a Nine Mile, villaggio giamaicano dove le condizioni di vita erano dure: sveglia all’alba, lavoro nei campi, pochi soldi e tanta fame. Quella che il piccolo mulatto, figlio di padre bianco e mamma di colore – sangue misto che gli creerà non pochi problemi -, soffre prima di andare a letto. La musica è la soluzione per sopravvivere: e allora ecco costruire dai suoi amanti, tamburi con pelle di vacca e banjos con i fili della luce.

Durante l’adolescenza, la famiglia si trasferisce a Kingston, in cerca di miglior vita, ma nel sobborgo di Trenchtown, dove la sofferenza è ad ogni angolo e la musica, ancora una volta, l’unica via d’uscita per Bob. Comincia prima da solista, poi vari gruppi, fino a quello decisivo: The Wailers.  Nel mezzo anche la sospirata indipendenza della Giamaica dal Regno Unito, nel 1962. Nel 1964 il primo singolo Simmer Down è un successo che lancia la band. Ma le condizioni economiche sono ancora difficili e dopo il matrimonio con la giovane Rita, Marley segue la madre emigrata negli Stati Uniti. Una rapida parentesi dalla quale capisce che la vita “incasellata” non fa per lui, torna in Giamaica e, con i suoi dreadlocks, sposa la filosofia di vita rastafariana e del suo Messia nero Ras Tafari-Hailé Selassié e spicca il volo nel firmamento musicale con il suo reggae, discendente dallo ska. La fama emigra dalla terra natìa in Europa, e molto più tardi anche in America. Robert Nesta Marley è ormai una star, anche con lo scioglimento dei The Wailers, e la sua figura pubblica “deve” fare i conti con i conflitti politici del suo paese. Scampa ad un attentato per un concerto che in clima di elezioni non si deve fare. E invece eccolo lì, Bob Marley, sommerso dalla folla oceanica, a cantare di pace e amore (e capace – tempo dopo – di portare sul palco i leader delle opposte fazioni). Di quella rivoluzione interiore di qui si fa portatore. Poi eccolo in Zimbabwe, a proprie spese, ad omaggiare la libertà ritrovata dal popolo africano.

Kevin Macdonald gira un’orgia di interviste vere quanto a sentimenti, seppur a volte fin troppo omeriche, che ci confermano che Bob Marley era il simbolo della vita. A volte fuori dalla righe per la sua poligamia dalla quale sono nati undici figli – ma lui, dice confessandosi in prima persona, aveva le “sue” regole”, lontane dal modo di pensare occidentale -, per il suo costante uso di marijuana, per il suo umano egoismo – confermato dalle “sue” donne -, per le sue ambizioni (voleva conquistare ogni mercato discografico), ma sempre al centro dell’esistenza. A renderle omaggio, come solo i grandi sanno fare.

Le immagini dalla Giamaica e dall’Africa, le foto dei suoi capelli rasta, del suo fisico forte e del suo sguardo dolce e duro allo stesso tempo, le tutine aderenti giallo-verdi, i fiumi di folla e quel costante grondare – che simboleggia chi, in onore alla vita, sudava ogni giorno – sono un’emozione continua per lo spettatore. Lontano da ogni attaccamento economico e morale, il re del reggae si dava, mettendo la musica e gli altri in primo piano. La biografia trasmette tutto questo. E poi, quante altre star, all’apice della carriera, ormai sature di notorietà e soldi, avrebbero continuato in un cammino così “impegnato”, come fece Bob Marley?

Lo animava la fede nella religione Rastafari (da qui il termine della famosa “acconciatura”), la sua potente spiritualità, i suoi ideali di libertà e rivoluzione. Tutti concetti che ritroviamo nelle sue canzoni dal ritmo inconfondibile e dal tempo rivoluzionario, dove basso e batteria – rispettivamente il cuore e la spina dorsale di tale musica - prendono il sopravvento sulla chitarra. Il reggae è battito cardiaco, ci ricorda l’eccentrico Chris Blackwell. No Woman, No Cry, Get Up stand Up, Redemption Song, l’album Exodus e la sua One Love sono i motivi più conosciuti, densi di fatti e vicende personali e sociali di quegli anni.

La sua fine ci ricorda quanto fosse centrato sugli altri, più che su se stesso, e quanto amasse “vivere”, con una gioia straripante: piuttosto che amputarsi l’alluce malato che gli impediva di giocare a pallone, sua grande passione, preferì rischiare. Con qualche accorgimento in più, forse sarebbe ancora qui. Ma come sempre, la morte prematura rende immortali. E così ha fatto con Rastaman.

Parla di lui ciò che ha rappresentato per la gente: la speranza di potercela fare, anche partendo dal ghetto, la concreta dimostrazione che vivere “a pieno” – come ha fatto Bob Marley, icona indelebile - è possibile.


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2 Comments
  1. Nicola Pucci at 10:34 Reply
    Bob Mallo (come simpaticamente lo chiamava il "terruncello" Abatantuono)...una leggenda per me, è grazie a lui che ho scoperto la musica leggera nel 1980 con l'immensa "could you be loved"...
  2. Francesco at 15:24 Reply
    Bellissima "Could you be loved"...

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