di Simone Provenzano
Jung e il nazismo ?
In settimana mi sono imbattuto in una discussione interessante. Quella che riguarda i legami tra C.G. Jung e il nazismo.
Iniziamo con un piccolo riassunto storiografico: il nostro Carl Gustav nasce nel 1875 e quindi si ritrova sessantenne in piena espansione nazista. Jung aveva impiegato letteralmente una vita per affermare se stesso e il suo pensiero, e sicuramente non era un tipo modesto e timido che rifuggiva la fama e la notorietà. Siamo intorno al 1930 quando gli viene proposta la presidenza di una importante associazione di psicoterapeuti tedeschi.
Ed è qui che comincia la confusione.
Questa associazione nasce filonazista e cresce con questo timbro, quindi il buon Jung non poteva non sapere a cosa stava aderendo.
Quindi Jung, sotto sotto, è stato nazista?
La risposta a parer mio è no.
Consideriamo che la sua presidenza durò 9 anni, cioè fino al 1939, anno in cui si dimise troncando ogni legame con la Germania ed il nazismo.
Consideriamo che noi siamo abituati a guardarci indietro, a vedere la storia quando ormai è del tutto compiuta. Carl non poteva sapere i livelli di pazzia che Hitler e il suo regime avrebbero raggiunto.
In “Jung parla” (bel libro che raccoglie tutte le interviste e gli interventi pubblici di Jung) viene riportata un’ intervista, in cui il nostro indagatore dell’inconscio si rammaricava di non aver capito, se non a posteriori, il senso di molti sogni propri, ed altrui, che indicavano proprio l’imbarbarimento dei tempi e l’avvento del nazismo per come lo abbiamo conosciuto noi.
Altro fatto interessante è l’accanimento del nazismo nei confronti del professore svizzero. Dal momento in cui Jung lascia l’incarico, le sue opere diventano un tabù per il regime di Hitler, e vengono raccolte e bruciate tutte nei famosi, quanto deplorevoli, roghi di libri nazisti. Addirittura arriva a temere per la propria vita, percependo quello che è l’odio del regime tedesco nei propri confronti.
Ma allora perché Jung viene, ancora oggi, avvicinato al nazionalsocialismo?
Io mi sono fatto la mia idea e mi permetto di condividerla qua con voi.
Provate a leggere gli scritti antropologici dello psicanalista svizzero e vi renderete subito conto dell’ enorme distanza tra la terminologia politicamente corretta dei nostri tempi, ed il vocabolario a disposizione nei primi decenni del novecento.
In molti libri di Jung ritroviamo spesso termini come razza ariana e razza giudaica, piuttosto che l’appellativo “negro” e così via…
Ma si tratta solo di un vocabolario diverso dal nostro. Chiunque abbia approfondito un minimo le opere e gli scritti del vecchio professore capisce che tutte queste parole non sono mai usate in senso dispregiativo, ma solo a scopo descrittivo.
Se siete interessati vi propongo un po’ di approfondimenti: in “Jung parla”, a pagina 253 (Adelphi Ed.) viene riportata una bella intervista (1948) di Carol Baumann al professore, dove egli stesso fuga ogni dubbio raccontando la propria verità.
Altrimenti provate a leggervi “Ricordi, sogni, riflessioni” di Jung, che è una specie di biografia introspettiva e cercate di carpire quali sono le sue ideologie. Le scoprirete ben distanti da Adolf e la sua cricca.
Ma se non siete ancora convinti dovrete affrontare una grande sfida. La lettura di quel contorto capolavoro che è “Il Libro Rosso” di Jung. Questo libro non era destinato alla pubblicazione. Questo tomo è la raccolta del percorso di vita di Jung. Dentro ci troviamo tutte le sue paure e le sue speranze, scritte solo per i propri occhi, senza i filtri della divulgazione. Ebbene, proprio in questo voluminoso libro, traspare meglio che altrove la distanza degli ideali nazisti dal pensiero della psicologia del profondo e del suo fondatore.
Ma, insomma, questo è solo il mio pensiero, niente di più. Ammetto che ci sono molti concetti nelle teorizzazioni dello psicanalista che possono essere travisati o mal interpretati o usati per dimostrare quel che si vuole.
Ma paragonare il pensiero di Jung con quello nazionalsocialista è come paragonare Nonna Papera alla Nestlé: entrambi fanno dolci, ma i risultati e gli obiettivi sono radicalmente, mostruosamente diversi.
P.S.
Scrivo questo post perché chiamato in causa da Giovanni, un mio amico, in una discussione nata su facebook. Sperando di non essere stato né troppo prolisso né troppo di parte, essendo io, junghiano per natura!


Sono d’accordo con te, Simone. La profondità del pensiero di Jung e la presa di distanze dal folle e criminale regime hitleriano sono di per sé una garanzia di non condivisione di quegli atroci schemi di pensiero. Del resto, le equivalenze grossolane “a destra”, chissà perché, sono pane quotidiano anche nella critica (peraltro, solo italiana) di un autore che è il mio grande maestro letterario, J.R.R. Tolkien, per decenni accostato al pensiero di destra, nonostante avesse aspramente criticato Hitler – come del resto Stalin.
Tema simile, ma ancora più delicato è quello dell’innegabile antisemitismo di tanti artisti e pensatori dell’Ottocento. Ci sono scritti che letti oggi sono vergognosi e raccapriccianti, ma appunto perché le leggiamo dalla prospettiva del dopo Olocausto.
In effetti bisogna fare attenzione. Le dittature s’impadroniscono dei personaggi della cultura per piegarli ai loro voleri con la stessa violenza che usano nell’amministrare uno Stato. Tipico è il caso di Wagner (che tanto piaceva ad Hitler) considerato padre putativo del Nazismo. L’antisemitismo pregresso al Nazismo poi non può consentire retroattivamente di chiamare nazisti coloro che condividevano l’avversione per gli Ebrei perchè allora dovremmo dire che la Chiesa cattolica è anch’essa protonazista per il fatto di avere per secoli soffiato sul fuoco dell’antisemitismo. Diverso e più articolato invece il discorso sul comportamento del Vaticano durante il regime nazista, a mio parere troppo accondiscendente per non dire colpevole (ma la questione storica è ancora aperta). Tolkien di destra invece è una delle sciocchezze italiane (credo che Giovanni potrà confermarlo). Tolkien piace a quelli di destra? E allora?
Sì, la questione di Tolkien di destra è semplicemente assurda e filologicamente nonché storicamente infondata (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2076). Troppo spesso, è vero, nella storia ci sono state manipolazioni revisioniste in sensi i più diversi. Anche il ruolo della chiesa in tempo di guerra ha presentato delle ambiguità, benché sembri che il Vaticano abbia salvato anche numerosi ebrei, e gliene va dato atto.
Intervengo solo per chiarire un passo del mio post: Giovanni ha ragione, ci sono esempi mirabili di aiuti agli Ebrei non solo da parte di prelati, ma anche da personalità del Vaticano; il problema fu l’atteggiamento ufficiale della Chiesa che, data l’efferatezza inaudita del regime nazista, avrebbe richiesto altri atteggiamenti. Ovviamente a ciò occorre fare la tara rispettando chi quei tempi ha vissuto ed affrontato in prima persona senza essere comodamente seduto nel salotto di una democrazia, per quanto sgangherata, quale è la nostra.
Eh sì, le ambiguità ci sono state, come in tanti altri momenti della storia della Chiesa. Mi chiedo soltanto se una condanna esplicita del nazismo, peraltro sacrosanta, non avrebbe fatto infuriare i tedeschi a tal punto da spingerli a fare ben più massacri di quanti non ne abbiano già fatti. Insomma, una gatta da pelare simile a quella della bomba di Hiroshima vs guerra a oltranza con il Giappone, di cui s’è parlato tempo fa…
Sicuramente la visione di Jung è alquanto distante sia dal nazismo che d’altronde dalle posizioni della sinistra moderna e vecchia.
Insomma, dichiamo che Jung era un personaggio di destra, di quella destra conservatrice e neotradizionalista ma con accenni rivoluzionari e che come tanti altre personalità aventi un pensiero tutto sommato simile(Hesse,Junger,Heidegger ecc) decise di parteggiare inizialmente per il nazionalsocialismo per poi venirne deluso
Quindi Jung usava l’espressione “razza ariana” ma non il termine “negro”? strano, ma è è quello che c’è scritto in questo articolo.