PROKOFIEV, COMPOSITORE CELEBRE EPPURE SCONOSCIUTO

di Nicola Pucci

Disserterò di Prokofiev evidenziando il paradosso che avvolge la figura, celebre, del compositore russo: tutti conoscono Sergej, pochi ricordano la sua opera. A meno che … non tracciamo una liaison con la musica contemporanea ed ascoltiamo attentamente “Liutenant Kijé“. Ma di questo parlerò nelle ultime righe.

Sergej Sergeevič Prokofiev – http://media.npr.org

Partiamo dall’inizio. Sergej Sergeevič Prokofiev venne alla luce il 23 aprile 1891 da una famiglia agiata, padre ingegnere agrario e madre appassionata pianista dilettante. Fu proprio la donna ad iniziare il figlio al pianoforte, talento precoce ed istintivo che il piccolo Sergej rivelò fin dai primi accenni. Compiuti i tredici anni venne ammesso al Conservatorio di San Pietroburgo dove affinò lo studio musicale sotto l’osservazione di autorevoli insegnanti, Rimskij-Korsakov e Anatolij Liadov tra gli altri che lo avviarono alla grande musica russa. Enfant prodige originale e creativo ma pure adolescente arrogante e presuntuoso, iniziò a comporre ogni genere di musica ed eccellerà in ognuno di essi per tutto l’arco della sua vita: sinfonie, concerti per pianoforte, violino e violoncello, sonate, opere, quartetti, balletti, musica da film … solo la musica sacra non potrà gloriarsi del suo impegno di artista prodigioso ed eclettico.

La “Toccata Op.11 in do maggiore per pianoforte” rivela il manifesto stilistico di Prokofiev, percussionistico e antiromantico, mentre tra il 1911 e il 1912 compone il “1°concerto per pianoforte“, dalla costruzione ciclica, che si sviluppa su un tempo solo, molto originale per il modello formale e per gli accostamenti timbrici ed in cui si avverte, sensibilmente, il bisogno della melodia – cosa inconsueta per un compositore del Novecento -, esigenza che accompagnerà Prokofiev per tutta la carriera.

Viene a mancare il padre, in questi anni, e con lui la garanzia del sostegno economico. Ma l’artista è già noto e l’attività prosegue alacremente con il “2°concerto per pianoforte”, apprezzato tra i più belli in assoluto dalla critica, e con le meravigliose “Visioni fuggitive” per pianoforte, brevi pezzi di grande intensità espressiva. La Rivoluzione incombe con i suoi focolari di violenza e repressione e per Sergej è tempo di trasferirsi nella regione del Caucaso, laddove può continuare a dedicarsi alla musica. Il periodo è prolifico di composizioni di avanguardia, tra cui “il giocatore” di evidente ispirazione dostoevskijana, il 1°concerto per violino” e la 1°sinfonia, la “Classica”, in stile neoclassicista, scritta quasi per gioco “alla maniera di Joseph Haydn”, spontanea e gioiosa. Avanguardia sì ma con un occhio sempre rivolto al classicismo del ‘700, atteggiamento che Prokofiev non abbandonerà mai sulla falsariga di quanto avveniva anche in pittura – De Chirico ne è l’esempio più concreto -, e in poesia.

Locandina “concerti per pianoforte” – http://boxset.ru

Nel 1918 Sergej opta per l’estero e decide di avventurarsi in tournée negli Stati Uniti. Il debutto è previsto per il 20 novembre, a New York, ed il successo come solista è immediato. Il periodo americano produce realizzazioni importanti, non tutte però accolte con grande favore dal pubblico. E’ il caso dell’opera “L’amore delle tre melarance”, eppure brillante, ritmica, allegra, di grande poesia, che suscita tiepidi consensi a Chicago per poi venir clamorosamente bocciata a New York. L’“Ouverture su temi ebraici” invece è apprezzata e rimarrà uno dei suoi successi più popolari, così come il “3°concerto per pianoforte, forse il suo vertice creativo, che inizia a prendere corpo.

Proprio “L’amore delle tre melarance” merita di essere annoverata forse come l’opera più straordinaria di Prokofiev, in cui non sono tanto le arie composte a coinvolgere lo spettatore ma le danze, i cortei e la famosa “marcia“, che verrà riadattata da Rostropovitch per una bellissima trascrizione per violoncello. Cosa che avviene puntualmente in Europa, dove Prokofiev torna dopo gli alti e bassi americani. Si trasferisce a Parigi, probabilmente più pronta ad accoglierlo, a differenza del pubblico americano che non apprezzò fino in fondo il suo stile innovativo. Qui avvia una collaborazione con Djaghilev che gli commissiona tre balletti, tra cui “Il buffone“, soggetto tratto da una fiaba di Afanasiev, composizione clownesca e dal ritmo incalzante, frenetico, oserei dire quasi indiavolato. La musica è interessante ma non piace al pubblico parigino, forse più attratto da Stravinskij. Ecco un altro paradosso della parabola musicale di Prokofiev, fu forse troppo innovativo per gli americani, non abbastanza invece per i francesi.

Il figliol prodigo” e “Il passo d’acciaio” sono gli altri due balletti prodotti, ma l’accoglienza è fredda così come per l’opera “L’angelo di fuoco“. Come suo costume non disperde quanto destinato al teatro ma riconverte queste tre scritture in sinfonie che il pubblico invece saprà applaudire. E’ il caso della “3°sinfonia”, nata dalla rielaborazione de “L’angelo di fuoco”, visionaria, barbarica e tra le più eseguite. Compone anche il “4°concerto per pianoforte”, elegante ed equilibrato, scritto per la mano sinistra e dedicato al pianista Paul Wittgenstein, mutilato in guerra, che si rifiuterà di eseguire destinandolo all’oblio fino al 1956.

Tra successi e incomprensioni, mosso dalla nostalgia per il proprio paese, sopportando sempre peggio l’esilio a spasso per l’Europa, Prokofiev decide di tornare in Russia, attratto dalle seducenti prospettive millantate da Stalin e convinto dal successo trionfale riscosso in patria dalle sue opere. L’illusione di un futuro migliore, ovvio, sarà di breve durata. Nel 1936 rientra quindi in Russia e diventa a tutti gli effetti cittadino sovietico. Inizialmente trattato con riguardo per il suo status di celebre musicista, utilizzato come campione della propaganda, tanto da “meritarsi” un appartamenento confortevole, una macchina e una dacia, non può sottrarsi all’isolamento a cui il regime condannerà la musica ufficiale, privandola delle influenze straniere e conformandola al cosidetto “realismo socialista”, ovvero musica semplice che esalti il nuovo corso socialista.

Una delle prime opere scritte dopo il rientro è la musica per un film che non verrà mai realizzato. “Liutenant Kijé”, ve l’avevo accennato in  apertura di post, è ironica, gioiosa, a volte sarcastica, attinge al folklore russo ed è tanto contemporanea e moderna che Sting la riutilizzerà 50 anni dopo per la sua famosissima “Russians”, che scalò le classifiche a metà anni Ottanta. Pur nell’esigenza di una maggior semplicità stilistica, meno d’avanguardia che in passato, Prokofiev non rinuncerà alle dissonanze e alle sovrapposizioni politonali, al ritmo e alla costruzione circolare di tante sue opere, agli accostamenti timbrici inconsueti, al passaggio da un tema all’altro senza transizioni, non aderendo semmai alla dodecafonia. Avvia una proficua collaborazione con Eizenstejn, inarrivabile regista e sceneggiatore, per cui scrive le musiche di due film diventati celebri, “Alexsandr Nevskij” e “Ivan il Terribile”.

Locandina di “Romeo e Giulietta” – http://3.bp.blogspot.com

Il regime si fa sempre più opprimente, dopo la sottoscrizione del patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione con la Germania a Prokofiev è negata la possibilità di lasciare il paese e non potrà essere al riparo da critiche e persecuzioni. Nel 1948 la sua musica è dichiarata troppo cosmopolita e formalista, incomprensibile al popolo e quindi inutile. La prima moglie, Lina, conosce l’orrore del gulag accusata di spionaggio; Sergej deve invece fare i conti con la salute precaria ma nonostante le costrizioni e le difficoltà imposte dalla combriccola di manigoldi staliniani al potere continua a comporre capolavori assoluti. Tra tutte la celeberrima musica per bambini Pierino e il lupo, l’espressione più felice del punto d’incontro fra le esigenze di un ritorno alla semplicità di Prokofiev e la politica culturale del regime; il balletto “Romeo e Giulietta”, dall’impareggiabile fascino e la cui Danza dei cavalieri è stata utilizzata per la pubblicità di “Egoiste”; le opere liriche “Guerra e pace” e “Il matrimonio in convento” – di quest’ultima l’ex-moglie Lina sarà ospite d’onore per la prima rappresentazione nel 1982 al Maggio Musicale Fiorentino -; le sinfonie 5, 6 e 7, tra le più amate ed eseguite la prima, enigmatiche ma altrettanto notevoli le altre due; le cosiddette sonate di guerra 6, 7 e 8, cavallo di battaglia dei pianisti russi; le due composizioni per violoncello scritte per l’amico Rostropovitch.

Sergej Prokofiev rende l’anima a Dio il 5 marzo 1953, paradosso dei paradossi proprio lo stesso giorno di Stalin. La sua morte venne taciuta per alcuni giorni per non oscurare il cordoglio nazionale per il decesso del padre di tutte le Russie … ma circola voce che tutti i musicanti che quel giorno versarono lacrime destinassero il loro lamento funebre al grande compositore e non certo all’assassino che giacque idolatrato e compianto nella Sala delle Colonne al Cremlino. Prokofiev lascia in eredità una musica immortale, l’altro, il baffuto georgiano, beh … lasciamo stare … il palcoscenico spetta a Sergej.

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