8 SETTEMBRE 1943, SIMBOLO TRAGICO DI UN PAESE DIVISO

di Emiliano Morozzi

Sono all’incirca le otto di sera dell’8 settembre 1943 quando ai microfoni dell’Eiar, la voce del maresciallo Badoglio annuncia quella che sembra essere la fine di un incubo. Le forze militari italiane, di fronte alla soverchiante potenza delle armate angloamericane, hanno chiesto ed hanno ottenuto l’armistizio. Tutti i reparti dovranno cessare le ostilità nei confronti degli antichi nemici, e le truppe italiane potranno reagire di fronte ad eventuali altri attacchi. Una formula ambigua, un maldestro tentativo di evitare la reazione tedesca, nell’ingenua convinzione che la Wehrmacht avrebbe tranquillamente lasciato arrivare le truppe alleate fino ai confini del Reich in Tirolo. Di fronte a queste direttive, molti soldati pensarono che la guerra fosse finita, disertarono in massa e fecero ritorno alle proprie case. Non sapevano che il peggio doveva ancora venire.

Di fronte al possibile voltafaccia dell’Italia, e di fronte al prevedibile sfascio delle forze armate dell’antico alleato che sarebbe seguito, gli alti comandi della Wehrmacht misero a punto l’Operazione Achse, un piano per la rapida conquista del territorio italiano e per l’annientamento del Regio Esercito. L’8 settembre doveva essere una data storica per la storia d’Italia, la data della fine della guerra e dell’alleanza con la Germania nazista: divenne invece la data d’inizio di una sanguinosa guerra civile, un evento che di tanto in tanto riaffiora diventando argomento non tanto di discussioni quanto di scontro politico. Sarebbe facile liquidare la questione della guerra civile con la logica degli “opposti estremismi” o con la conta dei morti, ma un conto è andare veramente alla ricerca dell’obiettività storica per smascherare ricostruzioni artificiose o idelogiche dei fatti, un conto è usare la medesima come scudo per attaccare avversari politici e difendere la propria ideologia.

Due questioni per tutti questi anni sono rimaste in sospeso: la questione della “pacificazione” e quella del riconoscimento delle rispettive responsabilità. L’una non può esistere senza l’altra, e tutte e due non possono esistere se non vi è un riconoscimento reciproco delle parti in causa. Se è vero che a sinistra episodi tragici e controversi della guerra civile come la strage di malga Porzus, le foibe e i crimini di alcune bande partigiane sono sempre stati tenuti sotto silenzio fino a quando non sono emerse prove inconfutabili, a destra proprio queste prove sono state usate come una clava per mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini, senza riconoscere i danni fatti alla nazione da un regime come quello fascista, senza riconoscerne mai, e dico mai, il suo carattere antidemocratico e a partire dal 1938 antisemita. Finché non ci sarà questo reciproco riconoscimento, non ci sarà neppure la possibilità di una reale pacificazione del paese: ognuno continuerà a fare la propria scelta di campo, e continuerà a scagliarsi contro la parte avversa. Ed io continuerò a stare, anche dopo aver visto il suo lato oscuro, dalla parte di chi ha lottato per la libertà.

4 Comments

  1. Luca Moreno 08/09/2012
  2. Giovanni Agnoloni 08/09/2012
  3. Emiliano 08/09/2012
  4. Giovanni Agnoloni 09/09/2012

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.