MONTALE – L’ARTE È LA FORMA DI VITA DI CHI PROPRIAMENTE NON VIVE

di Marco Grassano

(intervento reso a San Biagio della Cima, Imperia, presso il Centro polivalente “Le rose”, il 30 giugno 2012)

Elio Gioanola

Montale. L’arte è la forma di vita di chi propriamente non vive

Jaca Book, 2012

Questo libro (il cui sottotitolo proviene da una citazione montaliana riportata a pag. 259) è non solo bello ma anche importante, perché – come era già successo coi volumi del professore su Gadda e soprattutto su Leopardi – ci rivela aspetti dello scrittore trattato ben diversi da quelli, ingessati, delle presentazioni scolastiche. Anche critici di formazione marxista, come Carlo Salinari, ci presentavano un Montale che “contemplava virilmente, a ciglio asciutto” il dolore, o che, anziano, rimpiangeva con un misto di tenerezza e ironia Drusilla la Mosca, compagna di una vita (“Ho sceso, dandoti il braccio, / almeno un milione di scale / ed ora che non ci sei / è il vuoto ad ogni gradino…”). Salinari e gli altri si guardavano bene dal raccontarci le insicurezze montaliane (magari, per carità, le ignoravano) o dal dirci che la moglie era una carampana con quindici anni in più del poeta, il quale era innamorato (concretamente, non letterariamente) di un’altra donna più giovane (e magari ignoravano anche questo).

In questi diciotto capitoli scopriamo un Montale più fragile, più umano – più simpatico, in definitiva – che in certe lettere a Irma Brandeis anticipa quasi il Pavese che, una quindicina di anni dopo, scriverà a Constance Dowling, anche lei americana (l’iron box in cui si sente rinchiuso il poeta – cfr pag. 300 – richiama per esempio la pavesiana “prison door that slammed again”, ma numerose altre consonanze possono essere riscontrate da una lettura parallela). E a contare, nell’analogia fra i due, non è solo la formazione letteraria simbolista (in Montale conclamata, in Pavese nascosta dietro gli americani da lui tradotti: ma, checché se ne dica del suo presunto neorealismo, provate a confrontare il paesaggio “visivo” del Fenoglio di Una questione privata con quelli di Feria d’agosto di Pavese, libro ambientato nella stessa zona, e vedrete come questi ultimi – canneti o colline che siano – rappresentino sempre qualcosa che va oltre, qualcosa in più rispetto al mero dato visivo), quanto piuttosto il costituire l’anello debole (“maglia rotta nella rete” , “anello che non tiene”…) della propria costellazione famigliare (uso volutamente questo concetto della psicologia individuale di Alfred Adler).

Gioanola utilizza in più occasioni la parola “inadeguatezza”, sia in un contesto di inadeguatezza a partecipare alla vita letteraria (pag. 13) che, più complessivamente, di inadeguatezza a vivere (pag. 179). Su questo tema avviene l’incontro di Montale con Svevo, o piuttosto con i personaggi dei suoi romanzi. Non dimentichiamo che il titolo originario di “Una vita” era (come farebbe notare il prof. Contorbia) “Un inetto”. Ma anche l’Emilio Brentani di “Senilità” è un inetto a vivere, e questa inettitudine si traduce nell’incapacità a gestire un rapporto equilibrato con l’universo femminile rappresentato dalla bionda Angiolina (viene anche in mente, per esempio, il Narratore di Proust ed i suoi rapporti tormentati con le “fanciulle in fiore” prima e con Albertine poi). Analogamente, Montale anziano dirà, ricordando Paola Nìcoli, una delle donne di cui si era invaghito quando stava a Firenze: “Era un’attrice teatrale genovese. Gli altri andavano a letto con lei, io le mandavo poesie” (pagg. 174-175).

Eugenio Montale (da digita.org)

Eugenio è reso inetto – psicologicamente castrato, se mi si concede l’espressione – non solo dalla ingombrante e autoritaria figura paterna che con le sue regole arbitrarie gli impedisce i piaceri (emblematico l’episodio di quando, bambino, il padre lo porta dolorosamente via dalla rappresentazione, al San Carlo, della “Sonnambula”, pag. 23), ma anche dalla figura materna, che si duplica, in forma più giovane e più colta, nella sorella Marianna: entrambe gli trasmettono, oltre a una devozione religiosa che sfiora la superstizione (come successe con Leopardi, che da bambino evitava di calpestare le croci costituite dalle mattonelle del pavimento), anche l’immagine, diciamo, “petrarchesca” di una donna asessuata, “angelica” – immagine che gli impedirà a lungo di comprendere e di assecondare le pulsioni sessuali concrete delle donne in carne ed ossa (non a caso, la già citata moglie Mosca aveva, come si è detto, 15 anni in più di lui: una vera “mamma” possessiva e protettiva – la sorella del poeta non l’aveva in simpatia, perché evidentemente la sentiva rivale sullo stesso terreno – dalla quale non riuscirà a staccarlo nemmeno la passione carnalissima per la Brandeis, che pure è stata così importante per lui da spingerlo a scriverle, ancora pochi mesi prima di morire, un biglietto nell’inglese maccheronico usato nelle lettere della passione, per così dire, “giovanile”.

Una curiosa notazione psicanalitica a proposito del capitolo secondo (“Il padre, il mare, la caccia”): Freud, in Totem e tabù, sostiene che la figura paterna è rappresentata psicologicamente, nell’inconscio e presso le tribù primitive, dal grosso animale totemico, toro o cavallo: uccidere un grosso animale è quindi un modo per liberarsi dal padre e dalla sua legge. Montale invece scrive di caccia ai merli, ai pipistrelli, ai beccaccini: uccisione di animali deboli come simbolo di una ribellione debole. Mauro Corona, da parte sua, riferisce più volte, nei suoi racconti e romanzi, la fantasticheria che aveva da bambino di sparare al padre violento mentre lo accompagnava di notte a caccia. Non gli sparerà mai veramente, ma da adulto sistemerà i conti con lui assestandogli un gran pugno in faccia. Si direbbe, questa, una ribellione riuscita. Ma forse gli è successo quanto, secondo Freud, è capitato “persino al grande Goethe”, che da giovane biasimava il padre e poi da anziano ha finito con l’assumerne, senza rendersene conto, alcuni dei comportamenti e atteggiamenti. E forse, allora, una vera ribellione non è possibile.

Perché Montale, non interventista e antimilitarista, è andato in guerra volontariamente, come Gadda, come Sbarbaro? (Forse Camillo era un po’ diverso dagli altri due scrittori, grandi nevrotici castrati dalla famiglia – Gadda, in particolare, dalla madre, nei cui confronti si rivaleva ritraendola, in alcuni racconti giovanili pubblicati postumi, come un’affezionata alla bottiglia; analoga sorte di soggiogamento materno era toccata a Leopardi; ed è proprio Sbarbaro ad annotare che a tenerlo lontano dal “gran lombardo” Carlo Emilio è stata la di lui ostentata incomprensione verso “quelle cose che il conte Leopardi chiamava canti” – forse l’incomprensione ostentata verso un altro autore che sentiva troppo pericolosamente vicino ai propri vissuti personali). Ecco: il servizio militare, la guerra e persino il carcere sono un modo per tirarsi via dal soffocante ambiente familiare. Ho ritagliato un articoletto da “La Stampa” del 16 giugno scorso, pag. 59; ne riporto alcune righe: “Domiciliari a casa dalla mamma? No grazie, meglio il carcere. È la singolare scelta di un casalese di 43 anni, con alle spalle diversi precedenti per reati contro il patrimonio e che, prima degli arresti domiciliari, ha preferito (con viva soddisfazione) andare in carcere a Vercelli. (…) La motivazione addotta dall’uomo: ‘A casa i miei mi rendevano la vita impossibile e mi privavano della mia libertà personale; potendo scegliere, preferisco andare in carcere’”.

Montale vuole andare via da Genova: proprio come Leopardi voleva andar via dal “natio borgo selvaggio” di Recanati per sfuggire alla prigione domestica (della quale la madre, Adelaide Antici, era il custode, con tanto di chiavi alla cintola). Ma arrivato a Firenze si sente all’inferno, e vuole andare a Milano o a Parigi (dove sarebbe disposto a lavorare persino in una banca: come Thomas Eliot!). Ma quando, nel 1948, arriva a Milano, non si sente a suo agio e rimpiange Firenze; solo la sensazione di svolgere un’attività professionale (il lavoro al Corriere della Sera) accettabile per i suoi parametri lo gratifica e gli dà un po’ di pace. Viene in mente una bella poesia di Constantinos Kavafis (autore che Montale certo ben conosceva, avendone incluso “I barbari” nel “Quaderno di traduzioni”) intitolata “La città”:

Dicesti: “Per altre terre andrò, per altri mari.
Un’altra città ci sarà migliore di questa.
È certa condanna ogni mio sforzo:
e il mio cuore come morto sta sepolto.
Per quanto ancora questo struggimento dell’animo?
Dovunque volgo lo sguardo, dovunque giro gli occhi
solo i neri relitti della mia vita scorgo,
tanti anni passati a perdermi, a devastarmi”.

Ma non troverai nuove terre, nuovi mari.
La città ti verrà dietro. Vagherai per le stesse
strade. Negli stessi quartieri invecchierai:
e in queste stesse case imbiancherai.
Sempre avrai approdo in questa città. Non sperare
altri luoghi, non c’è nave, non c’è strada per te.
La vita che schiantasti in questo angolo sperduto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

(gli ultimi due versi della versione di Tino Sangiglio paiono quasi montaliani).

Tralascio di parlare dei rapporti con le altre donne, l’egocentrica Maria Luisa Spaziani (facendo un altro mestiere, posso definirla per quel che è) o la pseudo-scaltra Annalisa Cima (c’è un racconto di Antonio Tabucchi in cui si parla di un vecchio poeta che rifà il verso a se stesso improvvisando in pochi minuti, nell’imminenza delle visite di lei, qualche composizione da offrire a una giovane letterata che si illude di poterlo circuire per carpirgli dei testi).

Voglio invece concludere con una riflessione, supportata da due citazioni. Da una condizione domestica disagevole si può uscire – in qualche modo – o con il viaggio o con l’arte. Il viaggio allontana fisicamente (anche se non dà necessariamente libertà psicologica: caelum, non animum, mutant qui trans mare currunt aveva intuito Orazio già un paio di millenni fa, nelle Epistole; o si pensi alla poesia di Kavafis letta prima). Ecco cosa annota lo scrittore-viaggiatore e iconografo ginevrino Nicolas Bouvier nella prefazione al libro “Le long été” del collega Lorenzo Pestelli (di entrambi avremo modo di riparlare se e quando presenteremo qui a San Biagio l’opera di Kenneth White): “Ci si sbarazza con poca spesa dei viaggiatori e del viaggio sostenendo che quasi tutte le partenze sono fughe. Può darsi. Ma così si dimentica che vi sono cose di fronte alle quali non si può far altro che fuggire: luoghi, famigliari, ‘ragioni’ che ci cantano una canzone così mediocre che non resta che mettere le gambe in spalla. Si parte per allontanarsi da un’infanzia soffocante, per non occupare la nicchia che altri già vi assegnano, per non chiamarsi Medoro. All’origine di un bel po’ di avventure non c’è, come motivo, che questo rifiuto”.

L’arte, invece, non allontana, ma consente in qualche modo di metabolizzare e di distillare il disagio riuscendo così, forse, a sopportarlo, a sopravvivergli. L’arte deve rispondere, però, a dei criteri, a dei canoni artistici. Leonard Cohen, poeta e cantautore canadese coscritto del professore, nel ricevere in Spagna – lo scorso ottobre – il Premio Principe delle Asturie per le lettere ha dichiarato il proprio debito per l’opera di García Lorca, che gli ha permesso di trovare una propria voce originale, ed ha aggiunto: “Crescendo e invecchiando ho capito che con quella voce veniva un insegnamento. Qual era questo insegnamento? L’insegnamento era di non lamentarsi mai in modo incontrollato. Se si deve esprimere la grande inevitabile sconfitta che ci attende tutti, bisogna farlo entro gli stretti limiti della dignità e della bellezza”.

Ecco, Montale ha saputo esprimere la propria sconfitta, il proprio male di vivere entro i confini rigorosi della dignità e della bellezza. È questo a renderlo un poeta così importante: non tanto sui banchi di scuola, quanto nel nostro cuore. E il libro del prof Gioanola ha contribuito non poco in tal senso, per cui mi sento davvero di ringraziarlo.

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