di Nicola Pucci
L’orologio del Big Ben batte l’ora, è tempo di giochi d’Olimpia, diamo il benvenuto agli eroi che ne hanno scritto la storia.
1. 1936. Berlino. L’Olimpiade della svastica celebra Jesse Owens, la saetta nera, capace di offendere l’onore ariano con quattro, e dicasi quattro, medaglie d’oro: 100, 200, 4×100, salto in lungo. Sotto gli occhi lividi di collera del Führer, piè veloce entra nell’Olimpo sportivo a fianco degli idoli greci di antica memoria e le cronache di quei giorni narrano del rifiuto dell’Adolf di stringere la mano al campione americano. Non andò proprio così la vicenda, ma fa lo stesso, Owens tramortì la Germania e nella mia personalissima graduatoria lo premio con il gradino più alto del podio. Immortale.
2. 1976. Montreal. Una bimba quattordicenne minuta, leggera, graziosa, ma già in grado di raggiungere la perfezione artistica occupa il palcoscenico. Nadia Comaneci si chiama la fanciulla, viene da un paese disgraziato, la Romania, ma la ginnastica è il suo talento e alle parallele asimmetriche la sua esibizione conquista un giudizio unanime: 10+10. Ineguagliabile.
3. 1972. Monaco. L’Olimpiade lordata di sangue dall’orrore di settembre nero. L’ombra della morte si allunga sui giochi ma l’acqua è vita e proprio dall’acqua si avvia il riscatto della tenzone sportiva. Mark Spitz fluttua in vasca come un delfino, realizza l’exploit di 7 ori e 7 record del mondo. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Imbattibile.
4. 1972/1976/1980. Monaco, Montreal, Mosca. Cuba rifiuta ideologicamente il professionismo condannando alle secche del dilettantismo fenomeni assoluti. Teofilo Stevenson è un diamante raro, sferra pugni che atterrano chiunque e tre medaglie d’oro in successione impreziosiscono la sua bacheca. Forse il buon Fidel ha sottratto al pugilato un campione di pari valore a Cassius Clay. Sacrificato.
5. 1968. Città del Messico. La strage di Piazza delle Tre Culture, il pugno guantato in segno di protesta di Smith e Carlos, soprattutto la prodezza atletica di Bob Beamon che si libra in volo ed atterra ben oltre il limite precedente sulla pedana del salto in lungo, 8 metri e 90 centimetri. Il mondo accoglie con stupore la misura, sì, l’uomo con le proprie gambe può sconfiggere le leggi della fisica. Marziano.
E qui saluto, troverò il tempo su queste pagine di raccontarvi anche delle gesta degli atleti che hanno dato dignità al tricolore. Promesso.


