REGIONI AUTONOME E RISCHIO DI DEFAULT IN SICILIA

di Alberto Giusti

È di pochi giorni fa la notizia che la Regione Sicilia sia fortemente a corto di liquidità, a tal punto da far denunciare il rischio “default” dal presidente della Confindustra regionale, Ivan Lo Bello. Lo stesso assessore al bilancio, Andrea Vecchio, ha affermato in un’intervista a Radio24 che potrebbero mancare le risorse per pagare gli stipendi. Il presidente della regione, Raffaele Lombardo, già aveva annunciato le proprie dimissioni prima di questa notizia, di fronte alla quale contrattacca affermando che le finanze siciliane stanno meglio di quelle nazionali, e che un commissariamento come quello invocato da Confindustria e sindacati sarebbe “un colpo di stato”. Il 24 luglio, Lombardo incontrerà Mario Monti per un colloquio chiarificatore sulla salute delle casse isolane, e ha dichiarato che potrebbe già per allora aver presentato le proprie dimissioni.

da comuniecitta.it

Che le finanze della regione Sicilia siano effettivamente così disastrate, o che si tratti semplicemente di una normale, temporanea, mancanza di contanti, ora che però ci troviamo in un momento di tagli, spending review e sacrifici emerge sempre di più l’inefficienza della regione guidata da Lombardo. È sufficiente riprendere il post su Facebook di Enrico Rossi di qualche giorno fa, quando protestava contro i tagli orizzontali del governo: “…la Regione Sicilia (5 milioni di abitanti) ha 21 mila dipendenti e 1.836 dirigenti. Mi è venuto naturale fare un confronto con la Toscana che, con 3 milioni e 700 mila abitanti, ha 2.697 dipendenti e 139 dirigenti…”. Il paragone fa saltare all’occhio che qualcosa non va. E i problemi non sono imputabili solo al clientelismo, al nepotismo, o a quant’altro governi la conduzione amministrativa della regione Sicilia. Il problema è a monte, e si chiama Regioni a Statuto Speciale.

Esistono fin dal 1946, ancor prima del referendum del 2 giugno, quando per fermare gli impeti secessionisti, nati proprio in Sicilia, si creò la prima regione autonoma, addirittura con Decreto Regio. Le regioni a statuto speciale trovarono poi posto in Costituzione, e via via nacquero tutte le altre, con leggi costituzionali: Sardegna, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta, e infine il Friuli-Venezia Giulia. Queste cinque regioni avevano margini di autonomia molto più ampi delle altre, fin dall’inizio, sia dal punto di vista normativo che finanziario. Con la riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, si allargarono fortemente i poteri delle altre regioni, cosiddette a Statuto Ordinario, e si sarebbe potuto quindi, con buona ragione, renderle un unico insieme con pari dignità di fronte allo Stato. Si scelse invece di mantenere gli statuti speciali, anzi: poiché sembravano sminuiti dalla riforma, si potenziarono ulteriormente. Si perse la grande occasione per abolirli.

Oggi però, la situazione è ben diversa dai primi anni 2000. Non c’è l’ottimismo per l’ingresso nell’euro, non c’è alcuna fiducia nella crescita, non è più possibile che la legge non sia uguale per tutti. Se tra i pregi di un governo tecnico c’è la mancanza della ricerca della rielezione (anche se forse non vale per tutti i componenti di questo esecutivo), allora potrebbe essere l’occasione buona per mettere il tema sul tavolo. Sicuramente, è difficile che l’attuale composita maggioranza riesca a raggiungere la maggioranza assoluta per una riforma costituzionale, che dovrebbe poi passare dal referendum confermativo nazionale (la maggioranza dei 2/3 necessaria ad evitarlo penso sia irraggiungibile), ma quantomeno sollevare la questione sarebbe giusto, visto che molti meno scrupoli ci si è fatti per l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, per la riforma del Lavoro e per l’aumento delle accise sui carburanti, solo per citare alcuni interventi di questo governo.

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