di Leonardo Masi
La storia di ogni grande rock band è ricca di aneddoti fantastici. Quella dei Pink Floyd ha più di un elemento che la rende simile ad uno psicodramma, ad un romanzo, e in effetti ha ispirato uno dei migliori scrittori italiani, Michele Mari, a scrivere Rosso Floyd. Personalmente trovo da brividi l’episodio della visita di Syd Barrett al gruppo durante la registrazione di Wish You Were Here, il disco a lui dedicato. I fan del gruppo inglese conoscono sicuramente la storia. Per i non fan cominciamo dall’inizio.
Syd Barrett era non solo un talento incredibile, ma anche un ragazzo simpatico, bello e dall’intelligenza brillante. Nel 1965 fonda il gruppo che poi prenderà il nome Pink Floyd. La formazione originale registra un LP, The Piper at the Gates of Dawn, che resta tutt’oggi un’opera all’avanguardia, nella quale canzoni e sperimentazione colta trovano una fusione ideale. All’epoca i Pink Floyd erano i campioni dell’underground londinese, con i loro spettacoli psichedelici di suoni e luci, e si avviavano ad uscire dalla nicchia verso un successo più ampio.
Alla vigilia di una apparizione televisiva nel 1967, Syd sparisce. Quando gli amici lo trovano un paio di giorni più tardi hanno davanti a sé una persona “alla quale è stato spento l’interruttore dentro la testa”, per usare le parole di Joe Boyd, primo produttore dei Pink Floyd. Il cervello del musicista era stato letteralmente bruciato dagli acidi. Suonare e comunicare con lui era diventato impossibile e gli altri tre membri del gruppo prendono la sofferta decisione di sostituirlo con David Gilmour, che era anche amico di Syd e per un periodo provò ad affiancare Barrett in una formazione a cinque. Barrett riesce ancora a registrare due pregevoli lavori da solista con il paziente aiuto dei Pink Floyd nel 1970, ma i momenti di buio ormai prevalgono su quelli di luce e le strade dei musicisti si dividono.
Nel 1973 i Pink Floyd ottengono un successo strepitoso con The Dark Side of the Moon, in assoluto uno dei dischi più venduti della storia. La fama e il denaro provocano una crisi di identità nel gruppo, specialmente in Roger Waters, che però riuscirà a sublimare in maniera creativa le proprie angosce, scrivendo testi sempre più belli e diventando il nuovo leader della band. Il primo lavoro post Dark Side è Wish You Were Here, che è un concept album. Nei quattro brani che lo compongono c’è un doppio filo conduttore: il tema dell’assenza (in Shine On You Crazy Diamond dedicata a Syd Barrett e in Wish You Were Here) e quello del successo e dello show-biz che finiscono per stritolare l’artista (Welcome to the Machine e Have a Cigar).
I due temi sono in realtà legati fra loro, sono due facce di una stessa perdita dell’innocenza da parte del gruppo (da underground a “commerciale”), con Barrett che diventa per Waters un simbolo di quella innocenza e di quella leggerezza degli inizi ormai andata, di quell’elemento folle e imprevedibile che i Pink Floyd avevano dovuto scaricare per andare avanti. Pare che all’indomani del successo di Dark Side Waters abbia detto agli altri: “Ragazzi, siamo finiti”.
Durante una serie di concerti nel 1974 i Floyd si rendono conto della distanza che li separa dal pubblico, sembrano aver voglia di chiudersi in se stessi, spaventati dalla fama. Se la loro fosse una paranoia immotivata non sta a noi giudicarlo; fatto sta che l’importante critico inglese Nick Kent, un barrettiano sfegatato, si accorse che c’era qualcosa che non andava e dopo un concerto a Wembley demolì i Pink Floyd sul New Musical Express. Ciò alimentò ancora di più le paure dei musicisti, ma dette anche una grossa spinta creativa al gruppo, che entrò in studio nel gennaio del 1975 per registrare il nuovo album.
Wish You Were Here è un lavoro pieno di bellissime intuizioni, ed è forse l’ultimo momento nel quale i Pink Floyd fanno lavoro di squadra. Se in Shine On You Crazy Diamond Waters offre il suo tributo all’amico di un tempo con un testo ispiratissimo, David Gilmour e Richard Wright aprono e chiudono la lunga suite (e con essa l’intero album) con due struggenti brani strumentali. Il chitarrista inventa un assolo che sembra il ricordo di un blues, un canto sospeso su un tappeto di tastiere in sol minore che sfocia in quelle famosissime quattro note che risuonano misteriose per quattro volte prima dell’ingresso della batteria e del basso. Sulla stessa tonalità è la melodia finale di Wright, un inno alla nostalgia, un requiem elettroacustico fra pianoforte e sintetizzatori, un brano dalla struttura classicheggiante, nel quale le ultime note sono la citazione del vecchio successo scritto da Barrett See Emily Play. In mezzo a tutto ciò i suoni futuristici di Welcome to the Machine, il groove di Have a Cigar con la voce di Roy Harper che qui canta alla Waters ma arriva là dove Waters non arriva, e Wish You Were Here, che non ha bisogno di presentazioni.
Siamo nel giugno 1975. Il lavoro sul disco volge al termine, dopo sei mesi sofferti di lavoro i Pink Floyd stano ultimando il missaggio. Per i mitici “Abbey Road Studios” si aggira un signore in impermeabile, apparentemente di mezza età, grasso, con un sacchetto di plastica in mano, calvo, le sopracciglia rasate. Passò un sacco di tempo prima che qualcuno capisse che quello era Syd.



