PSICHIATRIA E MALATTIA MENTALE

di Claudia Boddi

La psichiatria occupa un ambito della conoscenza dai confini indistinti, dove medicina, psicopatologia, antropologia culturale e politica si intrecciano dando vita a una realtà scientifica, culturale e operativa complessa e affascinante. Per quanto sia comune convinzione che abbia acquisito un corpus dottrinario e la conseguente legittimazione scientifica in epoca relativamente recente, la sua storia ha origini antiche. Mania, melanconia, epilessia, paranoia, isteria sono locuzioni che, pur avendo modificato in parte il loro significato originario, ci giungono da quel remoto e vitalissimo mondo nel quale furono poste le basi del nostro pensiero e nel quale, liberandosi dalla teologia, la medicina divenne scienza a sé stante.

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La scienza psichiatrica antica si formò allorché si comprese lo stretto rapporto esistente tra soma e psiche, tra funzioni vitali e funzioni psichiche; questa conquista costituì il primo passo che fece allontanare la psichiatria dalla magia, dalla mitologia e, in parte, da un certo tipo di filosofia spiritualistica […]. La psichiatria clinica e la nosologia che si costituiscono in quel lontano periodo appaiono ancora oggi allo studioso fondamentalmente immodificabili […]. Il medico del mondo greco-romano ritiene l’uomo un’unità biologica e psicologica indissolubile. Quello che ancora più sorprende è l’assenza dell’attuale antinomia tra lo psichico e il fisico, portato deleterio della filosofia cartesiana […]. Organico e psichico sono strettamente connessi e il medico non sente e non avverte la necessità di separarli”.

Il crollo dell’impero greco- romano e il ritorno prepotente al pensiero mistico sommergono la scienza psichiatrica, costringendola a quella “resa alla demonologia” che si protrarrà per molti secoli. Nel Medioevo cristiano, infatti, la malattia mentale scompare quasi del tutto in quanto tale, pur permanendo, nella tradizione popolare e in qualche timida voce dotta, l’aspirazione a mantenerla nell’ambito della medicina e quindi, per traslato, nell’ambito della sofferenza umana. Il Settecento illuminista proporrà in termini espliciti il tema della malattia mentale: si può ritenere che la tesi di Esquirol (1772- 1840), pubblicata a Parigi nel 1805, costituisca uno dei primi testi della psichiatria moderna. Per la prima volta, in questo testo, l’autore sviluppa convinzioni concernenti – per usare un linguaggio attuale – la relazione tra medico e paziente, l’importanza della storia individuale e la concezione della guaribilità del malato di mente.

Riflettendo sulla storia della psichiatria moderna, è possibile intravedervi, seppur con un certo schematismo, tre momenti significativi: il primo, che è espressione del pensiero illuministico, pone in evidenza le idee; quello successivo, positivista, dà forza agli aspetti concreti, visibili e governabili della malattia (le acquisizioni anatomo-patologiche, le diagnosi, le classificazioni, la struttura ospedaliera manicomiale); infine, quello più recente, caratterizzato dall’apporto delle conoscenze psicologiche e sociologiche, tende a riportare in primo piano l’uomo, con il suo bagaglio di esperienze e con le sue aspirazioni, sforzandosi di mantenerlo al centro del proprio interesse.

Quest’uomo ha una storia che è costituita da emozioni e ricordi stratificatisi nel tempo, è inserito in una rete di relazioni sociali, è portatore di bisogni, ha inclinazioni, punti di vista, opinioni politiche e religiose, partecipa ai valori e alle credenze del proprio contesto culturale. Non vi è dubbio che le manifestazioni correlate con la malattia mentale non possono che essere il riflesso o l’espressione, amplificata e distante, di questa complessa realtà in cui comportamenti e relazioni non sono facilmente discriminabili, con un tratto netto, in normali o patologiche. Se è vero che la psichiatria è la disciplina che studia le manifestazioni anomale della mente, è altrettanto vero che il riconoscimento di tali manifestazioni non è di immediata e condivisa evidenza. Molte di esse sono conseguenza di alterazioni organiche che inducono impoverimento o distorsioni delle funzioni psichiche; altre sono collegabili ad avvenimenti della storia individuale, remota o recente, e, altre ancora non trovano, allo stato attuale delle conoscenze, alcuna connessione a cause riconoscibili.

Ciò delinea uno scenario in cui l’incertezza nel definire e classificare la malattia mentale si declina con la necessità di sapere che cosa essa sia e con il bisogno di inquadrarla in un adeguato disegno generale i cui contenuti possono essere trasmessi, confrontati e verificati .

FINE PRIMA PARTE

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