di Simone Gambacorta
Il concetto di potere prevaricante, inteso quale entità a sé, incomprensibile e inarrivabile, in definitiva invincibile, è presente già nell’opera d’esordio di Gian Luigi Piccioli, Inorgaggio, un romanzo sperimentale accudito, quando ancora era in fasce, da Niccolò Gallo, e poi pubblicato da Mondadori nel 1966.
Il libro, che Giuliano Manacorda considera fra i modelli più significativi della «letteratura d’industria», e se ne veda la “Storia della letteratura italiana contemporanea”, ha un titolo che nasce da una fusione tra l’ingorgo e l’ingranaggio, come lo stesso Piccioli ha avuto modo di spiegare, è dà neologisticamente l’idea delle condizioni in cui versa il protagonista della storia, Baldini, alienato dal lavoro in un’azienda che sembra essere una divinità (una «monade» con «un grado di astrazione maggiore dell’idea di Dio»), un corpo anomalo, misterioso e perverso, alfa e omega di se stesso, da cui pulsa un potere sinistro e sfuggente, noto nei suoi effetti ma ignoto nella sua fonte, nella “faccia”, a voler essere più chiari, della sua fonte.
Che cosa l’industria sia nella sua essenza originaria, in che cosa consista, a quali criptici principi risponda nelle sue meccaniche profonde, e che cosa vi sia nelle sue interiora, non è dato saperlo, almeno secondo le vie “normali” dell’intelligibilità e della comprensibilità. Qualcuno potrebbe vedere in questo Brecht e Gli affari del signor Giulio Cesare, con quell’idea di fondo secondo cui il potere, in questo caso incarnato non da una persona, ma da un sistema, è conoscibile solo dopo che sia finito, quando cioè diviene permeabile alle indagini di chi provi a scavarlo da dentro e cerchi di capirlo.
Il dominio che l’industria esercita è tale da fare dei dipendenti dei soggetti sudditi e assuefatti, come capovolti dall’avvitarsi centrifugo del lavoro, dall’esproprio di vita cui il lavoro, quel lavoro, quello “stato”, condanna; al contempo, è emanazione non di un padrone di sapore parisiano, ma dell’industria stessa, del suo stesso mistero: è l’apparato, così ignoto e impenetrabile nei suoi gangli e nei suoi alveoli decisionali, a sprigionare la forza inavisiva e pervasiva dello schiacciamento, dello stordimento, della narcosi, e a irrorare come fosse un gas il suo oscuro e impalpabile talento del condizionamento e dell’assoggettamento.
Ma la coazione, la coercizione, che questa forza esercita con dissimulata ferocia, non si manifesta solo in modo diretto, o più che in modo diretto, si manifesta nei termini di una condizione esistenziale, di un ambiente psicologico che esorbita in quello fisico, che lo ingloba, e che arriva persino a influenzare la percezione che se ne può avere: da qui la nebbia che sembra avvolgere la narrazione e che produce una clima colloso, perpetuamente sospeso e sfumato, un habitat che richiama qualcosa di insonorizzato e subacqueo, come se tutto avvenisse in un acquario.
Questa asimmetria tra un livello alto di dominanza e un livello basso di sudditanza può essere descritta, a volerne fare un’immagine che semplifichi il discorso (e che a sua volta ne richiami un’altra simile, a suo tempo utilizzata da Luigi Baldacci), come la pressione che la base di un’enorme piramide, o di un enorme tempio piramidale, esercita al di sotto di se stessa, e cioè sulle spalle, sulle vite, sulle menti, sulle teste giocoforza a capo chino, di chi esiste in quell’area d’ombra, mentre il vertice, il punto apicale, se ne sta da qualche parte al di sopra del visibile, in una sorta di luogo metafisico per pochi eletti, un giardino pensile inacessibile a coloro che, nei fatti, hanno soltanto la possibilità di immaginarlo attraverso le estrinsecazioni che ne conoscono. Domandarsi perché questo luogo sia inacessibile significa porre l’accento su un elemento che ha del misterico.
Una visione relativamente non dissimile delle cose, ossia la visione di una forza strutturata che si libra e incombe come un gigantesco disco volante sopra le teste di una comunità, ma che in qualche modo a questa comunità sia aliena, si ritrova, sia pure con sfumature diverse, in due brevi testi che Piccioli ha scritto sull’Abruzzo: la differenza è che, invece dell’industria, in questo caso è la politica ad apparire come un mondo staccato e predominante, una cittadella di sapore kafkiano che nega accesso a chi è soggetto alla sua legge.
Il primo dei due interventi, stesi entrambi su invito, su sollecitazione, compare nel numero monografico della rivista «Dimensioni», intitolato “Per una definizione di cultura abruzzese” (num. 3, 1967). Il fascicolo del periodico, fondato nel 1957 da Ottaviano Giannangeli e poi da questi diretto con Giuseppe Rosato e Giammario Sgattoni, mirava a fare il punto sulla questione esplicitata dal titolo attraverso le riflessioni di dodici intellettuali legati all’Abruzzo, fra i quali Mario Pomilio e Ignazio Silone. Piccioli, che all’epoca dei fatti aveva da poco pubblicato “Inorgaggio”, intervenne con “Un’azione culturale come contestazione del potere”.
In quello scritto, che davvero intercettava e anticipava molte delle istanze che sarebbero sfociate nei moti del Sessantotto, il futuro autore di Epistolario collettivo puntava il dito sull’inadeguato «livello culturale del gruppo dirigente» (si noti la parola «gruppo», che rimanda a un corpo a sé), ossia sulla «insufficienza culturale di chi ha il potere decisionale». Per Piccioli erano le «élites della Regione» (si faccia attenzione alla parola «élites», che definisce l’esclusività di un organismo a se stante) a rappresentare il maggior ostacolo all’acquisizione di una coscienza culturale diffusa, ragion per cui «qualunque azione diretta a un autentico rinnovamento» avrebbe dovuto «fare i conti con posizioni di potere precostituite», avrebbe dovuto avere «insita nel proprio spirito, se veramente autentico, la contestazione del potere».
La tesi, così barricadiera ed eversiva, non necessita di particolari commenti, e tanto meno ne reclama quella che Piccioli espose in Discanto, un volume d’arte sull’Abruzzo curato nel 1972 da Pasquale Scarpitti e dove trovarono accoglienza contributi di numerosi autori di rinomanza.
Secondo Piccioli, l’Abruzzo costituiva «un problema politico, da studiare con metodologia politica e affrontare con azione politica», e andava risolto attraverso la «liquidazione dell’attuale classe dirigente». A sua opinione, una delle responsabilità degli schieramenti che all’epoca governavano la regione consisteva nell’aver «puntato quasi esclusivamente sulla attività industriale» e nell’aver trascurato la «connotazione fondamentalmente agricola» dell’Abruzzo.
Il capo d’imputazione conteneva l’accusa d’aver fatto scempio dell’anima antropologica e culturale di una terra, senza tenere conto della “naturale” inclinazione di una realtà geografica e dell’universo umano che la popolava. C’era allora bisogno non di un cambio, ma di un’inversione di marcia: «La via da seguire per salvare il salvabile, cioè per garantire la sopravvivenza, se ancora possibile, di un Abruzzo come entità autonoma e significante, dovrebbe essere quella della trasformazione delle strutture agricole da realizzare attraverso il duplice indirizzo, politico e tecnico, della cooperativa (…) e dell’industrializzazione dell’agricoltura».
A rileggerle oggi, le rilfessioni di Piccioli, con quel loro passo da requisitoria, con quel loro estremismo così scoperto, suonano più che mai combattive e militanti, e documentano parte di un impegno intellettuale tutto consacrato al piano ideologico. Ma a tirare le somme, quel che viene fuori è l’immagine di una regione essiccata nelle sue linfe vitali e come soggiogata da una struttura – la politica, appunto – arroccata nella distanza stessa che la separa dall’oggetto del proprio comando, del proprio imperio.
Questa giustapposizione tra la politica e i comuni cittadini, questa contrapposizione tra una sfera elitaria e potente e una sfera non elitaria e impotente, può essere riallacciata alla distanza tra in vascello fantasma in cui dimora il genoma ignoto dell’industria e la terraferma dei lavoratori che ne sono prigionieri: in entrambi i casi vi è la denuncia di un vincolo di subordinazione tra uno stato di supremazia e di “prepotenza” e uno stato di sottomissione.
Il tratto in comune fra i discorsi sta nel loro postulare un linguaggio primario fondato su una sproporzione di rapporti di forza, organizzati secondo uno schema bipartito e storicamente ripetuto. Con una lavagna a portata di mano, il gioco sarebbe più facile. Potremmo dividerla a metà con una linea orizzontale e vedere in quella linea il recinto che mantiene distinti e distanti due livelli fondamentali: in alto quello del potere e delle sue manifestazioni, irrevocabile e ineffabile nella sua immunità sacrale; in basso, quello di chi a quel potere obbedisce, anche senza avvedersene.
In Epistolario collettivo, che Piccioli pubblicò nel 1973 con Bompiani, e che è un romanzo di grande importanza nella letteratura italiana contemporanea, un personaggio, parlando del mondo contadino (siamo tra il 1915 e il 1918), lascia cadere una frase che colpisce: dice che «il popolo è eterno». Dire che il popolo è eterno vale a dire che a essere eterne sono la sottomissione e la vessazione.
Nelle stesse pagine, qualche rigo oltre, quel personaggio aggiunge parole che sono un’attestazione di sfiducia inossidabile verso la politica, cioè verso ogni sistema di potere dominante, e che mettono in luce l’arroganza di un circuito intrinsecamente perverso, alimentato e legittimato dalla forza dietro cui si scherma e che lo rende magicamente intoccabile: «La politica dispensa dal sapere. La politica dispensa da tutto». Dispensa da tutto ed è dispensata da tutto perché è una dimensione altra, che dispone e impone unilateralmente.
Ma se i romanzi di Piccioli alludono a una stasi ineluttabile e irreversibile, verrebbe da dire perpetua («il popolo è eterno»), gli scritti sull’Abruzzo indicano l’uscita di sicurezza di una presa di coscienza collettiva, plurale, che delegittimi democraticamente la struttura predominante: auspicano, in sostanza, una reazione che mini le fondamenta del castello e annulli l’incantesimo, la magia, che lo rende inespugnabile.
Per il laico Piccioli, d’altro canto, non può esservi incantesimo che non sia apparenza, inganno, scaltrita menzogna, fumo negli occhi. Un gioco di prestigio con cui il potere occulta la propria sottile radice, la piccola pietra attorno a cui ha eretto il proprio tempio monumentale: il silenzioso, indotto, assenso dei governati, scientemente esclusi da una partecipazione attiva con un’ipnosi, con una specie di frode perpetrata con cinica, chirurgica sagacia.
I due testi abruzzesi di Piccioli muovono da un assunto quanto mai noto: quel che è sotto gli occhi di tutti tende a essere poco visibile, rischia di passare inosservato, di essere dimenticato, come insegna la lettera rubata di Poe. A meno che uno, uno solo, a un certo punto si accorga della “verità” e la lasci detonare gridando che che il re è nudo e che il suo regno è un colosso dai piedi d’argilla. L’incantesimo del potere, col suo apparire e il suo confondere le carte in tavola, sarebbe allora anzitutto una fuga da quella “verità”: un modo per tenerla a bada, per allontanarla, per aggirarla.
Nulla di nuovo sotto il sole, si dirà. Nulla di nuovo, senz’altro: soprattutto perché uno schematismo tanto esile, con i suoi annessi e connessi, può ben collegarsi, non senza evidenti debiti (Marx e Gramsci, per esempio), ad altre disamine.
Ma questo a noi non interessa per sposare una tesi o intraprendere un improbabile processo alla politica, tanto meno per vedere in qualsiasi autorità costituita il male assoluto. A noi interessa nei limiti di quanto può dirci su Piccioli, cioè su uno scrittore, sui suoi territori narrativi, sulle sue idee e sulla sua ideologia. Non è infatti la povertà dello schema a fare stato. A fare stato è quel che le pagine di Piccioli recano in filigrana: l’idea che ovunque si dia una geometria politica elementare, lì non si dà libertà, quindi giustizia sociale, quindi progresso.
Da qui, per libera estensione, la possibile chiave di lettura di una dichiarazione di Piccioli contenuta nella nota bio-bibliografica che apre Arnolfini, un romanzo edito nel 1970 da Feltrinelli: «I problemi che esistono in Italia a sud del Tronto sono praticamente gli stessi dell’America a sud del Rio Grande e di molte altre regioni del mondo».
Ne viene fuori una prospettiva che può essere dilatata ulteriormente, e che permette di interpretare con maggiore esattezza il profondo, amorevole, interesse per l’Africa che ha portato Piccioli a firmare numerosi reportage dal Continente Nero per «Ecos», la rivista dell’Eni per la quale scriveva come inviato.



