Ecco la terza puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze, stavolta incentrata sulla Firenze medievale. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del precedente articolo.
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Firenze: Dal 476 d. C. all’anno Mille
di Luca Moreno
Con questo articolo arriviamo alle soglie dell’anno Mille, cosicché nel successivo ci potremo dedicare a due personaggi di importanza capitale per la storia di Firenze: Ugo di Toscana e Matilde di Canossa, che ben preparano la storia gloriosa del Comune Fiorentino.
Nel 476 d. C., con la deposizione dell’ultimo Imperatore d’Occidente Romolo Augustolo, crolla la parte occidentale dell’Impero Romano. Si tratta di una data significativa, perché con essa si chiude convenzionalmente l’Età antica. Essa però è da interpretare simbolicamente, poiché la società del tempo non muta (e comunque non immediatamente) in seguito a tale evento, essendo il processo di decadenza già in atto da tempo. Tuttavia, in seguito a questo fatto tutta la Penisola italiana cade nelle mani degli Eruli prima e degli Ostrogoti poi, con effetti devastanti non tanto per le caratteristiche della dominazione di questi ultimi che, in prospettiva, si dimostrerà più evoluta di quella successiva (longobarda), ma a causa delle distruzioni belliche causate dalle invasioni.
A questo destino non si sottrae neanche Firenze, dove si ha notizia del danneggiamento dell’acquedotto e, soprattutto, dell’impossibilità di ripristinare l’approvvigionamento idrico, con conseguente decadimento e abbandono degli impianti termali. Anche i grandi edifici per il divertimento (Teatro ed Anfiteatro) subiscono una sorte simile a quella delle Terme. Vi è sostanzialmente una crisi urbanistica di grandi dimensioni, che però sembra più colpire gli edifici laici, laddove la Chiesa rimane l’unica istituzione capace in prospettiva di erigere edifici significativi […]
Il dominio dei Goti terminò nel 553, poiché Giustiniano, Imperatore “greco”, (cioè della parte orientale sopravvissuta dell’ex Impero Romano) tentò di ripristinare (e ci riuscì) il dominio di Bisanzio (ormai la nuova Roma) in Italia e nell’Occidente. Questa operazione bellica, che si svolse su larga scala, in quanto coinvolge anche aree del Continente nordafricano, inflisse all’Italia il colpo di grazia definitivo, poiché gli anni della guerra tra Giustiniano e i Goti (535-553) ebbero un effetto ulteriormente distruttivo sia sulle strutture che sulle vie di comunicazione, lasciando un territorio unificato e nominalmente romanizzato, ma dalle caratteristiche, per così dire, profondamente altomedioevali, cioè irriconoscibili rispetto al livello organizzativo assai sofisticato che aveva caratterizzato l’Italia in epoca romana.
Il dominio bizantino durò assai poco: ad esso si sostituirà, dopo il 572, quello longobardo, strutturalmente debole, ma sufficiente ad infiltrarsi nella Penisola, anche se non al punto di conservarne l’unità. Attenzione, perché questo è un punto di svolta cruciale della nostra Storia. Si determina infatti una situazione assai frastagliata dal punto di vista istituzionale, raffigurata nella figura 10, che ci offre un’idea d’insieme del danno epocale prodotto dalla dominazione longobarda, rispetto al processo unitario che, bene o male, i Bizantini avevano avviato; il bianco rappresenta i territori rimasti sotto il controllo dei Bizantini medesimi; il grigio scuro invece le aree dominate dai Longobardi (che occuperanno anche la Liguria con Rotari nel 643) e il grigio chiaro l’Esarcato di Ravenna e i territori contesi tra i due avversari.
La dominazione longobarda è in grado di frantumare l’Italia, ma non di sottrarla interamente al dominio bizantino, e così facendo si pongono le basi o comunque si accentuano le ragioni per cui la nostra Penisola faticherà non poco a riunificarsi. I Bizantini quindi sono stati gli ultimi ad unificare la Penisola; dovremo attendere ben 1289 anni per vedere l’Italia unita! Per quanto riguarda Firenze, possiamo dire che nel VI e VII secolo il quadro è di una città ripiegata su se stessa, che ormai risente dello sfaldamento della rete di relazioni economiche e politiche dei territori dell’ex impero. Ritirata dentro le vecchie mura romane, vive di un’economia locale, e i rappresentanti del potere sono costituiti da ecclesiastici cui si affiancano elementi dell’aristocrazia laica. La popolazione è impoverita e le poche risorse economiche sono nelle mani dei nuovi dominatori longobardi e dei pochi aristocratici (che costituiscono “la mente” del nuovo regime) che, sopravvissuti agli eventi bellici, si erano legati ai nuovi potentes. L’impoverimento è confermato anche dall’assenza di informazioni sull’edilizia urbana di questo periodo, che probabilmente, eccetto qualche raro caso, si ridusse all’uso diffuso di capanne e baracche di legno.
In estrema sintesi possiamo affermare che con la metà del VII anche a Firenze si assiste, per usare un termine caro allo storico Bryan Ward Perkins, alla “End of civilization”. I Longobardi danno vita al Ducato di Tuscia (574-774) che comprendeva gran parte dell’odierna Toscana, la cui capitale non è però Firenze bensì Lucca, dove risiedeva il Duca. Si tratta di una svolta importante, perché il trasferimento della capitale è connesso alla predilezione dei Longobardi, per il trasporto di uomini e merci, della Via Francigena che, come è noto, non passa per Firenze, ma appunto per Lucca, Sarzana, Piacenza, per poi proseguire verso nord ovest, cosicché la nostra città è tagliata fuori dagli itinerari principali. La dominazione longobarda non è comunque priva di luci, come dimostra la Chiesa di San Michele (Orsanmichele) che meravigliosa si erge, a vantaggio di turisti e cittadini, quando transitiamo per Via de’Calzaiuoli (figura 11).
Con l’arrivo dei Franchi (773) il Ducato creato dai Longobardi si trasforma in Marca di Tuscia per essere poi, nel 781, inquadrato insieme agli altri territori ex-longobardi nel Regnum Italiae (non si tratta di una vera e propria unificazione, bensì di una struttura istituzionale assai debole e centrifuga). Non è possibile in un articolo destinato al web illustrarvi tutte le complesse questioni relative al rapporto tra i Franchi ed il Papato. Vi basti sapere che Pipino il Breve, primo rappresentante della dinastia carolingia, chiese al Pontefice Stefano II di essere legittimato come Re. Il Papa acconsentì perché voleva un proprio regno nella Penisola e, non avendo potuto ottenerlo dai Longobardi, che si erano rifiutati di cedergli l’Esarcato appena sottratto ai Bizantini, contava su un intervento armato dei Franchi.
Tuttavia la potestà di legittimare un regno non apparteneva al Papa, bensì al Βασιλεύς (Imperatore) Bizantino o comunque a un potere laico. Invece per la prima volta un esponente ecclesiastico, riconoscendo un titolo politico di massimo livello a un sovrano civile, assumeva un esplicito ruolo politico. Si trattava di un precedente gravissimo per le sorti della cristianità. Quando poi arrivò Carlo Magno, questi si fece incoronare dal Papa addirittura Imperatore (800), proseguendo così – anzi aggravando – gli abusi politico-istituzionali iniziati con Pipino; abusi che trovavano nella Chiesa Romana una solida sponda, in nome di interessi convergenti.
Carlo Magno è considerato dall’Imperatore bizantino un usurpatore, perché era inconcepibile, per i tempi, che due persone potessero ricoprire la carica suprema. Uno e uno soltanto era l’Imperatore: colui che risedeva a Bisanzio, erede della grande tradizione romana; ecco perché quest’ultimo si rifiuterà sempre di riconoscere a Carlo Magno il titolo di cui egli si fregiava. C’è da dire che Carlo Magno spadroneggiava in lungo e in largo con il suo esercito, cosicché i Longobardi sono estromessi dalla nostra Penisola. La Toscana, ma soprattutto Firenze sembrano avvantaggiarsi dell’arrivo dei nuovi padroni: Carlo, oltre a fare importanti donazioni alla Chiesa fiorentina, sostituirà il vecchio Duca longobardo con un proprio feudatario, riorganizza la Toscana, come abbiamo detto, in Regnum Italiae; inoltre, sotto il successore Lotario, Firenze ottiene di ospitare (825) una delle grandi Scholae del tempo; evento che starebbe a testimoniare una ripresa della città. Ma soprattutto Firenze riacquista centralità rispetto alla rivale Lucca ed alla fiorente Fiesole, con la quale stringe patti ed intese.
I dati archeologici confermano queste tendenze. A partire dal X secolo in Piazza della Signoria, per esempio, si nota un generale innalzamento delle quote con riporti che tendono a regolarizzare il piano di calpestio, e per la prima volta, dopo secoli di stasi o di lenta crescita, le famiglie più importanti realizzano le proprie torri in pietra. Sia chiaro, però, che stiamo parlando di una ripresa fragile, insidiata, a livello più generale, da uno stato di insicurezza determinato dalle ripetute incursioni dei Saraceni. Il ritorno, nell’800, dell’Impero Romano – ora diventato Sacro – costituisce certamente un segno dei tempi nuovi, caratterizzati da un’infiltrazione sempre maggiore dell’autorità ecclesiastica nei gangli dello Stato, ma anche dalla capacità delle autorità laiche di superare lo shock secolare, determinato dalla caduta, nel 476, dell’Impero Romano d’Occidente; quindi sicuramente una rinascita, indiscutibile anche sotto l’aspetto culturale; l’importante però è non esagerarne gli effetti. Si tratta cioè delle prove generali della grande ripresa che si esprimerà in pieno solo dopo l’inizio del secondo millennio.
L’Impero dei Carolingi tuttavia è troppo legato alle capacità personali dei regnanti che si succedono; e così nell’887 crolla, preparando un secondo ciclo di invasioni chiamato “anarchia feudale”; vale a dire una serie di scontri ed ammazzamenti tra signori feudali per aggiudicarsi il potere. In una situazione confusa scende in Italia, Ottone I di Sassonia nel 962 diventa Imperatore, incoronato da Papa Giovanni XII, cosicché il Regno d’Italia propriamente detto termina, poiché, con il ritorno (dopo l’anarchia feudale) dell’Istituto dell’Impero, questa volta denominato Sacro Romano Germanico, l’Italia diventa a tutti gli effetti un feudo della corona tedesca (il termine “tedesco” si ritrova già in un documento del 786 d. C.).
Ottone I sembra essere più interessato al destino di Firenze di quanto lo fossero i suoi predecessori; a lui infatti si attribuiscono le prime disposizioni di legge che consentirebbero alla città di godere di una certa autonomia. In realtà ciò che veramente successe fu un accordo tra Ottone e il clero che reggeva la Firenze cristiana, che permise al clero medesimo di diventare più forte. Questo risultato non beneficiò direttamente la città, ma significò il rafforzamento dell’autorità del Vescovo, che si dimostrerà, in linea di principio, un alleato della libertà comunale. Ottone, dovendo gestire un territorio assai vasto, scelse un vicario per la Toscana che trovò nel Marchese Ugo che, innamoratosi di Firenze, decise di fissarvi la sua dimora.
Nel prossimo capitolo parleremo quindi di questo personaggio e dell’incredibile figura di Matilde di Toscana; per intenderci: quella famosissima signora che inflisse a Canossa un’umiliazione terribile ad un Imperatore; una donna dalle caratteristiche assai diverse da quelle a cui ci hanno abituato i testi scolastici…




Bellissima ed esaustiva disamina, Luca, su un periodo della storia della mia città (che nel cuore è anche tua) che non conosciamo bene. Fa capire come, in fondo, le dinamiche umane e politiche non fossero così lontane dalle piccinerie e dalle tracotanze dei “lorsignori” di oggi.