GENOVA E GEOPOETICA

di Kenneth White

(intervento reso al Festival Internazionale di Poesia di Genova lo scorso 15 giugno)

da www.ecologiae.com

Presentazione
Innanzitutto, buonasera a tutti.
Ho visto che nel programma del festival sono presentato come membro, rappresentante del Regno Unito.
In realtà, non ho alcun legame con il Regno Unito. Sono uno Scozzese-Franco-Europeo e un nomade intellettuale. Regno Unito è un termine geopolitico. Io penso in termini di geopoetica. La geopolitica si occupa delle relazioni di potere tra gli stati sulla scacchiera economica del mondo. La geopoetica si occupa della massima relazione potenziale tra l’essere umano e la Terra. La geopoetica è l’antidoto alla geopolitica.

Genova
Il mio argomento di oggi è «Genova e Geopoetica». Mettendo Genova al primo posto, non sto indicando che sia una sorta di respublica geopoetica per eccellenza. Sto piuttosto indicando che il luogo dove iniziare è quello in cui vi trovate. Se sono contrario al localismo, il quale è un senso ristretto di luogo, sono a favore della località – a favore dell’esplorazione ed esperienza della località. E qui a Genova esistono tracce e percorsi specifici di geopoetica: tracce che possono essere percepite, percorsi che possono essere ulteriormente approfonditi. Innanzitutto, esiste ovviamente l’itinerario di Cristoforo Colombo, come sottolineato nel suo Diario di bordo. Percepite la geopoetica, ad esempio, quando lui sente il verso degli uccelli di notte, e la mattina vede un uccello bianco « il cui nome non conosco ». Tuttavia, qui a Genova, non sono esistiti solo navigatori come Colombo e Caboto.
Mi viene in mente il cartografo genovese Pietro Vesconte, autore della più antica carta nautica conservata, fortemente geopoetica. A ciò si aggiunge la presenza di scrittori e pensatori mondiali qui a Genova. Nietzsche ha vissuto e pensato in Salita delle Battistine – uno dei più radicali analisti della cultura mai esistiti, e le cui parole finali sono state «Fratelli, rimanete fedeli alla Terra». Sempre qui a Genova, anche Paul Valéry è partito per un sentiero completamente nuovo, che inizia con la geopoesia. È una città che ho frequentato abbastanza nel corso degli anni, così come l’intera regione ligure. Già nel 2001 sono entrato in contatto con un progetto ambientale, ecologico, ad Arenzano. Inoltre, un Centro Italiano per la Geopoetica è appena stato istituito non lontano da qui, ad Alessandria. Pertanto, Genova è nel titolo molto più che per semplice allitterazione o cortesia diplomatica.

L’autostrada dell’Occidente
Adesso approfondirò la geopoetica.
Voglio iniziare la mia presentazione della geopoetica con la storia-strada su cui siamo tutti viaggiatori.
In qualità di poeta, non mi occupo di poesia come offerta personale o sociale, né come speciale forma di arte, bensì mi occupo di un intero movimento che allarga la mente e valorizza la vita, di cui la poesia, una certa poesia, una certa poetica, costituisce una parte vitale.
Ma passiamo all’Autostrada.
Se avessi tempo, inizierei la mia analisi della nostra autostrada della civiltà con Platone e Aristotele. Continuerei con il Medioevo. Poi il Rinascimento. Successivamente l’inizio della Modernità nel XVII secolo con Cartesio. Dopo ancora, la reazione contro la Modernità, ossia il Romanticismo.
È quello che ho fatto nei libri.
Oggi inizierò con Hegel.
Se fino a Hegel l’energia-fonte della cultura era Mito, Religione o Metafisica, da Hegel in poi il motore-forza della civiltà era la Storia.
Questa idea è stata tradotta nell’Autostrada con il mito del Progresso, con la P maiuscola.
Il progresso verso qualche forma di utopia è stato visto in maniera diversa secondo i diversi contesti politici e ideologici.
Nella Germania di Bismarck, continuata da Hitler, si trattava di un Grande Stato determinato al dominio imperiale.
Più a Est, nel territorio marxista-leninista, si trattava di uno Stato potente la cui missione sarebbe stata porre fine a tutti gli Stati e dare inizio al comunismo mondiale.
Nell’Occidente liberale, l’Inghilterra utilitarista, ecc., si trattava di un grande Supermercato di felicità per tutti.
II progetto imperialista tedesco è finito, fortunatamente, a Berlino e Berchtesgaden.
La luce della Stella Rossa si è spenta circa venti anni fa.
Rimane solo il Supermercato, ed è sempre più Super. Ma chi si aspetta che possa dare felicità? Inoltre, mostra segni di precarietà e pericolosità.
Il risultato di questo collasso generale è il contesto contemporaneo.

Il contesto contemporaneo
Ciò che contraddistingue il contesto contemporaneo è innanzitutto il suo essere ridotto più o meno a contemporaneità. Con poche informazioni sul passato e, per quanto riguarda il futuro, se non punkismo cieco, molta confusione.
Visto in maniera radicale, con rare eccezioni, si tratta di una cavità riempita di nullità. Con nullità, intendo una pletora di rumore insensato e immagini insignificanti. Più di questo, più di quello: libri (non-libri), film (film inconsistenti)… Circhi. Come alla fine dell’Impero Romano.
Un mondo che si disintegra.
Un ambiente che scompare.
L’individuo visto solo come consumatore – di qualsiasi cosa, compreso ciò che viene comunemente chiamato «cultura».
Gli unici valori: quelli quotati in borsa.
Un disorientamento fortemente radicato e frustrazione. La sua unica espressione: agitazione confusa o stupida violenza.
Esiste, sottolineo, un bisogno urgente di qualcos’altro.

Nomadismo intellettuale
La mente che vede le cose in modo più radicale e che è fuori per aprire altre prospettive è quella del nomade intellettuale.
Il nomade intellettuale è un intellettuale nomade.
Non è l’intellettualista idealistico della tradizione platonica.
Né l’intellettuale politicamente impegnato in stile Sartre.
Né l’intellettuale mediatico che commenta regolarmente gli eventi attuali.
Il nomade intellettuale attraversa territori e culture, aprendo un nuovo spazio di esperienza, pensiero e cultura.

Geopoetica
È stato mentre procedevo lungo la sponda settentrionale del fiume San Lorenzo, diretto in Labrador, come racconto nel libro The Blue Road, che mi è venuta per la prima volta l’idea di geopoetica.
Impiegando quel termine per designare uno spazio, ho visto sempre più aperture nel mio lavoro, sempre latente, ma ora in espansione.
Considerando la geopoetica come mezzo per aprire un grande e nuovo spazio generale, un grande e nuovo campo di lavoro (la parola “Labrador” contiene la nozione di lavoro: laborare), potenzialmente capace di rinnovare la cultura e, in definitiva, di fondare un mondo.
Perché chiamare questo metodo e questo campo «geopoetica»?
Affinché ci sia cultura nel senso profondo e duraturo del termine, deve esserci un consenso nel gruppo sociale su ciò che è essenziale. Esiste sempre un focus centrale e un’immagine. Nel Medioevo, sono la Vergine Maria e Cristo. Negli antichi tempi greci, è l’agorà, filosofica e politica. In una tribù paleolitica, è la relazione con gli animali, come nelle caverne dipinte. Ciò che voglio dire è che per noi ciò che oggi può rivestire questo ruolo e tenere le cose insieme è la nostra relazione con la Terra.
Da qui deriva il «geo» in questo neologismo.
Per quanto riguarda il termine «poetica», non lo impiego nel senso accademico di «teoria della poesia». Né lo impiego nel senso banale di «poetica» che copre qualsiasi cosa dall’effusione personale allo slam sociale attraverso poesia pura di un tipo o di un altro. Io lo impiego nel senso del nous poietikòs aristotelico, «intelligenza poetica»: una dinamica fondamentale del pensiero e un linguaggio potente, capace di veicolare gli elementi di una cultura.

L’intero campo
È importante comprendere che la geopoetica non è solo un nuovo tipo di letteratura. È applicabile a tutti i campi di attività. È un metodo di ricerca ed esplorazione, è un campo di convergenza.
È possibile vedere elementi di geopoetica, diciamo proto-geopoetica, in alcune aree della scienza, filosofia e arte del nostro tempo. È nella geopoetica che elementi di queste aree trovano il loro contesto vitale.
Einstein riporta il cosmo alla scienza, ma non ha toccato la cultura tranne in forma fantastica o astro-lirica. I fisici parlano di un «ascolto poetico della natura» con solo una vaga idea di cosa stanno dicendo. L’ecologia si riduce alla salvaguardia delle risorse. In biologia, una teoria come quella dell’essere umano come «sistema aperto» è marginalizzata. Un linguista può dire che l’uomo non è di fronte solo all’uomo, ma anche all’universo; tuttavia, la comunicazione continua interminabile solo al livello sociale, ridotta sempre più ai pettegolezzi.
Un filosofo parla di «distretti originari» di cui la filosofia non ha mai sentito parlare, un altro dice che la filosofia non si è mai collegata con l’esterno, ma i filosofi continuano a fare filosofia.
Alcuni poeti hanno creato uscite dal senso banale di poesia. Novalis parla della «scrittura» da vedere in nuvole, neve, sassi. Whitman dice di portare nella poetica «il respiro dell’oceano, l’ondulazione delle onde». Rilke afferma che l’obiettivo ultimo della poesia è «presentare la vastità, la varietà, la completezza del mondo sotto forma di prove pure». St. John Perse considera il mare come «modello dell’arte più grande». Di tali ampie visioni, molto poco è entrato nella poesia comunemente praticata.
In sintesi, la geopoetica fornisce un campo generale affinché il meglio e il più forte di tutti i campi possa stare insieme.

Prospettive
Possiamo cambiare il mondo ?
Non sono un ottimista idealista, né un predicatore di speranza vuota, né un profeta televisivo.
Sono un pessimista attivo, un possibilista.
Al momento, sono politica ed economia a governare il mondo. La loro miopia rasenta la cecità.
Potrebbe esistere un’altra politica ? Un’altra economia ?
Forse.
Forse anche la geopoetica potrebbe avere un effetto in tal senso.
Vedremo.
E certo che lavorare nel campo della geopoetica è ciò che fornisce maggiore interesse e piacere.

Grazie a tutti per l’ascolto.

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