di Saverio Bafaro
In occasione dell’uscita di John Halifax, romanzo della scrittrice inglese dell’Ottocento Dinah Maria Mulock (1826-1887), nota in patria ma ancora poco conosciuta tra il pubblico italiano, incontriamo il traduttore del testo per meglio chiarire chi fu l’autrice, per approfondire i retroscena dell’adattamento in italiano, svelando le trame e i valori che i lettori di oggi possono trovare nell’opera.
Chi è Daniele Tinti?
«Un cacciatore di bellezza. In letteratura, in fotografia, nell’abbigliamento. Per hobby, traduttore di romanzi inglesi inediti dell’Otto-Novecento.»
Come è iniziata la tua attività di traduttore?
«Del tutto casualmente. Sette anni fa lessi un saggio dedicato al romanzo Pelham, or Adventures of a gentleman di Edward Bulwer-Lytton, considerato da molti la Bibbia dell’eleganza maschile nel XIX secolo. Decisi di leggerlo in inglese, e quando scoprii che non era stato mai tradotto mi cimentai. Dopo un anno e mezzo di ricerche ne curai la prima edizione italiana (pubblicata da Excelsior1881, NdR), che si rivelò un caso editoriale. E da allora non ho più smesso di tradurre.»
Cosa ami di questo mestiere?
«Come dicevo, non è un mestiere ma un hobby qualificato. Entrare nella mente di un autore, cogliere il significato profondo di un’opera, farne proprio lo spirito e rimasticarla secondo il proprio gusto e la propria sensibilità: queste sono le sensazioni che amo di più. La traduzione consente di immergersi in una cultura lontana nel tempo e nello spazio. E poiché solo “entrando” in un’opera la si riesce a trasporre in modo fedele, il mestiere del traduttore può richiedere la stessa capacità di immedesimarsi che è richiesta agli attori di teatro.»
Parlaci del tuo ultimo lavoro: John Halifax. Romanzo d’amore e d’amicizia.
«Si tratta del romanzo più celebre di Dinah Maria Mulock, autrice inglese considerata tra le allieve predilette di Jane Austen ma fino ad oggi poco nota in Italia. Ambientato alla fine del Settecento, racconta dell’amicizia tra Phineas Fletcher, un ricco adolescente del Gloucestershire immobilizzato in carrozzina, e il povero ma intraprendente John Halifax, che diverrà un ricco e stimato industriale e un capofamiglia esemplare. La lotta contro la povertà, il matrimonio contestato di John e le vicende della sua famiglia ne fanno un romanzo commovente e attualissimo.»
So che hai fatto un viaggio sulle orme dell’autrice e delle ambientazioni del romanzo. Cos’hai scoperto?
«Il romanzo è ambientato in una cittadina dal nome di fantasia che ricalca fedelmente Teweksbury, il paesino fluviale del Gloucestershire dove la Mulock visse nei mesi in cui lo scrisse, e dove la sua memoria è oggetto di culto. Qui, a parte le automobili, le strade asfaltate e qualche edificio moderno, non è cambiato nulla: i suoi abitanti vivono e si comportano con gli stessi ritmi, la stessa familiarità, la stessa aria sospettosa verso i forestieri del 1780. Vedere ciò che Dinah Mulock vedeva mentre scriveva l’Halifax, percorrere le stesse strade di Phineas Fletcher, ricostruire attraverso i racconti della gente la vita quotidiana della Tewksbury di due secoli fa è stata un’esperienza indimenticabile, oltre che utilissima per la traduzione.»
Qual è stato il tuo apporto nel tradurre il testo? Cosa invece supponi sia andato perduto?
«A differenza di altri romanzi, l’Halifax ha richiesto un importante lavoro di riadattamento. Al momento di costruire il prodotto finale, con l’Editore chi chiedemmo: se Dinah Mulock lo avesse scritto oggi lo avrebbe scritto nello stesso modo? La risposta fu, ovviamente negativa. Così, per renderlo più avvincente e più adatto all’approccio dei lettori moderni, ho dato maggior rilievo alle vicende salienti e ridotto al minimo i molti interludi moralistici. Il tutto salvaguardando lo spirito e il messaggio dell’opera originale.»
Pensi che l’ideologia del libro faccia leva su di una certa lettura sociologica della trama sociale? Che dinamica gioca l’amore rispetto a queste pre-condizioni della società inglese dell’Ottocento?
«Come Jane Austen, la sua maestra e ispiratrice letteraria, anche Dinah Mulock prende spunto da una storia d’amore travagliata per denunciare le profonde ingiustizie dell’Inghilterra georgiana e mettere in evidenza la tragica impermeabilità delle sue classi sociali. Alla luce del mito protestante della nobilitazione attraverso il lavoro, l’impossibilità di cambiare la propria posizione sociale nella patria della Rivoluzione Industriale ne mette in luce tutte le contraddizioni.»
Quali credi siano le principali differenze tra i lettori che sancirono il successo del libro e quelli odierni? Che consiglio ti senti di dare a questi ultimi?
«Le vicende della famiglia Halifax commuoveranno i lettori di oggi come hanno commosso il pubblico di allora, che pure, per così dire, affrontava la lettura di un libro in modo più ingenuo. Il consiglio che mi sento di dare? Di abbandonarsi all’immaginazione tra le sue pagine, perché leggendo il romanzo compiranno un meraviglioso viaggio a ritroso nel tempo. E di tenere un fazzoletto a portata di mano.»

