di Francesco Gori
Anche un paradiso può essere amaro, anche un posto incontaminato, dove la natura dipinge con sole e mare i suoi abitanti, può essere teatro di tristi note. È quello che capita a George Clooney, interprete principe di Paradiso amaro, film del 2011 di Alexander Payne, regista noto per i fasti vinicoli di Sideways.
Matt King è un marito, padre ed esperto di diritto, fiduciario di una terra ereditata nell’eden delle Hawaii. La sua quotidianità viene sconvolta dall’incidente in barca della moglie, che batte la testa e va in coma. L’avvocato si trova ad affrontare il dramma col coraggio di chi non sa come fare. Però lo fa. Pensa alle figlie Alex – 17enne ribelle – e Scottie – 10 anni di simpatica infanzia -, porta avanti le pratiche per la vendita imminente del terreno che frutterà milioni, spera nella guarigione della sua Elizabeth per recuperare un rapporto in crisi. Ma il coma è irreversibile, le macchine che la tengono in vita vanno staccate come da testamento di lei, e il buon Matt deve dirlo alle sue bambine, ad amici e familiari. È parlando con la scontrosa Alex che scopre che la consorte lo tradiva, pronta a chiedere il divorzio.
Ed è qui che al dolore del protagonista va a sommarsi la rabbia. Babbo e figlie, accompagnati dall’amico di Alex (Sid), partono allora alla ricerca dell’amante – un agente immobiliare implicato nell’affaire hawaiiano -, fino a scovarlo nel luogo di vacanza. Qui avverrà l’incontro risolutore della storia tra Matt e il rivale in amore.
Payne si conferma regista di qualità, capace di far vibrare, accostando – come già nel precedente lavoro -, serio e faceto in uno spazio ristretto, confezionando un film di assoluta genuinità ed estrema umanità. Come quella di Matt, che annulla il passato e si riscopre padre adorabile, marito che esplica al meglio il proprio ruolo, persino nel momento della scoperta dell’adulterio. La vita coi suoi agguati improvvisi, la morte alle porte, il tradimento appunto. Temi forti sui quali durante la visione si riflette: come affrontare i baratri improvvisi? Meglio il vecchio detto “occhio non vede, cuore non duole”? E la rabbia dentro di noi, come canalizzarla? Ad ognuno le proprie risposte. Certo è che la scelta del regista sul “come” trattare questioni di tale importanza è chiara: con ironia, come da tradizione chapliniana. Qui siamo su un piano di leggerezza – non di pura comicità, certo -, ma quale miglior modo per allentare la morsa di avvenimenti drammatici?
Paradiso amaro propone un cast dove il piacione Clooney si dimostra attore di categoria, con le delicate fisionomie delle figlie (bella e brava Shailene Woodley) e lo scemo-non scemo Sid a completare una cornice perfetta.
Paradiso amaro è anche la dimostrazione cinematografica che il sogno idilliaco dell’isola incontaminata – felicità sotto le palme, comune a molte menti – non funziona se avvenimenti esterni ed interni non consentono la pace interiore. Che è indipendente dal contesto territoriale.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



Consiglio a tutti la visone di questo film intriso di umanità, delicato e intenso, allo stesso tempo. Alcuni dicono che non si capisce se è una commedia o una pellicola drammatica: secondo me, si capisce, eccome. Trattare un tema impegnato con relativa leggerezza è segno di grande maestria e intelligenza: come ha fatto quest’inverno anche il regista di “Quasi amici”. Decisamente azzeccate anche le scelte di una colonna sonora “lieve” e dei colori chiari delle riprese.
E’ vero, anche la colonna sonora è un segno inequivocabile della voglia del regista di affrontare con leggerezza il dramma