di Simone Gambacorta
Chiamo città calda una piccola città di provincia: parlo di città calda per un motivo climatico, stagionale, per come cioè mi appare in piena estate. Questa città è Teramo. Nella stagione invernale Teramo è fredda, in quella estiva è afosa: trovandosi vicino al Gran Sasso non meno che al litorale, tra luglio e agosto si svuota (letteralmente) per via dei riti della villeggiatura.
Non bisogna confondere questo svuotamento con quello della neve. Lo svuotamento che sembra si verifichi quando nevica è solo apparente: la gente “c’è”, ma resta in casa, non si vede. Lo svuotamento estivo è invece sostanziale: la gente “non c’è”, va via, spesso in un’abitazione di proprietà in una località marina o montana, il che rimarca il tratto culturalmente borghese della città.
Il silenzio della neve è la conseguenza di una “ritirata”, quello del sole di un “esodo”. I due silenzi sono diversi: il primo è simile al silenzio di una casa i cui abitatori stiano dormendo; il secondo è simile al silenzio di una casa abbandonata, anche se in questo caso non si tratta di un abbandono vero e proprio, ma di un distacco temporaneo dalla quotidianità, una sospensione: appunto una vacatio, una vacanza.
I “rumori fissi” del centro urbano (la sirena dell’ambulanza, il lavorìo dei mezzi della nettezza urbana, l’antifurto di un’automobile) si offrono così a percezioni diverse a seconda che si presti loro orecchio nell’una o nell’altra situazione.
D’estate, specie al pomeriggio, quando si percorrono le vie che costeggiano le banche o gli uffici, il coro meccanico delle sparse ventole e quello elettrico dei ronzii dei computer (il sommesso, capillare, respiro elettronico), li si coglie come una novità. Sono sibili sottilissimi che alludono a un’area sonora al di là dei rumori d’abitudine, una zona acustica inedita, ordinaria e tuttavia sconosciuta.
L’immobilità estiva della città si acuisce nel momento agostano e dà spazio a un’altra esperienza. Questa esperienza è ascrivibile alla tipologia dell’incontro e consiste nell’incrociare figure inconsuete. Si tratta di uomini e donne che camminano per strada o stazionano su una panchina: si muovono da soli; qualche volta, raramente, in coppia.
Sono figure disperse e “mai viste”. È raro che in un piccolo centro vi siano individui “mai visti”, tanto più se si tiene conto che in costoro nulla indica un “essere di passaggio”. Al contrario, in quell’attonito, innocente distacco che si legge nei loro volti, e che accompagna i loro movimenti, c’è un’implicita dichiarazione di appartenenza ai luoghi in cui li si incontra. Ma l’esercizio di questo diritto di residenza sembra essere connesso al mitigarsi di un horror pleni, al venire meno di una condizione di pienezza che forse induce a vedere nell’altro, negli altri, un’insidia, una minaccia, una ragione di spavento o di ritrosia.
Queste figure sono in generale trasandate, ma non recano i segni della povertà: appaiono come anime in pena, sembrano chiuse in un disagio, in una specie di autismo, in un reducismo da eguali e diversi traumi, da eguali e diverse ferite. Sono figure di solitudine a cui (verrebbe da dire) il tempo dell’afa concede l’ora d’aria vai a capire da quale castigo, da quale delitto. Al tempo stesso, sono un fatto, una verità, della città: sono parte del suo ventre, dei suoi ritmi.
Teramo ha un triste sodalizio con la follia. È testimoniato dall’incombere arruginito dell’ospedale psichiatrico dismesso anni fa. Il fatto, in termini di riuso dello stigma, potrebbe offrire una facile risposta a chi si domandi qualcosa su queste donne e questi uomini: ma dirli tutti sfuggiti alle inferriate, dirli tutti sfuggiti al «sorvegliare e punire» istituzionale, sarebbe ributtante come un processo sommario, come una condanna senza prove. Quindi dubito che una simile risposta possa ritenersi attendibile ed esaustiva.
Non dubito, però, di una sensazione che traggo dall’osservare queste persone: è una sensazione di inquietudine. Credo derivi dalla ritirata verbale che lasciano presumere d’aver compiuto: non fanno domande, non parlano con nessuno. Danno l’idea di segretare, o forse addirittura di rigettare, quanto raccolgono con la retina e col timpano. Tacciono.
C’è, in loro, la purezza disadorna, di mattinale e infantile innocuità, che talvolta fa da scia all’essere sopravvissuti, all’essere scampati, almeno in parte, almeno per ora, a un gorgo drammatico; e c’è l’aver accettato la residua motilità inerziale di quella porzione di vissuto come nuova condizione di prigionia, come condizione malinconica di esistenza.
Queste persone sono portatrici di un silenzio che non ha eco, se non quella, viene da immaginare, del passato che custodiscono e del presente a cui fanno sentinella. Sfilano rapide e lievi come ombre, e però, quando le si incrocia, il loro silenzio dà luogo a una specie di allucinazione. È un’allucinazione che si manifesta come un’onda d’urto inattesa e quasi inavvertibile: qualcosa che di fatto non si è certi d’aver percepito. Un istante minimo che lascia sospettare d’aver sfiorato il boato dell’ignoto, lo sparo di un’inconoscibilità assoluta.


