Siamo alla quarta puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del terzo articolo.
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Storia di Firenze: Ugo di Toscana e Matilde di Canossa
di Luca Moreno
Come ho annunciato nell’articolo precedente, vi presento Ugo di Toscana e Matilde di Canossa, due figure significative, utili a preparare la grande narrazione del Comune fiorentino, nella sua evoluzione sociale ed istituzionale.
Ugo di Toscana (953 – 1001) fu un funzionario fedelissimo dell’Imperatore, cui gli Ottoni avevano affidato il governo di una regione assai vasta che comprendeva, oltre alla Toscana, terre laziali, liguri, umbre e la Corsica. Con Ugo prosegue il processo di restituzione a Firenze del ruolo di città “capitale” della Toscana (che i Longobardi avevano affidato a Lucca) già favorita dagli stessi Franchi. Tra le figure positive dell’alto medioevo, Ugo di Toscana seppe imprimere alla sua amministrazione quell’impulso che avrebbe accelerato la ripresa dei commerci e della vita sociale, anche concedendo zone di autonomia ai territori da lui amministrati. In suo onore nacquero – coerentemente all’epoca in cui è vissuto – leggende, racconti e fantasie, utili a testimoniare il favore popolare nei confronti del personaggio, fondatore con la madre (e finanziatore) della Badia Fiorentina (figura 12).
La sua persona fu mitizzata al punto che quando nel XV secolo, Cosimo il Vecchio de’ Medici tenterà, su un progetto del Brunelleschi, di metter mano alla Badia per farla più bella (il che avrebbe comportato inevitabili distruzioni di alcune delle sue parti), si levarono proteste così vibrate da obbligare Cosimo ad abbandonare l’idea. Ancora oggi, dopo più di mille anni, il 21 dicembre si celebra la messa per la ricorrenza della sua morte.
Per capire bene il ruolo di Ugo di Toscana occorre collegarlo ad altri personaggi del tempo, quale Romualdo, fondatore nel 1012 del Monastero di Camaldoli nel Comune di Poppi, in provincia di Arezzo e Giovanni Gualberto, fondatore nel 1036 del complesso abbaziale di Vallombrosa nel Comune di Reggello, in Provincia di Firenze; entrambi saranno proclamati santi. Quest’ultimo non è esattamente coevo ad Ugo di Toscana, ma tutti e tre appartengono al periodo in cui si manifesta vigoroso un movimento di riforma religiosa, promosso dai conventi e sostenuto dal popolo minuto, detto Renovatio che combatteva la diffusa corruzione del clero e voleva riportare la Chiesa ai valori originari del Cristianesimo.
L’incontro di Romualdo – la cui opera sarà proseguita da Gualberto – con il Marchese Ugo di Toscana fu fondamentale, poiché Romualdo convinse il Marchese a donare gran parte dei suoi averi alla Chiesa fiorentina e a quei conventi che stavano lottando per il rinnovamento; ed acconsentendo a ciò Ugo anticipa la politica della sua discendente nel Marchesato, Matilde di Canossa, che come adesso vedremo attuò scelte analoghe favorendo così un indebolimento del potere imperiale e rafforzando, anche indirettamente, lo sviluppo dell’autonomia cittadina. Ugo di Toscana morì nel 1001, quasi a voler rifiutarsi di appartenere al nuovo millennio, che invece con la sua intelligenza egli seppe in qualche modo anticipare.
Dopo Ugo arrivarono in successione altri feudatari imperiali, finché titolare del Marchesato di Toscana fu Matilde di Canossa (1046 – 1115) (figura 13) donna imparentata con i Duchi di Svevia, di Borgogna e degli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima. […] Matilde fu una potente feudataria e ardente sostenitrice del Papato nella Lotta per le Investiture (XI – XII), confronto secolare tra le due massime autorità del tempo (Impero e Papato) che servì alla Chiesa medioevale per recuperare buona parte del controllo sulla nomina dei Vescovi. Il significato a lungo termine di tale confronto, conclusosi nel 1122 con il Concordato di Worms, è che con esso si pongono le basi per la progressiva divisione dei due poteri (laico e religioso) […]
Questo è il contesto nel quale si inserisce Matilde, donna di assoluto primo piano (per quanto all’epoca le “femmine” fossero considerate esseri inferiori) che nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio comprendente parte della Lombardia, dell’Emilia, della Romagna e la Toscana con centro a Canossa, nell’Appennino reggiano (figura 14).
Se ci soffermiamo su questa figura, non è per i suoi meriti di fondatrice di chiese (peraltro assai poco sostenuti da prove storiche) ma perché l’azione politica di Matilde di Canossa fu un vero volano per la nascita e lo sviluppo delle diverse realtà comunali che caratterizzeranno, dal XII secolo, molte delle città della nostra penisola. Matilde infatti si schierò in modo deciso dalla parte degli interessi del Papato, il che in questo periodo significava inibire le pretese dell’Imperatore, grande nemico dei Comuni medioevali.
L’iconografia tradizionale descrive Matilde come una specie di suora mancata; non fu così: Matilde fu una donna assai energica, alla quale non dispiacevano i piaceri carnali ed assai consapevole del suo ruolo e dei suoi doveri. Il celeberrimo episodio di Canossa del 1077 con il quale si celebra il (falso) pentimento dell’Imperatore Enrico IV, recatosi nelle terre della Contessa ad implorare dal Papa Gregorio VII un perdono del tutto interessato è costantemente enfatizzato nei libri scolastici; ma sono altri gli eventi importanti, come la decisione di Matilde, nel 1079, di donare al Papa tutti i suoi domini, in aperta sfida all’’Imperatore, visti i diritti che quest’ultimo vantava su di essi sia come Signore feudale che come parente prossimo della Contessa. Si trattava di una decisione assai spregiudicata, che provocò la reazione violenta dell’Imperatore, che riuscì a far deporre il Papa ma non a debellare la Marchesa, che anzi ottenne che città importanti come Milano, Cremona, Lodi e Piacenza passassero dalla sua parte. […]
La narrazione di questi avvenimenti è utile per capire che Matilde divenne per tutti i Comuni un punto di riferimento insostituibile. È in questo periodo infatti che le città cominciano a prendere coscienza della loro identità; a riflettere, anche se ancora in modo vago, su principi di giustizia e di libertà; a pensare a strutture organizzative di autonomia; è in questo periodo che si forma il concetto del lavoro inteso come strumento dinamico per trasformare la propria esistenza – filosofia questa, propedeutica alla nascita delle grandi organizzazioni delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri, che fra poco conosceremo; è sempre in questo periodo che anche a Firenze diventano sempre più numerose le torri, simbolo architettonico di crescita e dimostrazione dell’accresciuto potere e ricchezza di certe famiglie e della debolezza di altre; è ancora in questo periodo che il tessuto urbano si trasforma: le abitazioni tendono ad addensarsi in isolati abbastanza regolari che ricalcano in parte il reticolo romano per formare un centro dalle vie strette e anguste, in parte superando lo schema dato dalle insulae romane, ma spesso seguendo e riutilizzando le strutture rimaste degli edifici romani; si tratta cioè di un rinnovamento che mantiene ben salda l’impronta della città precedente, ma adegua quest’ultima alle nuove esigenze abitative e sociali. Questa espansione riguardò, in progresso di tempo, anche i borghi (cioè le aree esterne alla città propriamente detta) che cominciarono ad ampliarsi proprio in questo secolo prima verso meridione, poi progressivamente in tutte le altre direzioni.
Tutto ciò descrive un benessere di cui non si aveva traccia dai tempi dell’Impero di Roma; e la costruzione della quarta cerchia attribuita a Matilde (figura 4, 4 del contributo n. 2 Il tour delle mura medievali) è, più che un fatto certo dal punto di vista storico, il simbolo di questa crescita, ribadita anche dal definitivo recupero, da parte di Firenze, del suo ruolo di centro amministrativo. È sempre sbagliato, nei processi di rinnovamento secolari e di ampio raggio – come possono essere le trasformazioni economiche ed istituzionali – attribuire meriti eccessivi alle singole personalità; tuttavia rimane il fatto che Matilde fu simbolo e bandiera dagli effetti trainanti incalcolabili sulle azioni di uomini che vissero una congiuntura favorevole ai cambiamenti, quale fu quella che ebbe luogo negli anni di cui stiamo parlando. Quando, nel 1115, Matilde scompare, il Marchesato, che con mano così salda aveva saputo amministrare, è ormai una realtà feudale superata; un residuo del passato, tra l’altro privo di eredi diretti. Esso aveva svolto il suo ruolo storico di “resistenza” all’Impero e a favore delle diverse realtà cittadine; ma adesso proprio quelle città che erano vissute all’ombra della Grande Signora sentono di non poter più rientrare sotto le ali soffocanti di un Impero che Matilde aveva insegnato a combattere con fierezza. Lucca, Pisa, Siena, Arezzo e naturalmente la nostra Firenze si sentono adesso pronte a continuare la loro avventura, da sole, in autonomia e a qualunque prezzo.
Nel prossimo capitolo: il Comune di Firenze.



