di Alberto Giusti
In questi giorni si sta tenendo a Charlotte, negli Stati Uniti, la Convention Democratica che lancerà Barack Obama alla ricandidatura per la Casa Bianca. Sul palco si sono succeduti Michelle Obama, con il suo stile e la sua eleganza, e Bill Clinton, che ha tirato fuori tutte le sue doti di leadership per infiammare la folla, abbattere verbalmente i repubblicani e rilanciare il suo Presidente. Negli Stati Uniti si vota il 6 novembre: mancano due mesi all’Election Day, ma molto è già cambiato negli animi americani rispetto a un anno fa, e molto potrebbe ancora cambiare.
Dopo un inverno di primarie repubblicane che sembrava aver sancito l’inqualificabilità di tutti i candidati presentatisi, la figura di Mitt Romney è finalmente emersa, e il neocandidato alla presidenza è riuscito, in questi mesi, a riavvicinarsi nei sondaggi alle intenzioni di voto per Obama, tanto che oggi i due vengono dati praticamente alla pari. A causa del sistema elettorale americano, in cui contano gli stati in cui si vince più che il numero di voti in valore assoluto, Obama sarebbe ancora in vantaggio. Ma stiamo entrando nei mesi più caldi della campagna elettorale, e i repubblicani stanno tirando fuori le armi pesanti.
Una sentenza della Corte Suprema del 2010 infatti ha rimosso l’impedimento a finanziamenti milionari per i sostenitori dei candidati alla presidenza, e in queste settimane i PAC (Political Action Committee) repubblicani stanno raccogliendo una montagna di dollari. I super-ricchi americani staccano assegni milionari per Romney, perché Mitt ha promesso loro di non mettere mano a una politica cui invece Obama vuole porre fine: gli sconti fiscali sui redditi dei più ricchi.
Sembrerà infatti incredibile, ma la distorsione economica portata negli Stati Uniti da 30 anni di Reaganomics si riflette oggi in un’aliquota soltanto del 13% sui redditi dei multimilionari. Lo stesso Mitt Romney fa parte della categoria, e in un’America impoverita dalla crisi il suo portafoglio non è certo passato inosservato. Poco importa però ai repubblicani, da sempre i migliori cavalieri del neoliberismo, che propagandano l’idea ormai smentita dai fatti che l’arricchimento del singolo ricada poi sulla società.
Come se non bastasse, l’altro slogan della convention repubblicana a Tampa, in Florida, è stato l’abbattimento del piano sanitario di Obama, che ha dato copertura a milioni di giovani e anziani, e la persistenza degli sconti fiscali sugli alti redditi. I quattro anni trascorsi non sono certo stati anni di miracoli per gli Stati Uniti, anzi le sofferenze non sono finite, ma certamente Obama ha piantato i semi della ripresa, e la sua rielezione è l’unica chance perché il suo lavoro non sia stato vano, e per non commettere l’errore di mettere la soluzione della crisi nelle mani di chi le ha dato origine.
Molti osservatori affermano che con l’intervento di Bill Clinton, la campagna potrebbe essere ad una svolta. Il vecchio Bill ha ricordato agli americani ciò per cui hanno eletto Obama nella tornata precedente, ha ricordato loro dove i repubblicani avevano portato l’America, il debito pubblico da loro accumulato e l’ingiustizia sociale delle loro politiche. Change può tornare ad essere lo slogan dei democratici. Perché Obama non serve solo agli americani. Serve ad un mondo che non può permettersi un passo indietro sulla strada per fermare la follia finanziaria e l’egoismo di pochi.



