di Claudia Boddi
Talvolta capita di attraversare delle fasi del ciclo vitale, nelle quali sentiamo l’esigenza di modificare gran parte del nostro stile di vita. Come se scattasse una molla che ci spinge a intraprendere molteplici attività in maniera concomitante, rivoluzionando il nostro modo di vivere con nuovi interessi e abitudini. Quello che facevamo fino ad allora non ci piace più o non ci soddisfa in termini di rappresentazione di noi stessi. Ma, è noto, che i cambiamenti radicali che mirano a sovvertire tutti gli equilibri preesistenti e che non lasciano niente come prima, se non un ricordo sfocato di quel che è stato, servono realmente a cambiare poco.
I modi di vivere gli eventi dell’esistenza e di rapportarsi ad essi, così come i sistemi valoriali e l’elaborazione dei significati sono elementi talmente profondi dell’Io che non possono essere trasformati solo per mezzo di modifiche esterne relative allo stile di vita. A maggior ragione, in un’epoca come quella che stiamo vivendo, nella quale la modernità la fa da padrone, le identità individuali non sono più date alla nascita ma vere e proprie acquisizioni sociali. Il fatto che capiti a quella molla di scattare per attivare mutamenti che riteniamo significativi rimane comunque indice della volontà di volercela fare a tutti i costi, in molti casi, per dimenticare un passato doloroso. Dovremmo quindi liberarci dall’abitudine di ragionare soltanto in termini di agiti collettivi e di individui anonimi: il problema della costruzione (individuale) dell’identità personale accomuna ognuno di noi e su questo, molti studiosi hanno dato interessanti indicazioni e scritto passi illuminanti.
Come queste righe di Goffman, del 1979, in “Espressione e identità”:
“Tante volte mi dimenticai quello che avevo visto nello specchio. Non riusciva a entrare nella mia mente e a diventare parte integrante di me. Mi pareva che tutto ciò non mi riguardasse. Era soltanto un travestimento ma non di quelli che si scelgono volontariamente per ingannare gli altri sulla propria identità. No! Quel travestimento mi era stato imposto senza il mio consenso, senza che me ne rendessi conto, proprio come accade nelle favole, e il primo a non avere un’idea chiara della mia identità ero proprio io! Guardai nello specchio e fui terrorizzato perché non mi riconobbi. Là dove stavo in piedi, con quella mia persistente esaltazione romantica come se fosse una persona fortunata a cui tutto fosse possibile, vidi un estraneo, una piccola, pietosa, mostruosa figura e un viso che era diventato doloroso e rosso di vergogna. Era soltanto un travestimento ma lo avevo addosso per tutta la vita. Era là, era là, era vero. Tutti questi incontri con me stesso erano una mazzata. Tutte le volte mi lasciavano immoto, con la testa che mi girava e privo di ogni sensibilità, finché lentamente, cocciutamente, la mia illusione dura a morire, la mia illusione di benessere e di bellezza tornava a impadronirsi di me e io dimenticavo l’irrilevante realtà e di nuovo mi trovavo impreparato e vulnerabile di fronte a essa”.
Leggendo i vari testi e frammenti che mi sono capitati sotto mano in questi anni, mi è spesso venuta in mente l’immagine di un elastico quando pensavo al concetto di identità e ad altri a essa correlati. L’identità di ognuno di noi è come un elastico perché si deforma, si allunga o si restringe a seconda di quello che ci mettiamo dentro. Può contenere un po’ di tutto, comprese esperienze e vissuti contraddistinti da segni opposti, l’importante è che tra le varie parti di noi rimanga sempre aperto un dialogo fluido e costruttivo che consenta loro di armonizzarsi e di integrarsi come si richiede ai vari strumenti che compongono un’orchestra.



I cambiamenti radicali a cui fa riferimento Claudia di solito sono uno specchio per le allodole: cambiare Paese, indirizzo professionale o altro può essere un potentissimo palliativo per colmare delle lacune, ma pur sempre un palliativo.
Viceversa, dei piccoli cambiamenti possono fungere da simbolo per marcare un capitolo della propria vita che finisce e un capitolo nuovo che comincia.
In Giappone, per esempio c’è l’usanza di tagliarsi i capelli quando una relazione sentimentale finisce: ci può stare, se uno lì per lì sente il bisogno di cambiamento, perché in tal caso il cambiamento è talmente minimo e temporaneo (i capelli ricrescono) che tutto sommato non può avere contraccolpi.
Per il resto, a volte sarebbe più intelligente cercare di valorizzare ciò che si ha piuttosto di anfare alla ricerca di qualcosa di nuovo.