di Emiliano Morozzi
“Il cacciatore di nazisti”: questo era diventato nell’immaginario collettivo il soprannome di Simon Wiesenthal, l’uomo che dopo essere sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti passò il resto della sua vita a raccogliere documenti e informazioni su tutti quegli appartenenti al Terzo Reich che erano riusciti a sfuggire alla giustizia.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Wiesenthal viveva nella città polacca di Leopoli, che fu occupata dalle truppe sovietiche secondo il piano di spartizione segreta della Polonia stabilito nel patto Molotov-Ribbentrop. Perseguitato dalla polizia segreta sovietica, fu costretto a lavorare in fabbrica per sopravvivere e quando la Germania diede il via all’Operazione Barbarossa, Leopoli fu una delle prime città a cadere. Wiesenthal fu immediatamente deportato e questo paradossalmente fu la sua fortuna: nei giorni successivi alla conquista infatti Leopoli fu messa a ferro e fuoco dalle SS e da collaborazionisti, e la popolazione ebraica residente fu quasi completamente sterminata nel corso di giganteschi pogrom. Rinchiuso nel campo di sterminio di Mathausen, Wiesenthal riuscì a sopravvivere, debilitato nel fisico ma non nella mente, e quando gli americani liberarono il campo, cominciò fin da subito a collaborare con loro per raccogliere informazioni contro i gerarchi nazisti alla sbarra a Norimberga.
Qualche anno dopo fondò insieme ad alcuni amici a Linz il “Centro di documentazione ebraica”, un’associazione che aveva il dichiarato scopo di raccogliere informazioni contro i criminali nazisti sfuggiti alla giustizia: non fu una caccia, non era lui il cacciatore e gli sgherri del Fuhrer povere bestioline indifese, ma era stato lui la vittima e belve sanguinarie le persone a cui dava la caccia, col solo scopo di assicurarle alla giustizia. Alcuni lo accusarono di essere un millantatore, in Austria gli voltarono le spalle anche i partiti socialdemocratici, in un paese che non aveva mai abiurato fino in fondo il proprio sostegno a Hitler e ciò lo costrinse a chiudere la sua associazione per un certo periodo. Wiesenthal però continuò il lavoro per proprio conto, e le informazioni che fornì al Mossad per la cattura di Eichmann, colui che mise in atto la “soluzione finale”, fecero risalire la sua popolarità e gli permisero di riaprire il centro. Nel corso della sua vita, Wiesenthal contribuì alla cattura di molti criminali nazisti: Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo che arrestò Anna Frank, Franz Stangl, direttore dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, e nove dei sedici responsabili degli eccidi di Leopoli, quando la città fu messa a ferro e fuoco dalle SS e la popolazione ebraica massacrata.
Quando nel 2003 decise di ritirarsi, disse che la sua missione era compiuta: c’era ancora qualche criminale in libertà, ma sarebbe stato troppo vecchio e debole per affrontare un processo. Un gesto di umana pietà, quella che non avevano avuto i carnefici dei campi di sterminio.

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L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Nel 2003 Wiesenthal aveva 95 anni: forse era troppo vecchio e debole anche lui per continuare la sua battaglia.
Cinicamente, ci vedo più fisiologia che umanità.
Al di là di quali fossero le vere ragioni del ritiro, resta il fatto che senza il suo contributo, tanti criminali nazisti sarebbero rimasti in libera circolazione. D’altronde, in nome della realpolitik, sono state insabbiate vicende decisamente atroci come i gulag, le stragi naziste (basti pensare al cosiddetto “armadio della vergogna”) o i massacri compiuti dai giapponesi in Manciuria per studiare nuove armi batteriologiche.
Bravo Emiliano, e complimenti per l’onestà intellettuale di sempre.
Sull’età, beh, a 95 anni uno i remi in barca li vuole anche tirare, certo…