di Giorgio Càeran
Da Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino (Giorgio Nada Editore)
29 agosto
Sono a contatto stretto con la miseria nuda e cruda. Naturalmente l’acqua non è potabile, ma viene prelevata direttamente dal torrente e mi è offerta di continuo. Ovunque l’odore è poco invitante.
Carico la Vespa sul camioncino e lascio Uludere. A cento chilometri da Hakkâri ha termine il passaggio offertomi. In una caserma ricevo un invito a pranzo. Il cibo è schifoso, e il bere non è migliore. Per la fretta, durante l’operazione di scarico della “Gigia” e dei bagagli, ho dimenticato le due borracce sul furgoncino.
Ottengo un altro passaggio fino a Hakkâri. Mi vengono donati melone e uva, in vendita in certe capannucce ricoperte di ramoscelli e foglie secche. Un’intera giornata se ne va tra buche infide, salite e discese da capogiro, passi con altitudini superiori ai duemila metri, curve terribili, sassi, pareti rocciose incombenti, strapiombi da incubo! Il camioncino rasenta di pochissimi centimetri alcuni spuntoni di roccia che sporgono dalla parete laterale e da quella superiore: sembra che stiano lì apposta, quasi nell’attesa di crollare sul tratto stradale… magari proprio nel momento in cui passa qualcuno.
Al crepuscolo giungo a Hakkâri. Il pedaggio costa 100 lire turche (una per ogni chilometro). Il famoso meccanico che mi avevano segnalato è in realtà un… orologiaio! Afferma però di essere un “very good mechanic”. M’invita a cena e mi paga una nottata in un hotel sprovvisto d’acqua. Sono a 1.650 metri d’altitudine.
Il giorno successivo, rinfrescato, litigo con il presunto meccanico che ha ridotto male lo scooter e che stranamente ha “perso” due miei cacciavite, uno spazzolino per la candela e la carta vetrata. Mi faccio rimborsare 120 lire turche. Povera Vespa! Porto mezzo e bagagli negli uffici della polizia locale.
Ragazzini molesti mi hanno messo fuori uso le marce e la trombetta, hanno manomesso il portapacchi anteriore, i fanali, lo specchietto retrovisore e le valigie. Sono costretto a fermarmi fino a giovedì, sistemato in un locale semivuoto della polizia. Dormo come sempre nel sacco a pelo steso sul pavimento. Quante mosche! Preciso che, a parte gli spiacevoli incidenti descritti, nel complesso sono accolto positivamente dai nativi.
Una famiglia m’invita a cena, altri mi offrono un’infinità di tè (çai) e di limonate calde (orlet) serviti in bicchierini a forma di tulipano. Non si usa il cucchiaino per mescolare il tè, invece si avvolge nella lingua una zolletta di zucchero e contemporaneamente si beve. Bisogna però stare particolarmente attenti che lo zucchero non si sciolga subito al primo sorso, perché serve anche per le bevute successive: l’abilità, o l’esperienza, sta proprio in questo… e non è semplice.
Escludendo l’acqua, che è un vero brodo da colture, è tutto abbastanza gradevole e sostanzioso, mentre i succhi di frutta (ersù) sono un’ottima bevanda. Strano ma vero, mi viene offerta una gustosissima cena in una caserma. Alla sera non “rincaso” mai prima delle due della notte. I venditori del mercato operano fino a tardissima ora e poi, finite le operazioni commerciali, lì si coricano in mezzo alle loro merci.
Le mie fototessere (che mi raffigurano capellone) piacciono molto, chissà perché, tenendo conto che non ho il viso tipico dei divi del cinema, anzi… Un giovane mi regala un coltellino tascabile. Fra l’altro conseguo successo, come in Italia, con i miei giochi d’abilità con il mio coltello a lama fissa: scopro che questa mia capacità fa breccia dentro di loro, rendendomi così parecchio simpatico agli occhi dei nativi. In pratica, la bravura maggiore consiste semplicemente nel posizionare la mano sinistra immobile su un tavolaccio, mentre con la destra mi muovo velocemente con il coltello colpendo con forza il legno negli spazi lasciati vuoti dalle dita divaricate. L’importante è non colpire le dita, è ovvio! Una cosa è certa: chi sa maneggiare bene un coltello qui è molto apprezzato e tenuto in gran considerazione.
I ragazzini, pur di guadagnare qualcosa, vorrebbero lucidarmi gli stivali e i sandali. Apprendo che il personaggio italiano qui più famoso è Sofia Loren. Foto ingiallite dell’attrice sono vezzeggiate, baciate e strofinate sui larghi pantaloni. Rimanendo in tema di cinematografia, sono perfino invitato ad assistere a un film e la cosa buffa è che, ogni spettatore, porta con sé una sedia di legno impagliata, dato che il locale n’è sprovvisto. Ovviamente io di sedie non ne ho, ma c’è una persona ben disposta a prestarmela: poi, a film concluso, ognuno, compreso il sottoscritto, si riporta a casa la propria sedia. Sono invitato anche a giocare a carte e alla dama turca, a fumare l’hashish clandestinamente, a ballare danze curde, a cenare in un ristorante, a bere e a mangiare un po’ ovunque. Apprendo che “amico”, in turco si dice “arkadas”.
A Hakkâri, ripeto, a parte il malaugurato episodio del primo giorno, mi sento a mio agio. La gente mi saluta volentieri e ciò mi stimola ancor di più a gironzolare per ore e ore, soffermandomi qua e là a chiacchierare con quanti m’intrattengono, spinti forse dalla loro stessa curiosità. Mi piace assai vagare per le strade polverose e brulicanti della cittadina, abbandonandomi a una sorta di pigrizia mentale, cacciando da me i vari problemi concreti.
Il nuovo Blog di Giorgio Càeran il cui titolo è omonimo al libro “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto” lo trovate a questo indirizzo –> https://caeran-libro-da552pagine.blogspot.com/


