di Angelo Ricci
C’è un rapporto stretto, drammatico, quasi placentare fra chi narra la sofferenza di chi scrive e chi, appunto, scrive. L’atto stesso del raccontare e del raccontarsi vive di angoscia, di afflizione, specialmente nel condiviso divenire dell’incertezza di un accoglimento da parte di chi, l’editore, è arbitro insindacabile di approvazione.
Tanti, quasi infiniti, sono i romanzi che hanno per oggetto questa angoscia, questa afflizione, questa dolce e terrificante sofferenza. Come non pensare al John Fante di Chiedi alla polvere o a quel monumento assoluto dell’avventura totalizzante dello scrittore che è il Martin Eden di Jack London.
92 Giorni non è l’epifania sicura del futuro successo letterario che talvolta troviamo nella certezza di certi scritti di Hemingway o di Henry Miller, no. 92 Giorni porta in sé il peccato originale di quel tranquillo sconforto che tanta parte ha in certe pagine di Carver, di Bukowski, di Brautigan.
Una narrazione affilata che non lascia spazio al superfluo, all’inutile, ma che invece guarda senza timore alcuno in quell’abisso di fallimento e di entusiasmo che costituisce, deve costituire, il necessario nesso causale che porta chi scrive a essere comunque parte del mondo, ma di quella parte che lotta per non subire, di quella parte che lotta semplicemente per raccontare.
Consigliato assolutamente a tutti coloro i quali hanno un libro nel cassetto.


