L’INTRODUZIONE DI OGM IN ITALIA: MAIS GENETICAMENTE MODIFICATO ED UE

di Evi Mibelli

L’Unione Europea sta con le multinazionali. Con buona pace della biodiversità, della Natura ‘snaturata’, della sovranità nazionale, del diritto alla salute e di molto altro.

Parliamoci chiaro, la favoletta per cui producendo sementi capaci di resistere agli attacchi degli insetti, delle muffe, delle malerbe, degli erbicidi e – aggiungiamoci – degli alieni, si potranno garantire produzioni agricole rigogliose da cui ricavare cibo per l’intero pianeta, non regge.

Il mais OGM MON810 (valterbinaghi.wordpress.com)

È questo l’argomento con cui ci bombardano – in forma estremamente sintetica e spicciola – le grandi multinazionali della chimica e i loro vassalli sparsi nelle Istituzioni e negli schieramenti politici di ogni Paese. La verità è un’altra ed è già stata smascherata da tempo. Tuttavia la pervicacia con cui anche in tempi recentissimi l’UE ha vietato agli Stati membri di opporsi all’introduzione di OGM nelle coltivazioni nazionali la dice lunga. Il Mais MON810 insegna (MON sta per Monsanto). Non sono mancate e non mancano vivaci opposizioni da parte di alcuni stati dell’unione quali Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Bulgaria, Grecia e Ungheria che hanno avanzato ricorso e adottato una linea durissima nei confronti del mais geneticamente modificato, linea poi giudicata illegittima dalla Corte di Giustizia Europea. Come la giri, si ritorna al punto di partenza. E a confermare questa linea di condotta l’ultimissima sentenza europea – proveniente dalla stessa Corte di Giustizia – che apre definitivamente l’Italia al mais della Pioneer. Ovviamente OGM. Nel frattempo, già nel dicembre scorso, la Commissione ha approvato l’introduzione di tre nuove tipologie di mais e una di cotone, tutti OGM, ignorando l’opposizione dei governi europei.

La politica dell’Unione – appare chiaro – è volta a favorire la conquista del mercato da parte delle “grandi sorelle” della chimica. La ricerca biotecnologia non punta a migliorare i valori nutrizionali ma a rendere le colture resistenti e ‘intensive’, massimizzando il profitto senza alcuna attenzione alla qualità e alla salubrità del prodotto.

Il risultato resta la consegna di un intero settore – quello agroalimentare – a un mercato monopolistico che punta a ridurre al silenzio l’autonomia e l’identità di interi patrimoni di biodiversità vegetale (e che ha permesso anche la costruzione di identità alimentari straordinarie) dove la sopravvivenza degli operatori è legata esclusivamente a metodi di coltivazione intensivi e a sementi OGM, coperte da brevetto e quindi utilizzabili solo dietro pagamento di lucrose royalties alle multinazionali che le producono. In pratica, la decantata azione umanitaria – della serie con gli OGM si vince la fame nel mondo – si trasforma in un ricatto senza via d’uscita.

Molte sono le ragioni per fare ‘barriera’ allo strapotere delle multinazionali. Ma una fa leva su qualsiasi altra: la salute. Sono numerosissimi gli studi condotti su questo tema. E ha fatto scalpore l’ultima condotta in Francia e comunicata ufficialmente la settimana scorsa. Lo studio uscito su “Food and Chemichal Toxology”,  il 19 settembre, certifica i risultati di un lungo esperimento che ha misurato il forte incremento dei casi di tumore su un campione di animali da laboratorio (n.d.r sono contraria alla sperimentazione animale e non me ne voglia chi come me condivide questa posizione, ma in questo contesto non va ignorata la notizia anche solo per le implicazioni) con OGM, più precisamente con mais NK 603, rispetto ad animali che hanno mangiato mais “naturale”. Una ricerca cominciata nel 2006, diretta da Gilles-Eric Séralini dell’Università di Caen. Gli animali trattati con mangime OGM hanno registrato una presenza di tumori variabile dal 50% all’80% nelle femmine contro il solo 30% di quelle non trattate. Per di più i tumori OGM sono più voluminosi e crescono più in fretta, portando rapidamente alla morte. Rocambolesca, poi, è la modalità con cui la ricerca è stata condotta al fine di non insospettire la multinazionale del mais analizzato. Gli animali OGM hanno sviluppato un numero di tumori che sta tra il doppio e cinque volte il numero di quelli che affliggono le cavie non OGM. Fondamentale in questa ricerca è stato il tempo lungo di sperimentazione, quasi  l’intero ciclo vitale degli animali presi a riferimento, Sino ad oggi – casualmente – le ricerche si limitavano a pochi mesi. Un protocollo ‘dubbio’ accettato supinamente dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per finire con gli organismi europei emanati dalla UE.

Sarà interessante, a questo punto, capire come le rapaci multinazionali sferreranno il proprio attacco per evitare che la notizia dilaghi. Anche se, a giudicare dall’interesse e dalla massiccia campagna di diffusione ad opera dei media francesi, la questione sarà tutt’altro che facile da tacitare. Un’azione che coniuga in modo esemplare scienza e democrazia. Un ultimo dato: questa ricerca costata 3,2 milioni di euro non ha ricevuto 1 solo euro di finanziamento pubblico nazionale o europeo. Non certo una bella figura per la UE la cui ‘disattenzione rispetto agli OGM risulta una forma di ammissione della propria collusione con gli interessi dei big della chimica. Nel frattempo l’Efsa (Autorità di sicurezza alimentare nazionale ed europea) è in allerta e sarà sollecitata a produrre una sua valutazione del nuovo studio. Solo successivamente, l’Esecutivo Ue prenderà provvedimenti. Altro tempo perso e un bel paracadute per continuare a dire NO alle richieste che fioccheranno da parte dei vari governi degli stati membri di sospendere le autorizzazioni attuali di OGM in Europa.

Nel frattempo, in Italia, nulla di tutto ciò viene trattato dai media ufficiali. Ma non sorprendiamoci. In fondo Clini era aperto agli OGM in Italia… E il nostro attuale Governo è palesemente contrario al Km zero. Che, in parole povere, significa non favorire la produzione agricola locale e la valorizzazione del patrimonio del territorio.

Un messaggio di speranza, arriva però da Vandana Shiva che un anno fa presentò a Roma il rapporto “The Gmo Emperor has no clothes” nel quale si svelano le false promesse delle biotecnologie concludendo che gli OGM in agricoltura sono un fallimento.

Il rapporto raccoglie centinaia di ricerche, studi ed esperienze sul campo condotte in tutto il mondo da ricercatori e scienziati. Il lavoro è coordinato da Navdanya International, l’associazione fondata dalla stessa Vandana Shiva nel 1991 (questo rapporto che è disponibile sul sito di Navdanya International) .

Nel dossier sono svelate le false promesse delle biotecnologie: gli OGM non aumentano le produzioni e i raccolti, non diminuiscono l’utilizzo di sostanze chimiche, non migliorano le difese contro i parassiti e gli infestanti. In compenso devastano la biodiversità; impoveriscono gli agricoltori che vogliono produrre secondo ‘Natura’, modificano le specie viventi, uccidono animali (vedasi, per esempio, il dramma delle farfalle Monarca, in via di estinzione).

È giunto il tempo per pretendere l’etichettatura degli OGM, aiutare a salvare i semi, investire nel futuro sostenendo progetti locali legati al cibo OGM-free e prodotto in maniera sostenibile.

La battaglia è ancora all’inizio. Molto dipenderà dalla coscienza di tutti e da una ri-conquistata consapevolezza del significato profondo della parola democrazia. Dal basso, però.

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