di Claudia Boddi
Chi non ha avuto esperienze personali, come qualche congiunto audioleso in famiglia o chi non lavora nel settore sociale, forse non ha mai sentito parlare della “LIS” – lingua italiana dei segni – se non al tg2 nell’edizione appositamente realizzata, con l’interprete che traduce le notizie nel riquadro a fianco a quello della giornalista che le legge. Questo codice, ormai molto diffuso in Italia e condiviso dall’intera Comunità Sorda, da anni reclama la sua ufficialità e aspetta che i disegni di legge finiti in fondo ai cassetti di alcuni parlamentari, vengano rispolverati e riletti per andare in questa direzione.
La Comunità Sorda è un massiccio gruppo composto da persone non udenti, figlie di una storia e di una tradizione culturale specifiche che le caratterizzano e ne fanno un elemento importante di ogni società in cui è inserito. Al contrario di altri tipi di disabilità, la sordità è una problematica con la quale si può più facilmente familiarizzare e, attraverso sostegni e servizi adeguati, è anche possibile aiutare le persone audiolese a costruirsi una vita all’insegna dell’inclusione sociale anziché rimanere ai margini come stigmatizzati o derelitti. Molte persone sorde, infatti, hanno un lavoro e una sfera privata soddisfacenti; escono con gli amici o si ritrovano in centri di aggregazione a ballare e (visto con i miei occhi) c’è anche qualcuno che riesce a suonare la batteria.
Fino a cinquant’anni fa, per i sordomuti erano predisposti percorsi paralleli, a partire dal sistema scolastico che prevedeva che un anno venisse ripetuto due volte, anche se i risultati erano in media con quelli degli altri membri normodotati della classe. Oggi, per fortuna, non è più così e i bambini sordi possono assolvere regolarmente all’obbligo scolastico. È noto anche come in passato i sordomuti fossero relegati in classi specializzate o “speciali” e non potessero avere accesso agli insegnamenti del curriculum di studi ordinario.
Se approfondiamo l’argomento, andando un po’ indietro nel tempo, colpisce anche come ieri, la lingua dei segni fosse patrimonio solo degli uomini e delle donne di chiesa: dovremo aspettare fino al XIX° secolo prima che il codice gestuale passi dalle mani uniche del clero a quelle dei civili. Fino ai giorni nostri, quando la lingua dei segni ostenta la sua esistenza e pretende legittimazione: ha una sua grammatica, una sua articolazione morfologica ed è usata per mettere in comunicazione fra loro un numero sempre maggiore di individui.
Nel 2011, la legge che doveva garantire l’applicazione della LIS era passata alla Camera del Senato ed era arrivata a quella dei deputati per la votazione finale ma poi si era improvvisamente fermata e nessuno ne aveva avuto più alcuna notizia. Si tratta della legge 4207 che da allora giace nelle scrivanie di qualche membro della Commissione affari sociali.
Come denuncia a “Pubblico”, Tiziana Gulli – appartenente al movimento “LIS subito” – nel 2009 l’Italia ha ratificato la convenzione dell’ONU sui diritti dei disabili: e allora dov’è l’esecuzione della ratifica in merito a questo tema?




La lingua italiana dei segni deve avere riconoscimento e status giuridico come una qualunque lingua di minoranza presente sul territorio nazionale.
Ma per motivi vari e che andrebbero ammessi e contrastati, mentre si tutela lo sloveno o il grecanico e altre lingue del genere niente di niente per la lingua dei segni.
E’ folle, ingiusto, antistorico e antisociale
Tema di importanza cruciale. Dice bene Claudia quando evidenzia la differenza tra la sordità e altri tipi di handicap come barriera a una piena inclusione sociale.
Da un punto di vista professionale, un non udente non potrà fare il centralinista, ma può svolgere praticamente qualsiasi altro mestiere, dal medico al manovale, dall’avvocato al falegname. Un ventaglio di possibilità di cui una persona costretta su una carrozzina, purtroppo, non dispone.
Fuori dal lavoro, le persone sorde non solo riescono agevolmente a trascorrere in compagnia ai pub o a praticare sport, ma come si dice nell’articolo riescono ad andare a ballare (sfruttando le vibrazioni), vanno al cinema o a teatro.
La piena integrazione delle persone affette da sordità non è solo un passo imprescindibile nel nome dell’equità sociale ma, più cinicamente, è uno strumento per sfruttare delle risorse potenziali veramente importanti, un giacimento di talenti e forza lavoro che è semplicemente sciocco dissipare.
Un’ultima battuta sul versante politico. Perché tanta inerzia da parte delle istituzioni? Per menefreghismo, idiozia o cattiveria?
Io non credo. Penso che il problema affondi le radici in un’Italia culturale ridotta a pezzi, corrosa dall’analfabetismo di ritorno promosso da una pigrizia mentale in forte ascesa.
Pochissime persone, alle nostre latitudini, leggono più di 2 libri all’anno; la conoscenza dell’inglese, in Italia, è risibile se confrontata soprattutto con quella dei Paesi del Nord Europa. Lo stesso italiano è conosciuto in maniera approssimativa ai più, che confondono con facilità congiuntivi e condizionali.
Attribuire la giusta dignità di lingua ufficiale al LIS cozzerebbe contro il trend di decadenza verso il quale ormai siamo precipitati.
Grazie a entrambi per le preziose integrazioni ai miei spunti