di Giovanni Agnoloni
(articolo uscito su “Il Corriere Nazionale” in occasione degli ultimi Europei di calcio di Polonia e Ucraina)
Spesso si dice che le città dell’Est sono tristi. Ed è vero che Varsavia, distrutta quasi interamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presenta sprazzi di malinconia figli di tempi in fondo non lontani. Eppure la capitale polacca, culturalmente all’avanguardia in Europa, oggi è anche molto altro.
Ci arrivo in treno. Esco dalla stazione e mi trovo subito a contatto con la sua prima “stranezza”: l’avere un centro che non è il centro (storico). La stazione ferroviaria principale sorge infatti in un grande piazzale che di fatto costituisce il cuore della città. Un cuore moderno e apparentemente freddo, ben diverso dall’aura di cui si ammanta la Città Vecchia, più a nord. L’attività qui ferve su tanti livelli, soprattutto commerciale e finanziario. E qui si trova anche il Palazzo della Cultura e della Scienza, colosso di epoca socialista alto oltre cento metri, con teatri, cinema e una terrazza panoramica, che sembra una guardia di picchetto alla memoria di un’epoca grigia, per fortuna finita.
Poi mi dirigo a nord, lungo l’arteria di Ulica Marszałkowska, per poi girare a destra in Świętokrzyska. Percorro l’ampio viale fino a svoltare nel Krakowskie Przedmieście, via storica semipedonalizzata. La sensazione è di spiazzamento temporale, perché da una capitale moderna vengo teletrasportato in un alone di storia postuma: gran parte di questi edifici è stata infatti ricostruita dopo l’ultima guerra. Gli edifici sono per lo più barocchi. Il Palazzo Presidenziale, l’Università di Varsavia, l’Hotel Bristol e la Chiesa della Santa Croce sono quasi visioni cristallizzate lungo un invisibile tapis roulant.
Procedo fino a ritrovarmi nell’ampia spianata davanti al Castello, con la colonna dedicata al Re Sigismondo III Vasa, risalente al 1644. L’aria qui è come rarefatta. Il Castello, di fronte, si erge nella sua mole rossa, dietro la quale, a breve distanza, si può raggiungere il fiume Vistola. Sul lato opposto della piazza iniziano le case della Città Vecchia (Stare Miasto), con la loro aura di museo a cielo aperto e i colori caldi che sanno di Nord e insieme di tranquillo focolare. Mi inoltro al loro interno lungo Ulica Świętojańska che, come il nome preannuncia, passa accanto alla Cattedrale di San Giovanni. Il Rynek Starego Miasta (Mercato della Città Vecchia), appare poco oltre, anch’esso evocato come uno spirito del passato. Armoniosa parata di facciate alte e strette, con infinite variazioni sul tema del rosso e del giallo tenue, questo piccolo quadrato è un luogo di raccoglimento, con esposizioni di quadri e suoni sommessi di bar. È anche attraverso questi “vuoti d’ambiente” che Varsavia esprime la sua anima culturale, in un paese che artisticamente è uno dei più sensibili d’Europa. Non a caso, nel Rynek ha sede il Museo della Letteratura.
Subito dopo, il Barbacane, piccolo fortilizio lungo un tratto residuo delle mura. Poi si entra nella “Città Nuova” (Nowe Miasto), detta così solo perché successiva a quella “Vecchia”, ma pur sempre risalente al tardo Trecento. Procedendo dritto, passo accanto alla casa-museo di Marie Curie, che vi nacque nel 1867. La calma di Ulica Freta ha il respiro profondo di stagioni tormentate, ma anche di musiche armoniose. Difficile non pensare a sonorità chopiniane, quando approdo all’ampio Rynek Nowego Miasta (Mercato della Città Nuova), dominato dalla bianca e magnetica chiesa di San Casimiro, che invita alla contemplazione. Poi lentamente torno indietro, fino a svoltare a destra in Ulica Długa (“Via Lunga”), un nome che sembra adattarsi ai tempi della mia esplorazione.
Alla fine sfocio nel piazzale davanti alla Cattedrale del Campo dell’Esercito Polacco, con il Monumento all’Insurrezione di Varsavia del 1944, che si affaccia su uno scorcio urbano che sa nuovamente di oggi. Il ricordo del vano tentativo di rivolta dei varsaviani contro i nazisti, prima dell’arrivo dei sovietici, è un monito. La vita, Europei di calcio compresi, riparte, ma è da lì che veniamo.
Cosa vedere e cosa fare
Varsavia offre vari possibili itinerari. Il cuore commerciale-finanziario intorno al Palazzo della Cultura e della Scienza non è lontano dal centro storico, costituito dal viale Krakowskie Przedmieście, dal Castello, dalla Città Vecchia (Stare Miasto) e dalla Città Nuova (Nowe Miasto). È molto interessante il quartiere diplomatico che orbita intorno a Plac Trzech Krzyży, nonché la zona, d’impianto socialista, che ruota attorno alle grandi Plac Konstytucji e Plac Zbawiciela. Da non perdere i giardini del Parco Łazienki e di Wilanów e, per chi ama lo shopping, Ulica Nowy Świat. Pittoresco il quartiere di Praga, sul lato orientale della Vistola: un tempo area degradata, oggi è stata riqualificata, con numerosi artisti che vi si sono insediati grazie ai prezzi vantaggiosi. Numerosi i locali e vivace la vita culturale.
Da visitare anche i quartieri di Mirów e Muranów, subito dietro la stazione centrale. Qui un tempo si sviluppava il ghetto ebraico, raso al suolo nel 1943 dopo la rivolta dei suoi abitanti. La zona ospita il Monumento agli Eroi del Ghetto e il Museo dell’Insurrezione di Varsavia.
Uno scorcio da non perdere è quello che, dal Most Śląsko-Dąbrowski (il lungo ponte sulla Vistola a est della Città Vecchia), si gode del retro del Castello e della spianata verde antistante.
La città è per lo meno tanto ricca di storia quanto di bar, discoteche e caffè letterari. Molti sono in Ulica Nowy Świat e in Ulica Dobra, più a est, più o meno parallela al corso della Vistola.
La cucina polacca può essere gustata in vari ristoranti e anche nei bar mleczny, retaggi del comunismo simili a tavole calde, dai prezzi abbordabili e dall’offerta semplice ma niente male.
Curiosità
Nel 2007 è uscito in Polonia un piccolo ma interessantissimo libro di Ryszard Kapuścinki, il grande scrittore, giornalista e viaggiatore polacco. Pubblicato poi in italiano sulla rivista “Il Reportage” nel 2011, s’intitola Spacer poranny (“Passeggiata mattutina”), e descrive il percorso dell’autore nel suo quartiere a Varsavia – fuori dagli scenari turistici, tra Ulica Wawelska e Ulica Prokuratorska, nei pressi del consolato britannico. Sembra strano, oggi, ma alla metà degli anni ’90, a cui l’opera probabilmente risale, qui ogni mattina si affollavano tantissimi polacchi per chiedere il visto di espatrio, sperando di andare incontro a migliori condizioni di vita. Oggi la Polonia è un paese sempre più avanzato, ma l’ombra della povertà del passato è solo da pochi anni alle nostre spalle. Percorrere queste strade significa sfiorare questi fantasmi, e arrivare a intuire quegli scenari, se non a capirli. Kapuścinki abitava all’angolo tra Ulica Wawelska e Aleja Niepodległości, dove s’incontrano i tre quartieri di Mochotów, Ochota e Ródmiescie, in una casetta in legno (senza bagno né riscaldamento centralizzato) assegnata alla sua famiglia. Questa sorgeva su un terrapieno sabbioso dove – racconta – si trovava il fusto che servì per trasportare la bara del Maresciallo Piłsudski, patriota padre dell’indipendenza polacca nel 1918, poi sepolto nella Cattedrale di Cracovia.




Molto interessante Giovanni. Sì..indubbiamente quando si visitano le capitali dell’est aleggia un po’ questo spirito della tristezza, diciamo. Ma non è proprio così; forse c’è anche una forma di riservatezza e di essenzialità, ormai scomparsa nelle capitali europee del tutto occidentalizzate; anzi, leggendo il tuo articolo, ci veniva voglia di programmare per le feste di Natale una visita (due anni fa andammo a Praga, in mezzo alla neve: una cosa davvero emozionante). Credo che Praga si possa definire la più bella capitale europea.
Grazie, Luca. Sì, hai ragione, è un mix di tristezza e riservatezza. Per lo meno a Varsavia e Cracovia l’ho percepito così. Ma anche a Vilnius. Praga è bellissima, ma ci sono andato alle superiori in gita, dovrei tornarci. Al momento, Cracovia è in testa alle mie preferenze, e infatti il mio romanzo in prossima uscita è ambientato in gran parte là 🙂
Ho visitato tutte le città dell’est di cui parlate negli ultimi tre anni, Varsavia, Cracovia, Praga, Vilnius, Tallinn, Riga, Budapest…una cosa mi è rimasta impressa della Polonia, l’assolutà semplicità e modestia della gente del posto: retaggio di un passato disgraziato, forse, ma che mi ha colpito, in contrapposizione all’esagerata ostentazione tipica del mondo occidentale…per questo, come Giovanni, metto Cracovia al primo posto tra le città (chiamiamole a misura d’uomo) che occupano un posto speciale nel mio cuore…Varsavia, poi, con il suo museo dell’insurrezione…toccante!!!
“Semplicità e modestia”, giusto, Nicola. Anche se qualche “ganzino” comincia a vedersi pure là, col benessere. Ma non c’è paragone, rispetto agli stereotipi occidentali e nostrani.