di Claudia Boddi
La storia dei manicomi italiani annovera non pochi scandali, con numerose sevizie inflitte agli internati e accertate dalle pubbliche autorità. Tra queste non venivano fatti rientrare i maltrattamenti “normali” nella quasi totalità degli istituti, poiché questi, nella stragrande maggioranza dei casi, si identificavano con gli stessi mezzi di cura.
Una volta fuori dal segreto e dal silenzio, la dimensione manicomiale appare in tutta la sua nudità, senza che nessuna giustificazione tecnica riesca ad assorbire la sua sostanziale disumanità. I risultati di alcune inchieste svolte su due manicomi veneti dei primi del Novecento, uno femminile e l’altro maschile, sono sconvolgenti. Nel primo si è accertato che 3 sole suore infermiere custodivano 45 “pazze” e avevano la facoltà di applicare di propria iniziativa metodi di coercizione degni del Medioevo, usati non tanto per frenare le violenze delle ospiti agitate, ma per punire le ribelli. Nelle celle erano infissi alle pareti anelli di ferro a cui le malate venivano legate con le catene. Una di loro fu addirittura trovata incatenata al letto nuda, lordata di materie vomitate e già essiccatesi. Durante la notte non veniva esercitata nessuna sorveglianza: una relativa “sicurezza” veniva ottenuta fissando al letto tutte le ricoverate, legandole per i polsi. Le condizioni igieniche erano disastrose, mancando la più elementare pulizia dei locali e delle persone.
Il culmine dell’orrore è stato tuttavia scoperto nell’istituto maschile, situato in una località acquitrinosa e malarica, dove i degenti si ammalavano e morivano di febbri perniciose. Costruito per 500 malati, ne conteneva 782; l’uso dei mezzi di coercizione superava ogni immaginazione: ceppi e catene di ferro ai polsi e alle caviglie, applicati non occasionalmente o per poche ore, ma per mesi e per anni, erano abituali. Gli abiti dei ricoverati erano di cotone anche d’inverno, con ovvie conseguenze dannose per la loro salute; deficienti il servizio farmaceutico e quello di custodia.
Nel Sud Italia, la situazione era addirittura peggiore. Da un’indagine sul manicomio di Aversa, è stato rilevato che la fornitura dei generi alimentari avveniva con ritardi scandalosi e ciò generava gravi inconvenienti sul servizio di vitto. La somministrazione del pasto del mattino finiva con l’essere spostata dalle nove alle undici-mezzogiorno. Poiché la cena era fissata alle quattro pomeridiane ne seguiva che i malati, nello spazio di quattro ore, mangiavano due volte e per venti ore poi erano tenuti a digiuno. Per di più, i viveri venivano spesso lasciati in ambienti senza refrigerazione: “furono una volta accertati dei caciocavalli tanto duri e secchi che si dovettero tagliare a colpi di accetta per poterli somministrare ai ricoverati”. (relazione finale del commissario prefettizio Angelo Pavone sull’inchiesta del manicomio di Aversa del 16 gennaio 1905). L’affollamento era abnorme, da qui diagnosi tardive o errate, dimissioni intempestive di infermi, guarigioni non ben verificate che non tardavano poi a riportare i pazienti nell’internato, ritardata uscita di molti – i cui miglioramenti erano sfuggiti al medico – con conseguente ricaduta. Anche qui condizioni igieniche pessime: l’asilo brulicava di pidocchi, le lavanderie erano mal funzionanti, il servizio di disinfezione inefficiente. Su 77 infermieri che lavoravano lì 16 erano analfabeti, 8 solo capaci di scrivere la propria firma, 47 possedevano un’istruzione molto elementare e soltanto 6 ne avevano una discreta. Di 55 infermiere, invece, ben 49 erano analfabete. Eppure erano queste persone che somministravano i medicinali agli ammalati secondo le prescrizioni mediche.
Magazzini di esseri umani volti a fabbricare malati cronici e a ridurre all’estrema demenza i caduti nella lotta per la vita, piuttosto che restituirli sani alla società: ecco l’unica funzione riconoscibile a posteriori a questi ospizi dell’orrore.




Interessantissimo articolo su di un argomento raramente affrontato.
A tale proposito uno spaccato su come erano gestiti i manicomi si può avere anche nel film “Changeling”.
Una Los Angeles del 1928 dove il manicomio femminile era utilizzato non solo per malate mentali…
Restando in citazioni cinematografiche sull’argomento, a me viene in mente invece il commovente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. In questi giorni ho rivisto “La meglio gioventù” e anche lì ci sono immagini che richiamano quello che per molti anni è stato un vero e proprio massacro silenzioso. Penso anche a Dino Campana e Alda Merini, giganti della poesia, che hanno vissuto anni della loro vita in queste strutture che, come ci confermano queste inchieste, niente avevano a che fare con il recupero del malato mentale
Semplicemente agghiacciante. Che ancora ci siano realtà come queste è grave e sconvolgente quasi quanto le stragi dei folli di Liegi e di Firenze. Perché è un lento omicidio di massa, con l’aggravante della tortura. Massimo della pena per questi maledetti, colpevoli di comportamenti che si possono equiparare a quelli dei peggiori aguzzini delle dittature di estrema destra e sinistra o della pulizia etnica slava. E che finalmente si inizi a prendersi di cura con amore dei poveri e degli indifesi.
amaro e raccapricciante, ma appartiene ad un tempo ormai lontano ed oggi, purtroppo, del passato meno si sa meglio è…comunque brava Claudia, approvo sempre queste denunce postume, aiutano a ricordare ed equivalgono ad una forma di tributo doveroso per tutti coloro il cui passaggio su questa terra non è stato un “bel” passaggio…
sul fatto che del passato meno si sa e meglio è non sono d’accordo, però… è importante coltivare la memoria per non ricadere negli stessi errori..
grazie,
è un argomento che mi sta molto a cuore: è stato il focus centrale della mia tesi di laurea e, all’epoca, me ne innamorai. Ho molto materiale a riguardo; mi piacerebbe approfondirlo ancora e collegarlo anche a film, libri è storie, in genere… Vediamo…
Bell’articolo claudia, una realtà del nostro passato per non dimenticare..
antonello…a me interessa il passato, eccome, ci vivo costantemente…purtroppo, e sottolineo purtroppo, oggi ai giovani, a cui il passato dovrebbe insegnare qualcosa, del tempo che fu non importa niente…vivono nel presente, si preoccupano molto del loro futuro, come faccio a biasimarli? ma il passato e la memoria di esso sono fondamentali, aiutano a crescere ma tutto ciò, e per la terza volta ti ripeto purtroppo, raramente accade…
A montelupo a tutt’oggi c’è un ospedale psichiatrico che, più o meno, attua gli stessi metodi di “cura”. Qualche tempo fa, Report di raitre ci fece un servizio raggelante. Non è tanto passato… Per fortuna, ci sono molte meno strutture di questo tipo, dopo la legge Basaglia, ma non è poi così lontano dai nostri giorni, purtroppo ( e mi unisco anch’io al coro).
– grazie Dani… poi di quel discorso ne riparliamo! 😉