di Emiliano Morozzi
Seconda guerra mondiale, nello stadio parigino di Colombes, durante un match tra prigionieri alleati e una selezione tedesca, il trinidadense Luis Fernandez segna con una spettacolare rovesciata il gol del 4-4: è quella l’ultima rete di Edson Arantes do Nascimento, da tutti conosciuto come Pelè, che nella pellicola Fuga per la vittoria interpreta il ruolo del caporale di colore. All’epoca in cui è ambientato il film in realtà il famoso calciatore brasiliano era in fasce, ma fin da giovanissimo la sua stella comincerà a brillare nel firmamento del calcio mondiale: più di 1200 reti realizzate (di cui alcune leggendarie, come quella alla Svezia durante la finale mondiale del 1958), tre Coppe del Mondo vinte e la conquista della Rimet, una gloriosa carriera nel Santos e soprattutto una tecnica sopraffina unita a doti atletiche fuori del comune.
Nato da famiglia povera, quando il padre gli disse di imparare a giocare a calcio, il futuro campione, non potendosi comprare un pallone, cominciò ad allenarsi con mezzi di fortuna, calzini o stracci riempiti di carta e legati alla buona o pompelmi. A quindici anni, un talent scout lo notò mentre giocava nelle file del Bauru e lo convinse a trasferirsi al Santos. Passato un anno nelle giovanili, Pelè esordì giovanissimo in prima squadra e condì la sua partita di esordio con una rete: si trattava soltanto di un’amichevole, ma il ragazzo prometteva bene e nella stagione di esordio, a soli 16 anni, si laureò capocannoniere del campionato.
A differenza di Maradona, che ottenne la consacrazione mondiale soltanto a 26 anni, Pelè vinse il suo primo Mondiale all’età di 17 anni. Il Brasile è una corazzata e Pelè diventa la sua punta di diamante: la tripletta contro la Francia del capocannoniere Just Fontaine e la successiva doppietta contro la Svezia portano i verdeoro a conquistare il loro primo titolo mondiale, vendicando l’umiliante sconfitta patita in casa propria al Maracanà contro i vicini dell’Uruguay durante la finale mondiale del 1950. Nel 1962 l’asso brasiliano segna una rete e poi si infortuna, ma la nazionale carioca riesce lo stesso a vincere il titolo trascinata da giocatori del calibro di Garrincha, Didì, Vavà, Zagallo. Nel 1966 la storia si ripete: in un’edizione contrassegnata dal gioco duro, le caviglie di Pelè vengono messe a dura prova dai rudi interventi degli avversari. Il fenomeno brasiliano segna nella partita d’esordio contro la Bulgaria, è costretto a saltare il match con l’Ungheria e viene di nuovo azzoppato contro i portoghesi di Eusebio. Inviperito dal comportamento degli avversari, Pelè decide di abbandonare la Nazionale, ma quando il ct Zagallo (suo ex compagno di squadra) decise di richiamarlo per i Mondiali del 1970 in Messico, “O Rei” rispose presente. Anche se le sue reti non sono decisive come quelle dell’edizione svedese, il fenomeno brasiliano dà comunque il suo contributo alla causa mettendo a segno quattro reti. Nella finale mondiale contro l’Italia (la vincente avrebbe conquistato di diritto la Coppa Rimet) è Pelè ad aprire le danze ed è lui a fornire due assist vincenti per le reti di Jairzinho e Carlo Alberto, facendo letteralmente impazzire il proprio marcatore, un difensore tosto e roccioso come Burgnich.
Finita la carriera di calciatore, le luci della ribalta non si sono spente sulla vita di Pelè: attore, talent scout, ministro dello sport in Brasile e ambasciatore delle Nazioni Unite per l’ecologia e l’ambiente. Purtroppo esistono pochi video che documentino le reti e le funamboliche giocate di Pelè e forse è per questo che è stato sorpassato da Maradona come calciatore del secolo: in compenso, nell’immaginario, rimane quell’ultima rovesciata che consente a un pugno di prigionieri alleati di guadagnarsi la libertà.



