Siamo alla settima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del sesto articolo.
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I guelfi e i ghibellini
di Luca Moreno
I termini “guelfi” e “ghibellini” indicano due fazioni che nel XII secolo sostennero, nel contesto del conflitto tra Chiesa e Impero, rispettivamente la Casa di Baviera e Sassonia dei Welfen (da cui la parola “guelfo”) e quella di Svevia degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino) in lotta per la corona imperiale, dopo la morte dell’Imperatore Enrico V (1125) defunto senza eredi diretti: questo è il significato etimologico. Vi è poi una spiegazione squisitamente locale, che riguarda Firenze e che vede come protagoniste le famiglie Amidei e Donati, e Buondelmonte de’ Buondelmonti nel ruolo di vittima sacrificale.
Questa contesa è interessante perché rivela quanto fosse elevato il grado di conflittualità, al punto che, a causa di essa, si determinarono due fazioni qualificate con una terminologia che, come abbiamo visto, ha significati storici assai più rilevanti della contesa medesima. Buondelmonte de’ Buondelmonti, rampollo di una famiglia altolocata, rimasto coinvolto in una rissa si vide costretto, a mo’ di riparazione, a sposare la figlia di Lambertuccio Amidei. Buondelmonte però – tentato da Gualdrada Donati, moglie di Forese Donati – la quale, allo scopo di “piazzare” la figlia, convinse il giovane che con il semplice pagamento di una multa avrebbe potuto svincolarsi dal matrimonio – decise di mandare a monte le nozze con gli Amidei e di sposare la figlia di Gualdrada. A questo punto gli Amidei s’infuriarono e giurarono di vendicare l’onta con l’uccisione di Buondelmonte. Ciò avvenne, nella pubblica via a Por Santa Maria, nel giorno di Pasqua del 1215, davanti a un’antica statua di Marte (patrono pagano di Firenze, sostituito in epoca cristiana con San Giovanni). L’assassinio radicalizzò la divisione in due fazioni che furono così denominate guelfi e ghibellini. (In figura 19 lo stemma della Provincia di Firenze, nella metà di sinistra riporta i colori dei ghibellini: giglio bianco su sfondo rosso; in quella di destra i colori dei guelfi: giglio rosso su sfondo bianco, simbolo quest’ultimo ancora oggi della Città di Firenze).
Ora, è ovvio che ragioni di carattere sociale, interessi economici, questioni legate al lignaggio siano i motivi profondi di questa clamorosa spaccatura nel tessuto sociale fiorentino, tuttavia non si sottovaluti il fatto che sia lo storico Giovanni Villani che Dante Alighieri attribuivano a questo evento la ragione della nascita in Firenze di tale divisione. Detto questo, però, abbiamo detto poco; perché ciò che ci interessa è capire la qualità e le caratteristiche delle persone che s’identificavano nell’una o nell’altra fazione. Nonostante i due vocaboli abbiano assunto nel tempo molteplici contenuti, due sono le definizioni che hanno prevalso sulle altre: i guelfi erano gli alleati del Papa e i ghibellini dell’Imperatore; una distinzione che però non deve essere presa alla lettera, perché la scelta dell’una o dell’altra parte dipendeva soprattutto dall’appartenenza alla propria classe sociale. In particolare: nei ghibellini militavano i nobili ed i magnati (cioè i grandi ricchi); nei guelfi troviamo imprenditori, commercianti ed artigiani, cioè persone anche molto abbienti, a livelli assai diversi, ma raramente vi troviamo dei nobili. Ovviamente ciò non impediva che questi ultimi (come per esempio gli Adimari) fossero guelfi (e viceversa).
Volendo utilizzare categorie interpretative moderne potremmo dire che mentre i ghibellini erano dei conservatori o se preferite tradizionalisti, in quanto il loro punto di forza era il lignaggio e la nobiltà dei natali, i guelfi invece erano dei progressisti in quanto classe emergente, cioè interpreti principali – nella loro qualità di imprenditori e commercianti – dello straordinario sviluppo economico della città. Sarei tentato di aggiungere che i ghibellini oggi sarebbero stati “di destra” mentre i guelfi “di sinistra”, ma evito di farlo – nell’ambito di una discussione storica – perché rischierei di essere equivocato, poiché ciò che intendo con i termini conservatori e progressisti è che tra i due gruppi sono stati i guelfi e non i ghibellini ad intuire in quale direzione Firenze si stesse muovendo.
Infatti, nei primi anni del Duecento, Firenze è città guelfa, e nonostante vi siano, nei decenni successivi, fasi favorevoli ai ghibellini, la città terminerà il secolo da guelfa e con l’estromissione dal potere del partito ghibellino. Anzi, Firenze fu città guelfa per eccellenza; (in figura 20 un’immagine mitizzata dello scontro delle due fazioni). Ma non tutto è così semplice. A questa distinzione se ne aggiunse ben presto un’altra: guelfi bianchi e guelfi neri; distinzione per certi aspetti sublime, perché dimostra che siamo davvero un popolo capace di inventare cose inaudite e originalissime. Questa classificazione – che nacque negli ultimi anni del XIII secolo, anch’essa riferibile allo scontro tra due famiglie: i Donati (guelfi neri) e i Cerchi (guelfi bianchi) – ha una delle sue ragioni principali nel fatto che le grandi famiglie aristocratiche (quindi prevalentemente ghibelline) sconfitte militarmente a Campaldino nell’11 giugno 1289 e sconfitte politicamente in città, pur di rientrare in gioco, si fecero guelfe anch’esse e decisero di vestire la casacca dei guelfi neri. I Neri erano legati al Papa per interessi economici e ne favorivano l’intervento negli affari interni di Firenze; i Bianchi invece, più aperti alle forze popolari, pur non essendo pregiudizialmente nemici del Papa, perseguivano l’indipendenza politica della città e ne rifiutavano ogni ingerenza; inoltre non vedevano di cattivo occhio un’eventuale influenza, magari accettata come male necessario, dell’Imperatore.
Questo sta a significare che i bianchi avevano una componente ideale in comune con quel partito ghibellino che così tanto avevano combattuto; e così, paradossalmente, nel Trecento, saranno i guelfi bianchi ad essere più vicini all’Impero di quanto non lo fossero i neri, che infatti accusavano i bianchi di essere dei ghibellini mascherati. Ecco perché Ugo Foscolo chiamerà Dante Alighieri (che era guelfo bianco) “ghibellin fuggiasco”. Comunque sia, queste distinzioni sono sempre state fin dalle loro origini alquanto condizionate dalle opportunità politiche del momento, dalle faide e dai rancori personali; già nel corso del XIV secolo incominciano a perdersi, perché ad esse si andranno a sostituire gli interessi nudi e crudi delle grandi famiglie agiate che si combatteranno tra loro per la conquista del potere, senza più necessità di ammantare questi scontri laceranti con riferimenti ideologici a questo o a quel partito. […]
Prescindendo quindi dal piacere culturale di approfondire questioni di carattere storico, l’importante è non perdere di vista il senso complessivo dello sviluppo della società fiorentina di questo secolo (XIV), che si caratterizza per il trionfo della borghesia economico-imprenditoriale, a cui succederà un’unica oligarchia di censo e di lignaggio – mentre il popolo continua a non avere voce – preoccupata soprattutto di contenere le spinte che provenivano dalle categorie economiche meno politicamente rappresentate, ma potenzialmente in grado di insidiare i suoi privilegi. Questi sono i presupposti culturali e di ambiente a cui dovremo fare riferimento quando andremo a descrivere le vicende politiche e militari del XIV e di parte del secolo successivo, in cui vedremo le fazioni e singoli personaggi dominare la scena politica e combattersi fino alle estreme conseguenze. Nel prossimo capitolo non possiamo ancora riprendere la narrazione secondo il criterio cronologico perché dobbiamo introdurre un’altra categoria di importanza immane per Firenze (e non solo): Le Corporazioni delle Arti e dei Mestieri.



