di Simone Provenzano
Socrate: ironia, bruttezza e anima.
Questa settimana è capitato che un paziente, appassionato di filosofia, abbia tirato in ballo il vecchio Socrate per farmi comprendere il proprio stato d’animo.
Tutto verteva sul fatto che il filosofo, una volta appresa la notizia della sua convocazione in giudizio, non avesse fatto niente per prepararsi ad esso. Eppure sapeva benissimo che poteva rischiare la pena di morte.
Arrivò addirittura a dire che sembrava proprio che tutta la sua vita non fosse altro che una preparazione a quell’evento, a quel processo.
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Socrate era considerato un sovversivo per la democrazia ateniese. Gli venne contestato di corrompere i giovani, insegnando loro che la “verità” la si poteva trovare solo al proprio interno e non certo nella cultura degli intellettuali né nelle leggi della democrazia.
Effettivamente per i tempi era davvero sovversivo!
Ed eccoci al motivo per cui oggi mi espongo su un argomento così complesso come quello del pensiero socratico. Socrate è stato il primo a ripensare l’anima (psyché), donandogli una profondità ed un senso mai attribuitegli prima.
Questa psyché, quest’anima che tutti noi abbiamo, non coincideva più solo con la parte eterna e dunque divina di noi. Diventava qualcosa di più, qualcosa che ci gravava di una responsabilità: la cura di noi stessi, attraverso la cura della nostra psyché.
Riassumendo in modo spicciolo il suo pensiero potremmo dire che, per Socrate, una delle cose più importanti era acquisire la consapevolezza delle proprie capacità raggiungendo in questo modo la virtù (aretè).
Una volta raggiunta questa virtù si dovrebbe essere capaci di realizzare la vera natura umana.
Insomma, essere felici.
La felicità non esiste senza la conoscenza e la consapevolezza di noi stessi.
Concetto rivoluzionario!
Immaginatevi un ometto basso, panciuto e con gli occhi infuori, insomma un uomo brutto, ma veramente brutto che con la sua ironia si aggirava per le strade di Atene a dare dell’ ignorante ai dotti. Mi sarebbe davvero piaciuto vederlo.
Addirittura, durante il processo, la sua difesa fu degna di una trama da film hollywoodiano. Interrogato sul perché avesse passato la sua vita a parlare con i dotti e a farli sentire ignoranti attraverso il dialogo, il buon filosofo disse, con la sua proverbiale calma, che stava solo cercando la sapienza senza trovarla.
Questo lo convinse che la vera sapienza appartenesse solo alla divinità e non all’uomo.
Da questo nasce la saggezza di Socrate: il sapere di non sapere.
Una delle cose più belle del processo è il finale, prima di venir dichiarato colpevole; Socrate con tutta la sua indisponenza e ironia si rivolge alla giuria, proprio quelli che dovranno votare e decidere della sua vita, e gli dice:
“TU CHE SEI CITTADINO DI ATENE, LA CITTÀ PIÙ RICCA E POTENTE DEL MONDO, NON TI VERGOGNI DI PREOCCUPARTI TANTO DI ACCUMULARE RICCHEZZE E ONORI, MENTRE TRASCURI LA CURA DELLA TUA ANIMA?”
Con uno scarto di 61 voti su 501 giurati fu condannato a morte.
Ma tanto per farvi capire il personaggio: nel momento della condanna, ai tempi, era normale chiedere sia all’accusa che alla difesa quale poteva essere la pena in caso di condanna. Ecco, il nostro caro filosofo, come condanna, chiese di essere mantenuto a vita a spese degli ateniesi in una villa di lusso!
E poi ci chiediamo del perché sia entrato nel mito?!?
Mi sono dilungato più del solito, ma l’argomento richiederebbe ben altro spazio. Vedo Socrate come il padre del pensiero occidentale moderno, per lo meno quello illuminato e precursore della figura dell’analista.
Spesso agli amici ricordava di essere solo il figlio di una levatrice, di colei che aiuta gli altri a far nascere i propri figli; cosi Socrate si paragonava a sua madre, ammettendo candidamente di non essere un grande pensatore ma di essere bravissimo nell’aiutare gli altri a partorire e riconoscere i propri pensieri attraverso il dialogo ed il confronto. Non trovate una certa somiglianza con il lavoro psicoterapeutico? Io si!
Il seme del suo pensiero, in 2000 e più anni, è germogliato e ha dato frutti, e altri ne darà.
Vi lascio con le parole di un professor Ophalders, che ha colto in pieno lo spirito socratico:




Simone, hai colto alla perfezione l’essenza e lo spirito del pensiero di Socrate, che anche per me è un essenziale punto di riferimento. Di fatto, l’uomo che, prima di Gesù, ha più di ogni altro – almeno nella cultura occidentale – sottolineato l’importanza del “sentirsi dentro”, in qualche modo evidenziando la “divinità del Sé”. Non a caso, si dice fosse guidato da un “daimon”, che possiamo vedere come una sorta di spirito guida, ovvero il modo in cui a volte viene chiamata quella parte della nostra identità che è più vasta dei confini del nostro Io, e dove spesso si ricevono risposte ancor prima di formulare domande. E se fosse lui, il “testimonial” del Vecchio Saggio di junghiana memoria? 🙂
caro giovanni devo confidarti che io scrivo i post solo per leggere i tuoi arricchenti commenti. come al solito mi trovi d’accordo su tutto e sarebbe bello approfondire la parte relativa al daimon e magari infilarci il mito di er di platoniana memoria con la scelta del “demone” che durante tutta la vita ci suggerirà la strada….
grazie
Il sapere di non sapere, questo significa esser saggi, senza attaccarsi alla cultura/sapienza come un qualcosa di personale/individuale che gonfia l’ego, rendendo l’essere umano solo un tronfio vivente. Immenso Socrate, come quando, poco prima di bere la cicuta, chiese di fare una lezione di cetra. Per il piacere della conoscenza, anche in punto di morte. Un esempio di grandezza per tutti