di Claudia Boddi
Ognuno di noi nella vita, si è posto almeno una volta il problema di come progettare il proprio futuro, non soltanto in termini professionali o abitativi, ma anche in termini di figli desiderati o attesi. La pianificazione familiare porta con sé numerose variabili discriminanti: quelle psicologiche più soggettive, quelle sociologiche più equidistanti tra loro, quelle di contesto, storico-politiche e culturali. Tralasciando queste seppur interessanti suggestioni, ci soffermiamo su come questo fenomeno si declini a livello macroscopico con l’intento di comprenderne le ricadute sulle abitudini che normalmente sperimentiamo e sul costume.
Prima di essere una modalità per rendere un po’ meno imprevedibile la propria esistenza, la pianificazione familiare è un atteggiamento culturale poiché permette agli individui (uomini o donne che siano) di operare scelte consapevoli sulla propria sfera sessuale e riproduttiva nonché di partecipare con maggiore cognizone alla vita pubblica. Consideriamo, a questo proposito, gli effetti che essa può determinare sull’occupazione (in questo caso, prevalentemente femminile) e sulla formazione tout court. Per ottenere risultati più soddisfacenti in questo senso e per garantire al contempo il benessere e lo sviluppo della comunità, è necessario un accesso conscio ai metodi contraccettivi che sono a disposizione.
L’uso informato degli anticoncezionali, consentendo di scegliere quando avere un figlio, aiuta a determinare le spaziature delle gravidanze e a ridurre i casi di madri giovanissime con il conseguente abbassamento del numero di aborti non sicuri. È stato dimostrato come puerpere adolescenti o preadolescenti abbiano maggiori rischi di partorire bambini prematuri e sottopeso maggiormente esposti a mortalità neonatale. Senza considerare come un figlio avuto in età preadolescenziale induca le giovani donne a lasciare, se non altro almeno temporaneamente, la scuola con implicazioni a lungo termine per loro come individui, sulle loro famiglie e sulle loro comunità.
In molte parti del mondo, l’impiego della contraccezione attiva è aumentato ma si stima che ci siano ancora 222 milioni di donne nei paesi in via di sviluppo che vorrebbero ritardare o interrompere la gravidanza ma non utilizza alcun metodo contraccettivo. Questo fenomeno si verifica a causa della limitata distribuzione dei metodi che limita la loro fruizione, in particolare, per i giovani, nelle fasce più povere della popolazione o a persone non sposate. La paura o l’esperienza di effetti collaterali, le opposizioni culturali e religiose, la scarsità dei servizi disponibili e le barriere di genere poi fanno il resto. Il bisogno insoddisfatto di anticoncezionali che viene apprezzato nel mondo è ancora troppo alto: in Africa il 53% delle donne in età riproduttiva sono all’oscuro di metodi di contraccezione moderna, e in Asia, America Latina e Caraibi – zone con relativamente alta prevalenza contraccettiva – i livelli di bisogno insoddisfatto sono, rispettivamente, 21% e 22%.
Brevi cenni estratti da recenti ricerche utili a far luce sulla complessità della situazione che risulta da prendere in carico a tutto tondo: non c’è solo il diritto umano alla sovranità sulla propria vita riproduttiva ma in ballo ci sono anche questioni etiche e legate alla tutela salute e del benessere delle comunità: due argomenti che in società che vogliono essere definite civili non possono non essere attentamente valutati.




ma questo è contro la chiesa cattolica romana!!
L’articolo di Claudia è fatto molto bene e sono d’accordo con la sua impostazione. Devo dire però che c’è un aspetto che mi lascia perplesso.I metodi anticoncezionali o se preferite la programmazione delle nascite (che sono, a mio parere, un’obiettiva conquista dell’uomo moderno) non vengono poi di fatto utilizzati soltanto per una maternità e paternità consapevole – che è un valore – ma spesso diventano un mezzo per rovesciare i valori. Vorrei spiegarmi con un esempio. Ho conosciuto una coppia che attuava metodi anticoncezionali perché l’avere un figlio nel momento in cui l’uno doveva avviare il proprio studio professionale e l’altra era occupatissima in un concorso universitario avrebbe comportato il rischio di non affermarsi in campo lavorativo. Nulla di criticabile; però il risultato, nella pratica, fu che questo figlio, non è mai più arrivato; e questo perché la nostra società raramente perdona chi “esce dal giro” per doversi dedicare ad una gravidanza. E’ vero che questo…non è sempre vero; ed è vero che questo succede anche a causa della carenza del nostro stato sociale però, di fatto, carriera e realizzazione personale finiscono per avere nella scala dei valori, un significato obiettivamente maggiore di quello che hanno; e questa è una distorsione; e lo è perché (chi ha un figlio lo sa molto bene) non esiste nell’essere umano esperienza più gratificante, più completa e più costruttiva sotto tutti gli aspetti, dell’essere genitore (anche se questo ovviamente non significa che chi, per vari motivi non lo è, non possa vivere una vita altrettanto piena e completa).
Tranquillizzo il grande Zoon: Su Postpopuli non siamo ideologicamente filo-Chiesa cattolica romana, come neanche siamo pregiudizialmente contro (pensa un po’ alla mia intervista su Giovanni Paolo II o al mio articolo sul Vangelo di Tommaso – da cristiano, non mi sono nascosto all’osservazione delle possibili zone d’ombra) -:)
Osserviamo le cose con obiettività, in nome di un ideale di indagine indipendente.
Concordo con Luca quando dice che sacrificare l’esperienza genitoriale può costare molto di più di quello che può venire da una carriera di successo. Il fatto, però (e Claudia intendeva dire proprio questo), è che fare i figli a cuor leggero può costar molto non solo ai genitori interessati, ma ai figli stessi e a tutto l’ambiente intorno a loro, che dovranno sopportare la frustrazione e i problemi di una scelta non consapevole.
Apprezzo il chiarimento di Giovanni, anche riguardo al fatto che interpreto questo blog come un luogo in cui – sempre rispettando le regole della corretta “convivenza” che non consente di insultare – sia possibile esprimere qualsiasi opinione, soprattutto quando magari esse appaiono estreme (ma non gratuitamente estreme). In sostanza: la possibilità di confrontarci liberamente è un valore prezioso. Sulla questione specifica sono d’accordo con Giovanni nel senso che il problema è complesso e ricco di sfaccettature; ecco perchè ho premesso nel mio intervento che sono comunque d’accordo con l’impostazione del discorso di Claudia.
Sì, il problema è complesso e con mille sfaccettature… Nell’articolo ne ho messe in evidenza solo alcune, riportando i dati di una ricerca con un certo taglio ma gli spunti da approfondire potrebbero essere,come sempre, molti altri. Grazie dei contributi