di Alberto Giusti
Mentre Sandy spazzava le coste americane, in terra nostrana si scatenava un altro tipo di tempesta. Le elezioni regionali siciliane hanno avuto risultati eclatanti da più punti di vista, che si legano alle dinamiche politiche nazionali e gettano benzina sul fuoco delle molteplici campagne elettorali parallele ormai in atto nel nostro paese.
I dati più evidenti delle elezioni siciliane sono tre. Il primo è l’astensione, che ha riguardato oltre il 52% degli elettori siciliani. Il secondo è l’elezione a Presidente della Regione Sicilia di un uomo di sinistra e impegnato contro la mafia, checché se ne dica dell’alleanza con l’Udc. Il terzo è il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle, che con il 14.9% dei voti si afferma come primo partito dell’isola.
Il grande numero di non votanti deve fare riflettere sulla stanchezza provata dai siciliani per come la regione è stata amministrata negli anni del presidente Lombardo, il quale è stato sostenuto da maggioranze trasversali e multiformi. A commentare l’astensione, basti questo: Lombardo era stato eletto con un numero di voti, oltre 1 milione e 800.000, che oggi si raggiungono solo sommando quelli dei primi cinque candidati alla presidenza.
L’elezione di Rosario Crocetta, pur fra le difficoltà di una maggioranza insufficiente e da ricercare dentro l’assemblea regionale, è certamente un segnale di svolta in una regione da sempre governata da presidenti di matrice democristiana. Crocetta infatti ha iniziato a fare politica nel Partito Comunista, e durante la Seconda Repubblica ha scelto di militare nella variegata galassia della sinistra italiana, intraprendendo la strada di amministratore locale a Gela, città di cui è divenuto sindaco come candidato dell’Ulivo nel 2003, a due anni dalle elezioni, vincendo il ricorso al Tar e ottenendo il riconteggio delle schede, dal quale si evidenziano le irregolarità che avevano portato alla vittoria il candidato del centrodestra. Nel 2007 si ricandida e stravince al primo turno; nel 2009 si dimette da sindaco per essere stato eletto al Parlamento europeo, nel quale fa valere il suo impegno antimafia, per il quale ha la scorta fin dal 2003, anno in cui viene sventato un attentato contro di lui. Nel frattempo, nel 2008, aveva aderito al Pd. Insomma, chi poteva immaginarselo un presidente così, una decina di anni fa, nell’era Cuffaro?
Ma un fattore importantissimo nel governo della Sicilia dei prossimi anni sarà il dato che più di ogni altro va a impattare sulla politica nazionale: il boom del Movimento 5 Stelle, con quasi il 15% dei voti (ancora di più al candidato Cancellieri), successo reso largo dall’astensione, ma che comunque in uno scenario nazionale vedrebbe la lista di Grillo al 7-8-9%, senza contare che le radici più forti il Movimento le ha messe a Nord, dove da anni si fa sentire e conquista consensi alle elezioni amministrative (Parma docet). Fattore importantissimo perché, qualsiasi sia il tipo di alleanza che Crocetta dovrà ricercare (probabilmente con le liste del candidato Miccichè) avrà sempre un occhio vigile puntato sulle spalle, se l’opposizione a 5 Stelle sarà quella che Grillo propaganda da anni, a fare le pulci alla giunta e al consiglio. E non è da intendersi come fattore impeditivo, bensì come positivo per lo stesso Crocetta, che potrà lamentare con gli alleati la scarsa possibilità di movimento, e dispensare così pochi favori, pena la gogna mediatica. Non è nemmeno detto che, nei prossimi cinque anni, non si compia un avvicinamento fra le 5 Stelle e il governo siciliano.
Nel caos di un Silvio Berlusconi che, condannato per il processo Mediatrade, spara a zero contro tutto e tutti paventando una sua ricandidatura (meno di 36 ore dopo aver annunciato il suo ritiro dalla scena politica), con un Pdl che in Sicilia ha perso 20 punti percentuali, e con il Consiglio di Stato che annulla le elezioni regionali del Molise, i risultati non potevano essere più dirompenti. Un vortice che va rafforzandosi quello della settimana appena trascorsa, con l’annuncio di Alfano, nonostante i deliri di Silvio e la disfatta casalinga, che le primarie si terranno e che lui è candidato. E il ministro Cancellieri chiama l’election day per Lazio, Molise e Lombardia.
Insomma, il primo grande appuntamento del percorso elettorale che ci accompagnerà fino alle politiche è passato, lasciandosi alle spalle macerie, ma come il vento di una tempesta, fra le macerie ha piantato semi.



