ISLANDA, L’ISOLA CHE NON C’È

di Emiliano Morozzi

Anno 2008: siamo in Islanda, piccola isola sperduta nell’Atlantico, grande un terzo dell’Italia e popolata da un numero di abitanti pari a quello di una città come Firenze. Da secoli incentrata sulla pesca, l’economia islandese ha cambiato marcia quando le banche del paese sono state completamente privatizzate e, utilizzando lo strumento del credito on-line, hanno cominciato a concedere prestiti e mutui e ad emettere obbligazioni a tassi di interesse appetibili per gli investitori stranieri. L’economia è cresciuta di pari passo con il debito delle banche, che ha superato di gran lunga lo stesso Prodotto Interno Lordo del paese nordico.

Cartina dell’Islanda. flickr.com

Nel 2008 il giocattolo si rompe: la crisi dei mutui americani flagella l’Islanda e le tre banche principali non riescono a far fronte al proprio debito, dichiarando fallimento. Il Primo Ministro conservatore Haarde nazionalizza le banche e chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accorda un primo finanziamento e, quando il governo in carica cade, fa pressione sull’Islanda per “socializzare” il debito delle banche, ovvero spalmare il debito sulla popolazione islandese. Cambia il governo, sale al potere una coalizione di centrosinistra, ma non cambia la linea politica: il Fondo Monetario Internazionale concede all’Islanda un prestito di 3 miliardi e mezzo di euro, da restituire in quindici anni con un interesse del 5,5%, un tasso decisamente più alto del normale. Sembra una storia già vista: uno stato va in bancarotta, interviene il Fondo Monetario garantendo prestiti capestro, e l’economia e lo stato sociale di quel paese diventano così ostaggio di chi tiene in mano le cambiali del debito.

Il popolo islandese dice no: il governo non ha cambiato rotta, e allora la rotta decidono di cambiarla i cittadini. Scendono in piazza, paralizzano il paese, richiedono a gran voce un referendum per non doversi accollare un debito contratto da privati nei confronti di privati, e che le istituzioni finanziarie e bancarie vogliono scaricare sul proprio popolo. Il governo è costretto a indire il referendum, Gran Bretagna e Olanda, i cui investitori sono rimasti a bocca asciutta, fanno pressione per boicottare il referendum, ma alla fine la consultazione si svolge e il risultato ha del sorprendente: il 93% della popolazione si pronuncia per il no. Non è finita qui: un secondo tentativo del governo e del Fondo Monetario Internazionale riceve l’altolà della popolazione, e nel frattempo gli islandesi eleggono un’Assemblea Costituente per varare una nuova costituzione, varando un metodo di scelta dei candidati e di consultazione basato sulla partecipazione e sulla democrazia diretta.

Questo è il riassunto della storia islandese: un modello di rivolta e di democrazia partecipativa forse difficilmente esportabile in altre parti del globo, ma una storia che ci lascia alcuni spunti di riflessione dai quali partire. E’ giusto sacrificare un’intera nazione in nome del debito, pubblico o privato che sia? L’unica soluzione alle crisi che stanno flagellando l’Europa e gli Stati Uniti è quella di svendere lo stato sociale agli interessi delle banche o di altre nazioni, oppure possiamo uscire dalla crisi tornando a parlare di politiche sociali, di mondo del lavoro, di economia senza finanza? La democrazia deve per forza svolgersi nelle cosiddette “stanze dei bottoni” oppure esistono metodi di democrazia partecipativa che possono funzionare anche qui da noi? In Islanda dalla crisi ne stanno uscendo… e in Italia?

7 Comments

  1. Tommaso F. 23/12/2011
  2. Giovanni Agnoloni 23/12/2011
  3. Nicola 23/12/2011
    • Anonymous 23/12/2011
      • Emiliano 23/12/2011
  4. CLAUDIA 23/12/2011
  5. Davide 09/04/2014

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