di Arturo Vitali
Episodio uno. Mi trovo a Firenze per caso intrufolato a un aperitivo di studenti stranieri, in prevalenza americani e scandinavi. Dopo aver ordinato il drink, mi alzo per andare a servirmi al buffet. Una composta coda di giovani per lo più in silenzio, educatamente rispettosi del proprio turno, mi si prospetta davanti nella direzione dell’obiettivo agognato. Per un attimo sono sorpreso. Ma non posso che accodarmi, e salutare con un minimo di condiscendente approvazione l’atto che assai raramente noto dalle mie parti, e che mi appare come una forma di inaspettato e civile rispetto. Risultato: aspetto abbondanti dieci minuti per guadagnare il tavolo del buffet, dove l’unica pietanza che mi sembra dignitosamente commestibile, un vassoio di bucatini ai quattro formaggi, è ormai fredda e abbastanza immangiabile. Ma non era forse più semplice e logico, mi dico tra me e me, appropinquarsi in ordine sparso ognuno al bordo del tavolo che più interessava, e prendere per sé, senza troppo zelo, quello che ciascuno chiedeva o desiderava?
Episodio due. Sono in vacanza a Londra in agosto. Ho acquistato al mercato di Camden Town, a prezzo di fortuna, due ottimi maglioni nepalesi con la zip. La mattina dopo sono costretto a cercare un ufficio postale per spedirli in Italia, dato che in valigia entrerebbero a malapena, facendo lievitare pericolosamente il limite di peso consentito nei voli Ryanair.
Trovo non senza penare l’ufficio postale. Faccio tutta la coda di gente in fila una prima volta, per poi sentirmi dire dall’impiegata allo sportello che per spedire i suddetti maglioni ci vuole un pacco di cartone, che posso acquistare trovandolo nello scaffale limitrofo. Per prenderlo e sistemare il tutto sono costretto a uscire dalla coda e farla nuovamente.
Dopo un buon altro quarto d’ora di fila sono di nuovo allo sportello, per farmi sentire sparare la cifra di 30 pounds per spedire il pacco. Mi ricordo che l’anno prima in Scozia avevo speso solo, si fa per dire, 10 pounds per una spedizione simile. Chiedo a quel punto quanto costa spedire i due capi in due pacchetti più piccoli separati. La signora allo sportello mi risponde zelantemente, in perfetto – incomprensibile – inglese, che sì, francamente costa un po’ meno, spedirne due distinti: 10 pound l’uno invece che 30.
A questo punto però devo uscire nuovamente dalla coda, disfare il pacco, che dovrò comunque pagare, prenderne due più piccoli, e rifare ancora una volta la coda.
Dopo un’ora circa e tre code in tutto ho fatto la mia commissione, alla cifra di 25 pounds per spedire due maglioni nepalesi, che mi arriveranno a casa in Italia, uno puntuale dopo 7 giorni, e l’altro, ringraziamo il cielo, 3 settimane dopo in ordinario ritardo.
Episodio Tre. Sempre nella stessa vacanza in Inghilterra, io e la mia compagna abbiamo la brillante idea di lasciare Londra per la Cornovaglia, proprio nel mentre, a totale nostra insaputa, stanno scoppiando i disordini nel pieno della capitale. Il nostro comodo e moderno treno regionale a un certo punto si ferma. Qualcuno, forse per una protesta, forse per un tentato suicidio, ha occupato la ferrovia. Tutti i passeggeri devono scendere, mettersi in fila e montare su un altro treno, che a quel punto è abbastanza pieno. Siamo tutti un po’ stipati nel corridoio della carrozza, molti in piedi alla civile distanza di 30 cm gli uni dagli altri, quando qualche gentile signora seduta nei sedili dello scomparto comincia a dare qualche segno di cedimento isterico di fronte a una prossimità fisica che sta pericolosamente superando il livello di guardia dei 10 cm. Il treno a questo punto si ferma alla stazione di un paesino limitrofo. Qualcuno chiede di entrare, e alla portiera gli viene da un passeggero detto chiaramente “No no no. Lei non può entrare”. Il signore accenna una smorfia contrariata, ma senza né un pianto né un lamento accetta di rimanersene fuori dal treno.
Episodio quattro. Sono a Bari in viaggio per lavoro, all’imbarco di un comodo volo interno che mi porterà a Pisa in un’ora o poco più. L’unica navetta utile che ho potuto prendere mi ha scaricato all’aeroporto alle due del pomeriggio. Devo attendere altre tre ore, fino alle cinque, quando finalmente mi potrò imbarcare. Mezz’ora prima dell’ora stabilita si forma una coda spontanea davanti alla reception dell’imbarco. Poi, finalmente, dopo quaranta minuti si apre lo sportello dell’imbarco. A quel punto la fila per due dei viaggiatori assiepati diventa improvvisamente una fila per tre, subito dopo per quattro o per cinque. Prima una fila abusiva si prospetta alla mia sinistra, poi in ordine sparso la massa in coda diventa come un imbuto di persone indistinto, che, come nella ressa dello stadio, preme per entrare e accaparrarsi i posti in prima fila. La lotta continua nella semioscurità del condotto che porta direttamente al velivolo, dove si assiste a un pigia pigia indiscriminato. Risultato: mi saranno passate avanti 50 persone. Mi imbarco per quart’ultimo nell’aereo e il mio bagaglio a mano viene messo, per mancanza di spazio, nella stiva. Per recuperarlo dovrò poi attendere altri 30 minuti in attesa all’aeroporto di Pisa, perdendo pullmann e treno di coincidenza per tornare a casa.
Considerazioni finali: ma non ci potrebbe essere un minimo di equilibrio in questo mondo occidentale, un minimo di pazienza e di rispetto per il prossimo, o dobbiamo sempre subire il gioco e la logica del bastone o della carota, dell’io punisco te, o io fotto te, perché altrimenti tu punisci me, o fotti me?




magari ci fosse. ma confidare nell’equilibrio, nella pazienza e nel rispetto del prossimo è come sperare di veder volare un ciuco…
Bella e lucida analisi della piccineria mentale, che, decisamente, non ha patria.
detesto con tutto me stesso chi prova a passarti avanti alle code, una volta in inghilterra mi sono messo apposta in coda per godermi la compostissima coda inglese. una boccata d’ossigeno
Ho sempre rispettato le code, e se qualcuno prova a fregarmi divento una belva..
@Episodio 2: la prossima volta i maglioni nepalesi zippati ti conviene metterteli addosso e salire in cabina!! 🙂
Arturo..hai proprio ragione!! Basterebbe veramente poco ma “siamo” troppo ignoranti nell’essere ignoranti.