VITTORIO EMANUELE III E LA FINE DEL REGNO D’ITALIA

di Emiliano Morozzi

Sono passati 65 anni da quando, nella lontana Alessandria d’Egitto, morì l’ultimo sovrano d’Italia, Vittorio Emanuele III. Un sovrano che durante il suo lunghissimo regno (quarantasei anni) ha visto lo sviluppo dell’Italia ma anche due guerre mondiali che hanno messo in ginocchio il paese, l’avvento del suffragio universale ma anche quello della dittatura fascista, la cui fine ingloriosa portò il paese alla guerra civile. Una figura ambigua quella di Vittorio Emanuele III: capace di ristabilire la pace sociale dopo la morte del padre e dopo la feroce repressione dei moti di Milano da parte del generale Bava Beccaris con una serie di riforme a vantaggio dei ceti meno abbienti, incapace di fermare Mussolini nella sua ascesa al potere firmando l’ordine di intervento dell’esercito contro le camicie nere e di contrastarlo durante il caso Matteotti e al momento della promulgazione delle leggi razziali.

Salito sul trono all’età di 31 anni, il nuovo re si discostò subito dalla politica del padre: se il suo predecessore Umberto I si era macchiato del sangue dei cittadini milanesi uccisi a colpi di cannone nel 1898 da Bava Beccaris, al quale aveva regalato una medaglia e una poltrona al Senato, Vittorio Emanuele III cercò la pace sociale invece dello scontro e cominciò il suo mandato condonando i reati di stampa e quelli contro la libertà del lavoro, riducendo la pena a molti di coloro che erano stati arrestati dopo la rivolta di Milano. I suoi primi anni di regno furono caratterizzati da un forte interesse per le tematiche sociali: sotto la sua egida, il governo promulgò una serie di provvedimenti per tutelare il lavoro, l’istruzione di tutte le classi e la salute, come la lotta alla malaria, lo sviluppo dell’edilizia popolare, l’istituzione del riposo settimanale, l’assistenza ai disoccupati e alle donne in gravidanza, la protezione degli infortuni sul lavoro. A livello internazionale, fu il fondatore dell’Istituto Internazionale per l’Agricoltura, con sede a Roma, l’antenato di quella che sotto l’egida dell’Onu sarebbe diventata la FAO.

In politica estera invece, Vittorio Emanuele III tenne invece un profilo più ambiguo: pur essendo legato formalmente alla Triplice Alleanza, strinse negli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale rapporti sempre più stretti sia con la Francia che con la Russia. Già nel 1902 l’Italia, dopo avere firmato la ratifica del trattato di Triplice Alleanza, strinse sottobanco un patto di neutralità con la Francia. Nel 1912 il governo italiano ratificò ancora una volta il patto, salvo poi abbandonarlo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e attaccare l’Austria qualche settimana dopo.

Vittorio Emanuele e Mussolini (divisioneacqui.com)

Simili ambiguità decisionali furono mostrate da Vittorio Emanuele III al momento dell’ascesa di Mussolini: mentre le camicie nere marciavano su Roma, il re espresse al capo del governo Facta la propria intenzione di dirimere personalmente la questione. il Consiglio dei Ministri, sotto la pressione del generale Cittadini, primo aiutante di campo del re, votò per la proclamazione dello stato d’assedio, ma Vittorio Emanuele III, temendo la reazione dei militari e non volendosi confrontare militarmente con gli squadristi (che erano numericamente inferiori alle divisioni dell’esercito schierate a difesa di Roma e male armati) si rifiutò di firmare l’atto e accolse Mussolini a braccia aperte. Il re aveva forse salvato la corona da un colpo di stato repubblicano dei fascisti, ma non salvò l’Italia da un ventennio di regime. Con il Duce, Vittorio Emanuele III mantenne rapporti che non andarono mai al di là della formalità, ma anche un atteggiamento molto ambiguo: se privatamente osteggiò l’alleanza con la Germania nazista e l’appropriazione del parlamento e dello stato da parte dei fascisti, in pubblico avallò senza battere ciglio tutte le nefandezze di Mussolini, aspettando, molto pilatescamente, che fosse il Parlamento ad agire contro il Duce. Rimase impassibile di fronte allo scandalo della morte di Matteotti, picchiato e ridotto in fin di vita da sicari fascisti, mise la sua firma sulle “leggi fascistissime” che di fatto uccidevano la fragile democrazia liberale, e sulle infami leggi razziali.

Di fronte allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il re fece un estremo tentativo per rovesciare Mussolini, mettendo Ciano a capo del governo, per evitare lo scontro con Francia e Gran Bretagna, ma l’operazione fallì. Soltanto tre anni dopo, con l’Italia dilaniata dalla guerra e divisa in due dagli eserciti occupanti, il re riuscì a togliere i poteri a Mussolini dopo che questo fu deposto dal Gran Consiglio del Fascismo. Firmato l’armistizio con gli Alleati, nel tentativo di ricostituire un governo legittimo (e non dover far sottostare l’Italia alla dura condizione di nazione occupata) il re fuggì con tutta la famiglia a Brindisi, lasciando le truppe e la popolazione nell’incertezza. Quando Mussolini fu deposto, numerose furono le manifestazioni di giubilo, ma ben presto questa gioia finì, quando nelle città e nelle campagne si cominciò ad udire il cupo rombo dei mezzi corazzati tedeschi che calavano ad invadere l’Italia. Nonostante questa fine ingloriosa, il re abdicò soltanto nel 1946, alla vigilia del referendum, per tentare di salvare la monarchia, ma il suo gesto fu inutile e gli italiani (anche se con una maggioranza risicata) scelsero la Repubblica. Si concludeva così il regno sull’Italia della dinastia dei Savoia, con un re sul cui giudizio storico, inizialmente positivo, pesano come macigni il via libera dato a Mussolini e il sostanziale immobilismo nei confronti del regime anche di fronte a misure scellerate come le leggi razziali.

3 Comments

  1. Luca Moreno 28/12/2012
  2. Emiliano 29/12/2012
  3. Luca Moreno 29/12/2012

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