SUITE FRANCESE DI IRENE NÉMIROVSKY

di Claudia Boddi

Edito da “Adelphi Milano” nel 2005, “Suite francese” (Suite française) di Irene Némirovsky, a prima vista può dare l’idea di uno di quei libroni inavvicinabili, impossibili da leggere fino in fondo. Ma chi non si farà spaventare dall’altezza del tomo e deciderà di affrontarne la lettura, avrà in cambio la sensazione che si ha dopo una lunga chiacchierata con un’amica/o intima/o, di quelle che occupano pomeriggi interi ma che volano via come se fossero durate solo pochi minuti, lasciando dentro un senso raro di compiutezza assoluta.

La copertina di Suite francese – lundici.it

Con il suo stile magistrale, fluido dal punto di vista narrativo e denso da quello immaginifico, la Némirovsky delinea un affresco incredibilmente suggestivo della Francia sotto l’occupazione nazista nella quale le biografie di personaggi comuni, intrecciandosi tra loro, danno vita alle ineluttabili trame del destino che guidano tutti gli eventi della storia. Eco della migliore “Commedia umana” di balzachiana memoria (La Comédie humaine, 1842) e dell’indimenticabile “Anna Karenina”, capolavoro tolstojano (1877), “Suite francese” fa rivivere la natura di differenti tipi umani, con la spontaneità di chi li conosce veramente e sa come affrontano le vicende avverse di una nazione sconfitta dal nemico contro il quale si è combattuto una guerra. Il racconto si dipana tra i più consueti sentimenti umani, che chiunque si fosse sventuratamente trovato in quella situazione, avrebbe potuto provare: onestà, coraggio, amore e pietà ma anche comprensibili stati di viltà e codardia secondo il motto “mors tua, vita mea”.

Nello scorrere delle pagine saremo felici di incontrare, tra i numerosi altri, i signori Michaud, emblema delle poche coppie autentiche da sempre esistite, che resisteranno insieme alla sfida del tempo – da esodati, con un figlio disperso e in ristrettezze economiche – senza mai mettere in dubbio la loro unione; la fine Lucile, elegante simbolo di donna libera e affrancata dai retaggi di un passato aguzzino e soffocante che riuscirà solo in parte a dare sfogo alla sua vera indole, date le circostanze, grazie a un atto di coraggio che oggi sembrerebbe tratto da un film di fantascienza. L’austerità della suocera, con la quale vive, il marito lontano al fronte, e Bruno, l’ufficiale tedesco – che sono costrette a ospitare in casa per ordine direttivo – non le impediranno mai il piacere di essere veramente se stessa. La Némirovsky, con la sua lieta pennellata, disegna anche l’altra faccia della medaglia, ovvero quella dei tedeschi, gli invasori, coloro i quali da soldati sono obbligati a trascorrere qualche tempo nelle città francesi, ospiti indesiderati dei transalpini vinti. Uomini e donne, giovani e adulti, di varia estrazione sociale e provenienza, con differenti aspettative e priorità, prigionieri o superstiti tanto della guerra quanto della realtà viva delle cose si sfiorano come nelle dissolvenze di una performance teatrale di sopraffina fattura, dando vita a una lettura che non risulta mai stancante o ritmicamente calante.

Meritevole di tutta l’empatia di cui le coscienze umane possono essere capaci, la vicenda personale della scrittrice, riscoperta in Francia e a livello internazionale nel 2004 proprio grazie a questo libro. La Némirovsky è una dei milioni di ebrei deportati e uccisi ad Auschwitz durante l’olocausto a causa dell’antisemitismo imperante. Di ineffabile descrizione, le lettere pubblicate alla fine dell’edizione di Adelphi che raccontano i carteggi del marito di Irene, Michel Epstein che prova ad avere sue notizie dalle istituzioni che, invece, tacciono lungamente sulla sua fine. A posteriori, si è saputo che la Némirovsky fu una delle prime persone a perdere la vita nei forni crematori, che la sua permanenza nel campo di concentramento fu di brevissima durata (uno, forse due giorni) mentre il marito si è dibattuto per mesi nel terribile vortice del silenzio della sua assenza, prima di potersi dare per vinto. A margine della pubblicazione, compare anche il manoscritto di “Suite francese” composto nero su bianco dalla scrittrice prima di morire: sono state le figlie a volere che il romanzo uscisse comprensivo delle foto del manoscritto per continuare a tenere alta l’attenzione sulla memoria della madre. Lo stesso motivo che le ha spinte a rendere di dominio pubblico le lettere fibrillanti del padre all’indirizzo della stessa Irene, che prima di essere catturata, si nascondeva in boschi localizzati neanche lui sapeva esattamente dove, agli amici che potevano aiutarla con un tetto o sostenenerla a vario titolo, e alle autorità.

Autrice anche del “David Golder” che nel 1929 l’ha resa celebre, de “Il ballo” (1930), nel quale racconta il complesso passaggio dall’adolescenza all’età adulta, di “Due” (1934) che, sebbene sia ambientato nella Francia degli anni ’20, stupisce per l’incredibile attualità dei temi trattati e di molte altre opere, Irene Némirovsky sta avendo ora, postumo, l’adeguato riconoscimento per la sua produzione letteraria. Legittimazione e premio che le sarebbero spettati quando era ancora viva, se il suo destino non si fosse spezzato sotto uno degli atti più indegni che l’essere umano è stato mai capace di infliggere ai suoi simili.

3 Comments

  1. Giovanni Agnoloni 05/01/2013
  2. Nicola Pucci 05/01/2013
  3. CLAUDIA 05/01/2013

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