di Simone Provenzano
Il pensiero è legato al linguaggio.
Quando questa affermazione arrivò alla mia coscienza ero un pischello che frequentava il secondo semestre del primo anno di università.
Mi colpì come un cazzotto allo stomaco: la materia con la quale pensiamo è il linguaggio, se non possiedo parole per descrivere un determinato oggetto sarà per me molto più complicato includerlo in un mio pensiero.
L’esempio che generalmente facciamo per spiegare questo concetto è quello relativo alla neve e agli Inuit. Si dice che questa popolazione, che vive la maggior parte dell’anno immersa nel candore della neve, abbia sviluppato un vocabolario che contiene in sé molte parole per descrivere la bianca visitatrice invernale. Il che dovrebbe significare che per loro esistono concetti e pensieri di neve a noi preclusi nel nostro linguaggio.
Purtroppo tutta questa storia della neve e degli Inuit è una frottola, una cazzata che si è radicata nel nostro comune sentire e che ormai riteniamo reale.
Vi chiederete per quale motivo vi riporto un esempio di pensiero legato al linguaggio per poi dirvi che è un falso. La parola neve e gli Inuit non dimostrano la dipendenza del pensiero dal linguaggio ma dimostrano qualcosa di psicologicamente vero.
Il vecchio Jung era solito affermare che quando un’opinione è così condivisa e così antica deve avere un fondo di verità, cioè è psicologicamente vera.
Non importa che la frottola delle parole legate alla neve sia vera o falsa, perché è psicologicamente vera!
È come se tutto questo insieme di Inuit e semantica fosse una storia mitologica: non necessariamente reale, ma vera nelle sue accezioni psicologiche.
Arrivato a questo punto non posso più affermare che il pensiero è esclusivamente legato al linguaggio. Devo ammettere che esistono almeno due tipi di pensiero, quello indirizzato legato al linguaggio e quello indeterminato legato alle immagini.
Facendo un passettino in avanti possiamo sentire e capire come quello legato al linguaggio sia il pensiero dalla nostra attività conscia, mentre il secondo è legato al nostro mondo inconscio.
Non è difficile dimostrarlo. Pensate ai vostri sogni, pensate a come ve li ricordate appena svegli: un insieme di immagini, luoghi, volti, conditi con un’emozione che fa da sfondo.
Potremmo spingerci oltre dicendo che esiste il pensiero indirizzato e il sognare o fantasticare (aggiungo fantasticare, per far capire che è una modalità di pensiero che non si ha solo durante il sonno).
Aggiungiamo alla ricetta fin qui dettata un pizzico di parole poetiche del buon bardo Shakespeare:
«Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.»
Questa bellissima e conosciutissima frase, appartenente a “La tempesta”, mi spinge verso la conclusione di questo post.
Noi possediamo e usiamo come strumento il pensiero legato al linguaggio, o perlomeno ci proviamo.
Noi siamo posseduti dal pensiero legato alle immagini. Noi siamo costruiti con i mattoni di quel linguaggio particolare, che non può essere compreso totalmente e non può essere spiegato completamente.
Siamo simili a sogni che sognano.
Un viaggio lisergico in compagnia di immagini che sono proprie dell’umanità, dell’umana natura. Abbiamo dentro di noi l’ancestrale.
Se non vi vengono le parole abbandonatevi alle immagini.
P.S. Questo post è ricco di eccessive semplificazioni, perdonate il mio accomunare il linguaggio al vocabolario e altre castronerie semplicistiche che uso per onorare la sintesi del mezzo. Per completezza di informazione, dovete sapere che durante il primo anno di università, quando capii il legame tra lingua, linguaggio e pensiero, mi iscrissi ad un corso di giapponese con una mia cara amica che mi permetto di salutare: Kon’nichiwa Sara.



Condivido questa analisi. Mi capita spesso di fare dei sogni particolarmente vivi e pregnanti, con immagini imbevute di emozione e significato, e – da scrittore – di cercare di ripescare e riprodurre nelle mie pagine sia quelle immagini, sia quelle sensazioni. E’ allora che mi accorgo che il linguaggio è un regredire alla radice di quell’emozione, che è figlia sia di ciò che ho visto (e questo vale anche per le esperienze in stato di veglia), sia del modo in cui la mia sfera emotiva e cognitiva l’ha “filtrato”. Quindi è vero quello che diceva Tolkien (e prima di lui Owen Barfield), cioè che lo scrittore deve tornare al punto in cui la parola e l’oggetto che essa rappresenta erano “una cosa sola”, ma è anche vero che non c’è solo un unico significato, non solo perché il linguaggio si evolve (oggettivamente), ma anche perché cambia soggettivamente, a seconda del “prisma” di chi lo usa. Comunicare, dunque, vuol dire esprimere nel modo più genuino la radice del significato per come il nostro Io la percepisce e la modula, e al contempo curarsi – senza snaturarla – di farla arrivare agli altri nel modo più “pulito” e meno equivocabile possibile.
“la psiche è strutturata come un linguaggio”; “noi non parliamo il linguaggio, siamo parlati dal linguaggio” ; “la psiche è un significato senza significante”. Jacques Lacan. l’ho sempre trovato oscuro ma illuminante.
Condivido, grazie! Condivido anche la passione per Lacan e le sue ermetiche e psicanalitiche osservazioni.
Alla domanda da gioco di società , in quale periodo storico si sarebbe voluto vivere, non ho mai esitato nel rispondere: in quello antecedente alla nascita del linguaggio. In quel periodo pre- edenico dell’umanità ove la percezione e l’esperienza del mondo attorno non era mediato e corrotto dalla parola. Che il linguaggio alteri, limiti e determini il nostro rapporto con il mondo che ci circonda è una considerazione inevitabile per chiunque abbia esplorato, appreso e studiato le lingue e i vocabolari del globo su cui viviamo. So bene che tutti noi, buongustai nell’assaporare le parole, ( per di più, cresciuti in ambiente giudaico-cristiano, quindi intrisi dal concetto che” In principio era il Verbo…”) abbiamo inevitabilmente sacralizzato il linguaggio. Ma, a prescindere da errori di traduzione dall’aramaico al greco ( il ridicolo cammello per la cruna dell’ago di evangelica memoria!) , credo sia preferibile risalire ad altre fonti anteriori, quali le Upanishad Vediche, ove la parola non era significato , ma vibrazione creatrice. Insomma, la parola è un’arma dal fatidico doppio taglio. Grazie a lei ci crogioliamo nella rassicurante illusione di poter comunicare tra noi. Ma, a causa sua, perdiamo il contatto diretto e l’esperienza originaria con la realtà. Il momento in cui Adamo ebbe la malaugurata idea di nominare gli animali del cielo e della terra, forse fu quello l’inizio della caduta, della perdita del paradiso. E non la spuria mela dell’albero. Mela che, oltretutto, non si sa bene da dove sia saltata fuori: per secoli l’iconografia dell’albero in questione è stata la pianta del fico. Perché mai il fico si sia trasformato in melo meriterebbe uno studio appropriato. Ma senza mela nessun giudizio di Paride, nessuna strega cattiva di Biancaneve…
“…well , something’s lost and something’s gained in living ev’ry day…” come saggiamente cantava Joni Mitchell.
Magnifico! Il mio post è di corollario al tuo commento fantastico. Io ho appena accennato un paio di concetti. Tu gli hai dato grande forza espressiva. Grazie