di Nicola Pucci
Ci sono due strade per avvicinare la letteratura di Ruta Sepetys: una è la via della conoscenza, l’altra è quella dell’inesperienza. Vi spiegherò perché, raccontando del successo editoriale della scrittrice americana con tracce di sangue lituano nelle vene.
“Avevano spento anche la luna” (Garzanti, 2012) narra la storia, tragica nella sua verosomiglianza, di Lina, ragazzina quindicenne che nel giugno del 1941 conosce l’orrore della deportazione nei famigerati gulag di staliniana memoria. E’ figlia del rettore dell’Università di Kaunas, città della Lituania, Lina, e il suo nome, come quello degli altri componenti delle famiglia – la madre Elena, il fratello Jonas, appunto il papà Kostas -, compare nelle lista delle persone non gradite al regime. La loro semplice quotidianità, in quella notte che annuncia l’estate, si riduce a brandelli, il nucleo esistenziale viene diviso, le steppe sovietiche e i ghiacci mortali della Siberia li attende. Lina è giovane, fresca, innocente, coraggiosa … verrà separata dal padre e la speranza di ritrovarlo correrà lungo il filo sottile dell’amore per il disegno, l’opera inquieta, angosciante e tormentata di Edvard Munch scoperta da poco. L’arte è l’emblema della vita, è l’ancora di salvataggio che permetterà a Lina di conservare la sua identità quando l’annientamento spirituale e l’eliminazione fisica incomberanno come uno spettro. L’interminabile trasferimento nel treno merci carico di sofferenze e disperazione; la fame e la sete inseparabili compagnie quotidiane; le insopportabili condizioni di lavoro che riducono le forze; la lotta per la sopravvivenza tra solidarietà e sfiducia in chi come te condivide la stessa sorte maledetta; l’alito della morte che ti avvinghia con le sue braccia poderose e pare poterti stritolare da un momento all’altro. Ma Lina troverà la salvezza, nel disegno che non la spenge come invece succederà alla madre e grazie alla forza dell’amore per Andrius, giovanotto che conquisterà il suo cuore, il sentimento che come in ogni storia drammatica che si rispetti entra come una folgorazione e porta luce laddove regna il buio e la paura.
Ho parlato in principio, se ben ricordate, del doppio cammino che porta a Ruta Sepetys: ebbene, lo stile narrativo è piacevole e ben articolato, la trama prende forma con buona cadenza ritmica ma manca, per chi ha un minimo di conoscenza di ciò che è stata la deportazione conosciuta dal popolo lituano, dell’elemento dell’inatteso, niente di sorprendente fuoriesce in verità dalle trecento pagine di narrazione. La scarsa esperienza letteraria e storica, invece, colpirà il lettore con la forza dirompente di un pugno nello stomaco, un mix di aberranti brutalità, momenti luttuosi – il racconto delle morte di Elena commuove e potrà far scendere una lacrima, non lo nego – e picchi d’insensibiltà umana che hanno il pregio, questo sì, di non tacere una delle tante, troppe pagine nere della storia del Novecento. Sì, perché “avevano spento anche la luna” è storia, romanzata certo, ma pur sempre storia vera. Purtroppo.


