LANCE ARMSTRONG, DOPING ERETTO A SISTEMA

di Emiliano Morozzi

Lance Armstrong, doping eretto a sistema: questo il succo di una notizia che circola insistentemente da giorni e che aspetta la giornata di oggi per ricevere conferma. Intervistato da Oprah Winfrey, il campione texano avrebbe confessato d’aver fatto uso di sostanze dopanti per vincere il Tour.

Crolla così miseramente nella polvere, come le statue di vecchi dittatori, il mito dell’uomo che non solo aveva sconfitto il cancro con la propria tenacia (e di questo gliene va dato umanamente atto, anche se rimane il dubbio che la malattia sia stata provocata proprio dalle sostanze che assumeva già prima) ma che era stato capace di tornare a correre, vincere, stravincere e sgretolare un record che nessuno mai aveva osato superare: sette vittorie al Tour, meglio di mostri sacri del ciclismo come Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain, fermatisi tutti a cinque. Non era un uomo quello, ma una specie di robocop costruito in laboratorio, alimentato con i migliori ritrovati nel campo delle sostanze proibite, coperto da amicizie altolocate e dagli organi più importanti del ciclismo internazionale, che evidentemente in quel momento avevano bisogno di rilanciare il settore in forte crisi di immagine dopo lo scandalo Festina al Tour del 1998 e la sospensione di Pantani al Giro 1999.

All’epoca molti addetti ai lavori ne tessevano le lodi, attribuendo quelle prestazioni incredibili ad un allenamento da marine, all’innovativa pedalata basata sul mulinare a frequenze pazzesche il rapportino, ai miglioramenti in salita. Qualcuno forse anche sapeva e fece finta di non vedere, ma non è tanto questo l’elemento più vergognoso di questa brutta faccenda. Il problema è che se Armstrong confesserà (mi riservo il beneficio del dubbio) non potremo più parlare nel ciclismo di un problema di doping, ma del doping eretto a sistema, e a quel punto su uno sport che continuo a reputare meraviglioso si apriranno inquietanti scenari.

Armstrong scatta sull’Alpe d’Huez (grannygearblog.com)

Qualcuno dirà che il doping nel ciclismo è sempre esistito fin dai tempi di Coppi e Bartali, ma qui non si tratta di riconoscere o meno l’esistenza del doping: si tratta di qualcosa di ben più grave, si tratta del fatto che l’uso di sostanze illecite è passato ad essere non più pratica sfruttata da qualche mela marcia ma sistema al quale tutti sono costretti a sottostare anche soltanto per riuscire a tenere le ruote degli altri. Ed in questo caso non parliamo più di illazioni, ma della confessione di quello che è stato per sette anni il numero uno mondiale, non l’ultimo dei gregari.

Prendiamo come esempio la politica: fin dai tempi di Andreotti e Craxi in politica è regnato il malaffare, ma purtroppo oggi questo fenomeno è diventato talmente capillare da corrompere non più singoli uomini politici, ma partiti interi e, alla luce degli ultimi scandali, persino un’intera classe politica regionale (si pensi a quanto successo nel Lazio). Anche nel ciclismo si parla da sempre di doping, ma un conto è basarsi sulle illazioni e sulla “cattura” di corridori di secondo piano che finiscono nella rete dei controlli, un conto è vedere un campione capace di infrangere record da tutti considerati invalicabili confessare quello che è un vero e proprio doping di squadra e un progetto per trasformare un corridore vincente in una macchina costruita in laboratorio e programmata per vincere.

Di certo la confessione di Armstrong non migliorerà la credibilità di questo sport, e purtroppo temo che tanti di quelli che hanno osannato il corridore texano faranno a gara per ricoprirlo di fango, come hanno fatto i suoi ex compagni di squadra, bravi a doparsi e star zitti quando ce l’avevano accanto, ma altrettanto solerti nel denunciarlo dopo per un quarto d’ora di celebrità e trenta denari. Anche i controlli antidoping subiranno un duro colpo d’immagine: Armstrong durante le corse non è mai risultato positivo, eppure si dopava sistematicamente. Delle due cose l’una: o i controlli erano inefficaci nel rilevare certe sostanze, o cosa peggiore, qualcuno copriva le sue malefatte. In entrambi i casi, la credibilità di questo sport scenderà ai minimi storici e i denigratori avranno vita facile nello sparare a zero contro il ciclismo.

In questo mare di liquame venuto a galla qualcosa di positivo forse c’è: la confessione di Armstrong può essere un punto di partenza per cominciare a cambiare le cose. Prima di tutto, cacciare tutti coloro che a vario titolo, sapevano e hanno taciuto: dirigenti degli organi ciclistici, direttori sportivi, atleti. E’ impensabile parlare di pulizia e continuare a far lavorare un reo confesso come Riis, e con lui dovrebbero cominciare a fare le valigie tanti personaggi ambigui che gravitano intorno al mondo del ciclismo. Solo in questo modo si potrà cominciare a sperare di vedere un giorno un ciclismo pulito, anche se purtroppo, a meno di cambiamenti drastici, anche per la prossima stagione avremo il dubbio che le imprese dei vari Contador, Wiggins, Nibali siano viziate da qualche scorretto aiuto farmacologico. Certo, vale la presunzione di innocenza, ma dopo la confessione di Armstrong, è davvero difficile difendere un sistema che si è dimostrato marcio a partire non dall’ultimo dei gregari, ma da uno dei suoi più grandi campioni.

10 Comments

  1. Alessandro Rosa 17/01/2013
  2. Emiliano 17/01/2013
  3. N.P. 17/01/2013
  4. Roberto 21/01/2013
  5. Emiliano 21/01/2013
  6. Nicola Pucci 21/01/2013
  7. Emiliano 21/01/2013
  8. Nicola Pucci 21/01/2013
  9. Nicola Pucci 21/01/2013
  10. Roberto 21/01/2013

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