COPPI, BARTALI E IL MISTERO DELLA BORRACCIA

di Emiliano Morozzi

Coppi, Bartali e il mistero della borraccia

6 luglio 1952: la canicola arroventa le strade di Francia, teatro del Tour, dai transalpini definita la più importante gara a tappe del mondo. I corridori stanno scalando i duri tornanti del Col du Galibier, in attesa che il padrone del Tour metta in atto la sua promessa: attaccare e lasciare, dopo l’arrivo al Sestriere, gli avversari a una distanza di almeno dieci minuti. Il fotografo lo immortala nell’attimo esatto in cui avviene lo scambio di borraccia con un compagno: davanti la maglia gialla, la faccia e il naso adunco protese in avanti, come a voler fendere l’aria rarefatta di montagna, dietro il compagno di squadra, quello dal “naso triste come una salita, la faccia allegra da italiano in gita“, come cantava Paolo Conte.

Coppi-e-Bartali-borraccia

Nella foto non si capisce chi è che passa la borraccia all’altro, e se da un lato questo mistero divide i tifosi dei due corridori, dall’altro trasforma subito la foto in un’icona: simbolo di una nazione che è sì divisa, ma che vuole ritrovare un’unità, ma soprattutto simbolo di una grande rivalità sportiva, che in corsa a volte degenera, ma che fuori dalla corsa si trasforma in profonda amicizia e reciproco rispetto. Per descrivere la grandezza delle imprese di Coppi, non si può dimenticare lo sconfitto, ed anche se a volte Bartali non era l’avversario da battere, i due erano attori perfetti per creare la contrapposizione: divisi non solo dalla rivalità sportiva, ma anche dallo stile di vita (sanguigno e amante del bere e del cibo Bartali, schivo e scrupolosissimo nella preparazione alla corsa Coppi) e dalle idee politiche, anche se sul dualismo Coppi comunista – Bartali democristiano ci sarebbe da discutere.

La rivalità sportiva tra Coppi e Bartali nasce prima della guerra: siamo nel Maggio 1940, l’Italia si gode la quiete prima di essere travolta dalla tempesta. Si corre il Giro d’Italia, e Bartali, capitano della Legnano, punta a ottenere il tris, ma i sogni di gloria del toscano durano poco: nella seconda tappa, scendendo verso Genova un cane gli taglia la strada, e la rovinosa caduta gli fa perdere minuti preziosi e lo esclude dalla lotta per la rosa. Si arriva alla Firenze – Modena e sull’Abetone un suo gregario si invola da solo in mezzo alla tempesta, semina tutti e arriva al traguardo conquistando il simbolo del primato: il suo nome è Fausto Coppi, quel Coppi che lo stesso Ginettaccio aveva voluto alla sua corte. Tutti sono pronti a osannare il nuovo campione, ma Bartali avverte: “Chi va forte in pianura paga dazio in montagna“. Il toscano, che è corridore d’esperienza ma ha anche un gran fiuto nel valutare gli avversari, ha già capito di che pasta è fatto Coppi: se Ginettaccio è duro come legno di quercia e nei momenti di crisi sa tenere duro, Coppi è cristallo puro, brillante ma anche mentalmente fragile. Sulle Dolomiti la maglia rosa accusa una tremenda crisi, scende di bici e medita il ritiro, ma lì Bartali sveste i panni del capitano e indossa quelli del gregario, facendo di tutto per convincere Coppi, con le buone o con le cattive, a ripartire: gli butta brutalmente della neve fredda in faccia, lo insulta, lo scuote. Tuona Gino: “Sei un acquaiolo Coppi! Sei solo un’acquaiolo“, ovvero un corridore che si arrende alle prime difficoltà, che non sa stringere i denti, che non diventerà mai un campione. Spronato, quasi sospinto di peso dal proprio capitano, Coppi si riprende e vince il suo primo Giro d’Italia, pochi giorni prima dell’entrata dell’Italia in guerra. Le strade dei due si dividono, per tornare ad intrecciarsi nel dopoguerra, dando vita a una straordinaria rivalità sportiva. Sfide che a volte degenerano in atteggiamenti poco edificanti, come al campionato del mondo di Valkenburg nel 1948, quando Coppi e Bartali, invece di fare gioco di squadra, fecero di tutto per ostacolarsi a vicenda, finirono per ritirarsi entrambi e furono addirittura squalificati dalla Federazione per un mese. Se al Giro i due si dividono, al Tour de France l’anomala formula delle squadre nazionali li costringe a correre sotto la stessa bandiera e insieme i due compiono imprese leggendarie: le vittorie di Fausto al Tour del 1949 e del 1952 sono ottenute grazie anche al valido aiuto di Bartali, e i due spesso arrivano insieme al traguardo, quasi a braccetto. Se in corsa Bartali e Coppi si comportano come cane e gatto, fuori dalle competizioni i due mantengono una salda amicizia. A questo proposito, celebre è la puntata del Musichiere del 1950, quando i due ospiti si prestano al gioco e rievocano le loro imprese e soprattutto i loro dispetti ai danni l’uno dell’altro: lo “schiaffo morale” di Coppi al vincitore Bartali sulle Dolomiti al Giro del 1946, la vittoria di Bartali al Giro di Toscana del 1953, e tanti altri episodi che hanno caratterizzato la rivalità sportiva tra i due. Sempre nello stesso 1959, Bartali, ormai ritirato dalle corse, si ricicla come direttore sportivo fondando una squadra per rilanciare l’amico Coppi scegliendolo come capitano. I due tornano uniti in corsa come avevano fatto venti anni prima, ma ancora una volta il destino ci mette lo zampino: durante una corsa esibizione in Alto Volta, Coppi contrae la malaria, i medici sbagliano la diagnosi e all’alba del 2 Gennaio 1960 (oggi ricorre il 42°anniversario del tragico evento) il Campionissimo muore. Divisi per sempre dalla vita, Bartali e Coppi torneranno insieme alla ribalta qualche decina d’anni dopo: alla morte del toscano, una borraccia contesa tra le mani dei due diventerà il simbolo della loro indissolubile unione nel mito.

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7 Comments

  1. Ciclista 02/01/2012
  2. Andrea 02/01/2012
    • Jacopo 15/06/2017
  3. iac 02/01/2012
  4. Emiliano 02/01/2012
  5. Giovanni Agnoloni 02/01/2012

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