di Nicola Pucci
In tempi non troppo lontani rappresentava l’incontro tra due continenti, Europa ed Africa. Si chiamava Parigi-Dakar ed aveva nella lingua francese, cara alle due capitali, l’elemento di condivisione. Poi, e correva l’anno 2008, Al Qaeda ha fatto cantare la voce sinistra dei mitra e la corsa, per la prima e ad oggi unica volta annullata proprio al momento di avviarsi, ha cambiato volto. Al deserto sabbioso del Sahara si è sostituito quello arido e pietroso di Atacama e il palcoscenico si è trasferito al di là dell’Atlantico. L’avventura ha trovato parcheggio nelle terre fascinose e di matrice spagnola tra Argentina e Cile e se i numeri non mentono ha conosciuto un inatteso ma clamoroso successo di pubblico.
Anno 2012. Sono passati 33 anni dalla prima, storica edizione che si mise in marcia dal Trocadero e celebrò Genestier tra le auto e Neveu tra le moto come i primi avventurieri capaci di imporsi. Il Rally Dakar – così oggi si chiama, avendo i francesi conservato l’organizzazione dell’evento – si è allineato ai nastri di partenza a Mar del Plata il 1° gennaio e completerà il percorso a Lima (cartina a fianco, foto auto123.com), in Perù, il 17 gennaio dopo 8373 chilometri che si annunciano palpitanti e regaleranno agli amanti del raid più famoso al mondo colpi di scena ed emozioni a ripetizione.
Una competizione che ha pagato un grosso tributo di sangue, con la morte del suo stesso ideatore, Thierry Sabine, precipitato con l’elicottero nel 1986, del nostro Fabrizio Meoni, prima eroe con i trionfi del 2001 e del 2002, poi vittima di un incidente mortale nel 2005, dei tanti, troppi partecipanti a cui è stato fatale il percorso periglioso, degli altrettanti, troppi appassionati locali travolti al passaggio dei mezzi in gara. Le polemiche hanno segnato la storia di una corsa che appartiene alla leggenda come appartengono alla leggenda tutti coloro che l’hanno affrontata e portata a termine non senza rischi oltre il limite concesso. Un audace su tutti, Mark Thatcher, figlio della Lady di Ferro Margaret che nel 1982 smarrì la via e fu ritrovato dopo cinque giorni a vagabondare disperso per il deserto. La tecnologia è sopravvenuta da quel dì a dar conforto ai temerari che osano sfidare la natura più insidiosa, ma la Dakar, Africa o Sudamerica che sia, conserva intatto il suo fascino. Sfogliando l’album dei ricordi, ecco apparire nomi blasonati come quello di Ari Vatanen, pluridecorato con quattro successi tra le auto, oppure Cyril Neveu, trionfatore cinque volte tra le moto, senza dimenticare il russo Vladimir Chagin, incontrastato predone con sette successi tra i camionisti. Ma l’uomo del deserto, il campione tra i campioni batte bandiera transalpina, si chiama Stephane Peterhansel e dall’alto dei suoi nove, dico nove, successi, tre alla guida di un auto, sei pilotando una moto, merita la vetrina di principe della Dakar. 46 anni, sarà anche stavolta tra i favoriti al pari di Al-Attiyah, alfiere del Qatar vincitore l’anno scorso, così come lo spagnolo Marc Coma, scusate la cacofonia, che inseguirà il poker dopo essersi imposto nel 2006, nel 2009 e nel 2011 in sella alla KTM 450.
Il contingente italiano sarà numeroso ma con poche chance di successo; curiosamente sarà perfettamente distribuito, 14 centauri, altrettanti automobilisti, 14 pure i portacolori bianco-rosso-verde seduti al volante dei bestioni. Un nome conosciuto, tra questi, quello di Miki Biasion, due volte iridato rally (1988 e 1989) che con Giorgio Albiero e l’olandese Huisman proverà a condurre l’IVECO TRAKKER EVOLUTION II ai primi posti della classifica. Che l’avventura dei mastini del deserto abbia inizio e buona Dakar a tutti, anche se, maledizione, Jorge Martinez Boero, ed è notizia delle ultime ore, va ad aggiungersi alla lista di coloro che a casa non hanno fatto ritorno.




Articolo interessante e ben documentato, a quando un Parigi – Dakar in Alaska con gli eroi del ghiaccio alla volta di Prudhoe Bay?
Un affresco denso di profondità umana e di pathos sportivo. Viene voglia di seguire la corsa (e lo dice uno che il motociclismo non l’ha mai amato, neanche su pista).
simpatica ed interessante presentazione di una corsa leggendaria che, pure trasferita nei deserti dell’America latina, non ha perso nulla del suo fascino avventuroso.
Sulle competizioni sono molto “tradizionalista”, un po’ come quelli che vorrebbero sempre l’abito bianco a Wimbledon. Penso che il cambio di continente e le vicende recenti abbiano fatto perdere fascino alla corsa, e anche io non la seguo più con la stessa passione con cui la seguivo quando ero piccolo e la corsa come me viveva il suo primo decennio di vita…
fin dagli anni Ottanta seguivo con interesse le pagine che la Gazzetta dedicava alla Parigi-Dakar versione africana…ricordo personaggi come Jacky Ickx, ex-ferrarista, come Edi Orioli che fu il primo italiano a trionfare, e comparsate comiche come quella di Renato Pozzetto o l’incredibile competitività di Luc Alphand, sciatore vincente negli anni Novanta e poi dominatore anche con le auto a Dakar…tante belle storie ma anche tante vite spezzate, al punto da far pensare che lo spettacolo che in questi anni è andato in onda nonostante tutto e tutti (“the show must go on”, non passa mai di moda) forse non ne valeva la pena…ma di questo si può discutere all’infinito