di Francesco Gori
Con J.Edgar, Clint Eastwood torna a far parlare di sé e della sua tempra immortale, capace di regalarci pellicole di primissimo livello.
Dopo gli eccezionali Million Dollar Baby e Gran Torino, il regista americano ci porta stavolta nell’America degli anni Venti dove J.Edgar Hoover comincia la scalata che lo porterà ad essere uno degli uomini più potenti dell’epoca. La narrazione parte dal protagonista ormai anziano, interpretato da un sempre eccellente Leonardo Di Caprio, che dopo quasi mezzo secolo di lavoro investigativo detta alle giovani leve la sua verità sui fatti del passato.
Nel 1919 il giovane John viene messo a capo di un’operazione per ripulire l’America contro i rischi di una possibile importazione della Rivoluzione russa da parte dei comunisti bolscevichi e dei radicali che hanno già attentato numerosi personaggi di spicco.
In questo lasso di tempo Edgar, incaricato dal presidente John Calvin Coolidge Junior, costruisce con dedizione il Bureau, la base dell’FBI, selezionando centinaia di giovani con la collaborazione della segretaria, Miss Gandy (Naomi Watts). Tra i tanti, rimane colpito da uno di loro, il signor Clyde Tolson (Armie Hammer), che diverrà il suo braccio destro e non solo, visto che tra i due nasce da subito una vera e propria intesa.
Negli anni gli avvenimenti si susseguono: dagli attentati dei radicali si passa al periodo della Grande Depressione e dei gangsters come Al Capone e John Dillinger, fino al riconoscimento dell’FBI (Federal Bureau of Investigation) come organo di sicurezza, dopo la cattura del rapitore del figlio del famoso aviatore Lindbergh. In un alternarsi di flashback, tra azioni legali e illegali abusi di potere come in occasione del Movimento di Marthin Luther King, si arriva al periodo dell’astuto presidente Nixon che segnerà anche la fine dell’era Hoover. Insieme ai fatti, è il rapporto tra il signor Hoover e il signor Tolson a intensificarsi: il primo sa in cuor suo di essere omosessuale ma la presenza della madre – che “ringrazia Dio per non avere un figlio con quella malattia” – e il suo ruolo pubblico ne impediscono l’ammissione; il secondo non lo nega, esprime a Edgar le sue emozioni, e gli rimane fedele negli anni. È questo legame che interessa chi sta al di là dello schermo, più delle ricostruzioni storiche. Un amore, di questo si tratta, mai consumato ma protratto negli anni fino alla vecchiaia, una rarità di sentimento inibita dal rigore dell’epoca e dalle ossessioni del capo dell’FBI.
Detto questo, la prima parte del film è veramente noiosa, con una serie infinita di fatti e vicende che tediano lo spettatore, confondendolo. Eventi su eventi, con la figura dominante di Di Caprio che recita praticamente da solo. Solo nella seconda parte si affrontano con più coraggio e profondità i temi dell’omosessualità, del soffocante rapporto tra Edgar e la madre, i suoi problemi da bambino quando era chiamato Spiccio per le sue difficoltà di parola (quell’urlare e rivolgersi in tono forte e sicuro del Di Caprio personaggio è proprio il frutto del risarcimento per la balbuzie infantile che ogni tanto si riaffaccia anche da adulto, nei momenti di crisi interiore). Ma un secondo tempo più che sufficiente non fa una buona media con un primo deludente. Clint non emoziona, se non con un finale che induce una leggera malinconia per il tempo sprecato dai due agenti, e lo spettatore si distrae: cosa che durante un bel film non deve succedere.
Discutibili anche le scelte di alcuni personaggi di secondo piano, come ad esempio il rapitore del figlio di Lindbergh o i presidenti Kennedy e Nixon, nel complesso poco credibili.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Mi interessano sempre i film che ricevono giudizi contrastanti, mentre sospetto di quelli di cui tutti parlano bene!
Io l’ho visto e concordo con l’opinione dell’articolo. Altre persone,invece, lo hanno apprezzato molto. Ben vengano i gusti diversi!
Secondo me l’opinione è sempre forzata dal fatto che ognuno di noi prima non si documenta nel modo corretto e non capisce la figura che si vuole far rappresentare all’attore. A parte che Leonardo di Caprio è un fenomeno in sto film come il suo collega che fa il suo amico, ora mi sfugge il nome, però mi viene da dire che ogni tanto è giusto “aggiustare” dei passaggi. Ancora di più mi viene da dire che per lo stile che ha usato sembra molto un documentario e questo a me a fatto impazzire ( favorevolmente)
E’ inevitabile che si creino schieramenti quando si parla di un regista del calibro di Clint Eastwood, capace di film supremi. Ma francamente, seppur bello stilisticamente, è il richiamo emozionale nello spettatore che manca… poi è giusto che ognuno lo interpreti a modo suo, questione di punti di vista
Ma la domanda è se alla fine i film non sono proprio un qualcosa di stilistico e poco altro…La storia vera si studia sui libri 😉 (te lo dice uno poco intelligente e che studia poco 🙂 )
Finale di sicuro effetto, cruda biografia di un “caso umano” americano, scene madri che non salvano la baracca. Tutto il resto è noia, ammettiamolo! E giudichiamo il buon vecchio Clint con sincerità… qst volta ha fatto un passo falso: http://onestoespietato.wordpress.com/2012/01/10/j-edgar-il-passo-falso-di-clint/ dal mio blog! passate…