LA VITA DI ELVIS PRESLEY, TORNIAMO A MEMPHIS

di Leonardo Masi

La vita di Elvis Presley, torniamo a Memphis

Per scrivere il post musicale di oggi mi erano stati forniti due pretesti: si trattava di scegliere fra il sessantacinquesimo compleanno di David Bowie (nato l’8 gennaio 1947) e il settantasettesimo anniversario della nascita di Elvis Presley (8 gennaio 1935). Per chi come me è cresciuto nel culto della musica inglese del magico decennio 1967-1977, la decisione è stata semplice: Bowie! Ma poi sono entrato col mio portatile in un caffè e c’erano le canzoni di Elvis (qui a fianco, foto flickr). Io le conoscevo tutte, perché mio padre le ascoltava quando io avevo tre anni e le ascolta tuttora. Mio padre all’epoca della psichedelia aveva già due figli e lavorava parecchio: per convertirsi a Pink Floyd e Led Zeppelin era troppo tardi, preferiva restare agli Everly Brothers o Duane Eddy. Andavano bene i Beach Boys, ma tempo fa ho scoperto che non conosceva quelli di Pet sounds. Al massimo i Bee Gees. Questa è per me la dimostrazione empirica della spaccatura che alla metà degli anni sessanta si era aperta fra i fan del Re del Rock e quelli della nuova musica dei Beatles, Rolling Stones, Doors, Jimi Hendrix. I ragazzi di Woodstock avevano gusti molto eclettici, potevano apprezzare anche Ravi Shankar, il folk celtico, il blues. Ma Elvis era proprio un altro mondo, anche se non bisogna dimenticare che alla base di quella rivoluzione dei costumi degli anni sessanta c’era stata proprio la grande carica sensuale del “Pelvis” nelle sue apparizioni televisive degli anni cinquanta.

Poi però Elvis rappresentò tutt’altro che la contestazione: nel 1960 partì per il servizio militare facendo grande pubblicità al patriottismo americano, quindi tornò e si diede alla carriera hollywoodiana, girando filmetti senza nessuna pretesa. Per fortuna alla fine si stufò, e nel 1968 preparò il grande ritorno sulle scene. E fu davvero grande. È allora da qui che si può ripartire, perché le canzoni di Elvis degli anni 1968-1970 a mio avviso non possono non piacere a chi ama la buona musica. Per carità, niente concept album, niente suite di venti minuti, niente moog: le canzoni di Elvis continuarono ad essere canzoni radiofoniche. Certo, qualche cover dei nuovi gruppi la cantava anche lui (Something dei Beatles o di Words dei Bee Gees). Ma il tocco da maestro fu la rivisitazione delle origini del rock and roll dal punto di vista della musica nera, con arrangiamenti che ricordano l’estetica della Motown, e inoltre con omaggi al soul e al country. Ed Elvis sapeva cantare benissimo anche il gospel.

Durante il concerto del 1968 che segnò il suo ritorno sulle scene con uno special televisivo, Presley dice: “Il rock and roll è soprattutto gospel o rhythm and blues. È da questo che è partito, ed è a questo che poi si sono cominciate ad aggiungere cose”. Il famoso Elvis comeback show fu un concerto che anticipò gli unplugged dell’era MTV: su un piccolissimo palco, lui e altri cinque musicisti (quattro chitarre e percussioni “minimaliste” sulla custodia di una chitarra) imbastiscono una sorta di jam session acustica durante la quale Elvis rivisita i vecchi brani, scherzando volentieri col pubblico e coi colleghi sulla scena. L’anno dopo arrivò un disco molto bello, credo il più bello della carriera di Presley: From Elvis in Memphis, dove ci sono classici come In the ghetto (una piccola concessione alla canzone di protesta sociale) o Any day now, scritta da Burt Bacarach. E poi ancora altri successi, come Suspicious minds o Burning love, il famoso concerto alle Hawaii. Poi purtroppo i concerti diventarono troppi, il ritmo era insostenibile, ci fu la veloce rovina fisica e la morte, il 16 agosto 1977.

Il restyling del 1968 riuscì? Purtroppo non del tutto: il pubblico giovane ormai era andato perduto, ma chissà se col tempo anche l’ascoltatore medio dei Pink Floyd non imparerà ad apprezzare From Elvis in Memphis. Oggi ho risentito volentierissimo le canzoni di Elvis in questo locale dal quale scrivo: è musica che ha un effetto molto positivo. Ora mi dedicherò un po’ a David Bowie.

2 Comments

  1. Andrea 07/01/2012
  2. Giovanni Agnoloni 07/01/2012

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