di Evi Mibelli
“I leoni e l’Africa: la battaglia di Alessandra Soresina”
Ancora una donna. Bella e piena di passione. Italiana.
Raccontare la sua avventura in terra africana non è facilissimo perché mescola ricerca scientifica, anticonformismo, coraggio ed emozioni. In sostanza un modo d’essere. Oggi, a quarant’anni con un marito e una piccola bambina ha rallentato momentaneamente il suo impegno nella savana, ma per molti anni è stata la sua casa. Ci ha vissuto per lunghissimi periodi da sola, girando in jeep con cannocchiale e macchina fotografica dall’alba al tramonto, dormendo di notte in un campo tenda senza acqua corrente, luce e i comfort della vita di città. Circondata dai signori del bush: i leoni. E da numerosi altri animali selvaggi. Cosa ha spinto questa zoologa in Africa? Per cosa si è battuta? E in cosa è impegnata oggi?
È opportuno fare qualche passo indietro.
Per chi non lo sapesse sua maestà il leone, è nella liste delle specie animali a gravissimo rischio di estinzione. Un rapporto di LionAid, rivela che nell’Africa Occidentale e centrale resterebbero allo stato selvatico solo 645 leoni, in declino rapidissimo. Un calo che si riflette, inevitabilmente, in tutto il continente, dove resterebbero circa 15.000 leoni selvatici. Sino a una quarantina di anni fa erano 200.000. Fate voi i conti… In 25 Paesi africani è già estinto e in altri 10 ci siamo quasi.
La causa è facile da immaginare. Negli ultimi 50 anni sono scomparsi circa i tre quarti degli habitat essenziali per i leoni, sostituiti da attività economiche legate al bestiame e al pascolo. Con conseguenti annosi conflitti tra il grande predatore e le comunità locali. Ma oggi gli effetti della caccia del maestoso felino sulle perdite effettive del bestiame non sono affatto significativi, in virtù del loro ormai ridottissimo numero. Incide, invece, un altro tipo di caccia. Quella sportiva che è appannaggio della specie umana. Ben più devastante. È la fonte principale di mortalità dei leoni africani, e la maggior parte dei macabri trofei appartiene a maschi adulti e sub-adulti – nel pieno delle forze, e non animali malati o anziani – con drammatiche conseguenze sulla riproduzione tra le popolazioni cacciate. Per ogni maschio ucciso, tre o quattro cuccioli muoiono. Il problema – va chiarito – è che quando all’interno del pride (il clan familiare) viene abbattuto il maschio dominante, ne subentra uno nuovo che uccide i piccoli per potersi immediatamente accoppiare con le leonesse del gruppo. Se la matematica non è un’opinione, l’emergenza è un dato di fatto.
Torniamo ad Alessandra. L’ho conosciuta e ho avuto il piacere di invitarla a tenere una conferenza dal titolo “Un giorno da Leoni”.
È stata l’occasione per conoscere il suo lavoro per il Tarangire Lion Project. E per conoscere la genesi della sua passione africana. Com’è cominciata? Alessandra racconta come certe casualità siano destino. L’estate del 1995 era stata programmata per un bel viaggio negli USA, ma… saltò. E fu così che la destinazione divenne Maun. Un viaggio in Botswana e Namibia che ha avuto il potere di stravolgere tutti i suoi piani di vita. Avvenne una notte, quando in piedi sul tetto della Jeep – per una scommessa – sentì vividissimi i suoni della savana e vide le sagome dei suoi selvaggi abitanti. Tantissima paura, ma fu proprio quella scarica di adrenalina che segnò la sua vocazione. “È qui che voglio stare” si disse. Così da biologa in camice bianco decide di diventare zoologa. Partì poco dopo per un’esperienza con una fondazione italiana in una zona costiera della Tanzania (Saadani), per poi diventare responsabile del Tarangire Lion Project con il compito di monitorare e censire i leoni nel Parco Nazionale del Tarangire.
Una vita scandita dal ritmo del giorno e della notte, lontana da centri abitati, bar, locali, asfalto. Il suo ufficio, per molti anni, è stata la savana. Un binocolo, un gps, una macchina fotografica e una jeep i suoi strumenti di lavoro. E poi via, in auto, a cercare leoni guidando per 12 ore tra zebre, antilopi, elefanti. In questo parco ha identificato e seguito oltre 300 leoni e ad alcuni ha applicato dei radiocollari per poterne seguire gli spostamenti anche al di fuori dei confini del Parco al seguito dei flussi migratori degli erbivori, e per comprendere come avvenga l’interazione tra gli stessi leoni e le comunità locali. La passione per questo maestoso animale Alessandra la spiega in relazione al fatto che si tratta dell’unico felino al mondo ad avere una struttura sociale complessa.
La sua ricerca , lontana dai sentieri turistici, è consistita nel cercare i leoni nelle zone più remote del Tarangire, anche se questo comporta non pochi imprevisti: gomme bucate, torrenti in piena da guadare, una carica di elefanti, farsi strada con il machete in una boscaglia fitta o spalare per un giorno intero la jeep impantanata nel fango per uscirne.
Il perché di questo lavoro lo si è capito. Censire e monitorare gli ultimi spettacolari esemplari che vivono in libertà prima che scompaiano sotto il fuoco incrociato dei bracconieri e di cacciatori in ‘vacanza’, con l’unico infausto scopo di depredare una terra la cui biodiversità è il patrimonio più grande e inestimabile del Pianeta. Ma in cosa consiste, esattamente? La caccia di Alessandra consiste nel mappare la presenza dei leoni fotografandoli e contandone i baffi… Questo è l’unico modo per distinguerli e per identificarli in modo inequivocabile. È come prendergli le impronte digitali. Ci si chiederà come riesca a farlo, visto che il gattone della Savana non è esattamente domestico. I baffi hanno una disposizione diversa in ogni singolo animale. Ci si avvicina sino a un paio di metri di distanza e si scattano foto. E per richiamarli si usa il lamento registrato di uno gnu morente, che viene diffuso da un amplificatore dalla jeep.
Vivere così vicini ad animali selvaggi ingenera qualche paura? Alessandra risponde: “no… magari all’inizio ti abitui a convivere con gli animali che durante la notte si aggirano nel tuo campo. Una volta un leopardo si è divertito a fare a brandelli la mia biancheria stesa… o qualche simpatico elefante si è servito della mia riserva di acqua succhiandola direttamente dalla tanica da 500 litri”. Ma c’è un suono che più di altri la impressiona nelle notti africane passate in una tenda: il ruggito del leone. Essenziale per la comunicazione vocale tra individui, il ruggito non segnala solo la territorialità agli intrusi, ma è anche un modo per consolidare i legami tra i membri dello stesso pride. Alessandra spesso è rimasta sveglia per capirne la provenienza, affascinata dall’idea che si potessero trovare a 6/7 chilometri di distanza. E a volte se li è ritrovati a girare nel campo, incuriositi e attratti anch’essi dalla sua acqua.
“Dal cielo immenso e vivido della savana… mi sento totalmente schiacciata, ma perfettamente in equilibrio con il silenzio della notte e con i suoni assordanti degli animali; con il caldo del fuoco e con il gelo dell’inverno africano, ma soprattutto con i miei pensieri, ogni volta più estesi e totalmente privi di contorni” dichiara in una delle tante interviste. È il mal d’Africa, quel senso di appartenenza che colpisce chi questa terra l’ha conosciuta, e che non ti lascerà mai più. Costringendoti a tornare. Non è un caso, quindi, che a distanza di tempo – pur avendo concluso il suo lavoro nel Tarangire da alcuni anni – abbia continuato a visitarla, coltivando la sua grande passione per la fotografia e la scrittura dei libri. Ha seguito nel frattempo un altro progetto – questa volta in Nepal – sulle tracce del rarissimo leopardo delle nevi. E oggi, con lo stesso entusiasmo e passione, sta raccogliendo fondi per lanciarsi in un nuovo progetto africano in Gabon dedicato alla salvaguardia dei gorilla.
La bellezza selvaggia dei paesaggi africani e il suo immenso tesoro di vita non potevano che paralizzare la bella Alessandra, costringendola a resettare le proprie coordinate geografiche. A noi non resta che invidiarne il privilegio e seguirne gli spostamenti. Guardando con i ‘suoi occhi’ quanto di bello – ancora per poco – resta di questo continente massacrato dal bracconaggio e dall’ingordigia dell’Occidente.



