di Emiliano Morozzi
C’era una volta un “lavoratore” che aveva ricevuto dalla propria “azienda” il compito di raggiungere una certa quota di produzione. Il lavoratore mise a punto un metodo innovativo per poter conseguire l’obiettivo e da solo (secondo la storiografia ufficiale, poi si scoprì che in realtà senza i propri compagni di squadra non sarebbe divenuto famoso) riuscì non solo a raggiungere la quota stabilità, ma la superò abbondantemente stabilendo un incredibile record. La sua “azienda” lo elesse ad esempio per gli altri, ed i record dei lavoratori produttivi come lui divennero le quote di prodotto che dovevano riuscire a sfornare tutti. Morale della favola: la dedizione totale del lavoratore alla causa dell’azienda unita a migliorie tecniche, portano ad un incremento notevole della produzione.
Una favola che potrebbe piacere a un Brunetta, ad un Marchionne, a un proprietario di una grande catena di supermercati, che grazie alle liberalizzazioni del governo Monti potrà tenere aperti i propri negozi 24 ore su 24: peccato che il protagonista sia nientemeno che un “Eroe dell’Unione Sovietica”, tale Aleksej Grigor’evic Stachanov e che la sua favola non abbia avuto un lieto fine. Se per la propaganda ufficiale del regime sovietico Stachanov era indicato come modello, per i compagni ben presto divenne il simbolo dello sfruttamento, dell’alienazione dell’uomo, costretto a ridurre la propria vita alla giornata lavorativa, sacrificando a questa tutto il resto. Un falso mito che, con diverse sfumature, sopravvive ancora oggi.
I “nipotini” di Stachanov adesso professano il dogma che la produttività sia legata all’aumento delle ore lavorative (diventando stacanovismo), e questo vale per tutti i settori: per l’industria, con le catene di montaggio Fiat che lavorano a ciclo continuo, senza soste, come per il commercio, dove le grandi catene commerciali potranno tenere i propri negozi aperti quando vogliono, costringendo i propri dipendenti a sacrificare ben più di una domenica al mese.
Un altro dogma che la crisi dovrebbe rimettere in discussione è quello del ripianamento del debito pubblico. Solitamente gli stati, per coprire il disavanzo, cercano di tagliare le spese (spesso sul sociale, mai sul militare), aumentano le tasse ed emettono titoli di stato a scadenza che poi dovranno essere ripagati con gli interessi, generando altro deficit. Questo sistema può funzionare (ma adesso mostra la corda anche lì) in Giappone, dove l’economia ha un tasso di crescita che permette di ripianare il debito e dove gli azionisti sono gli stessi cittadini nipponici, funziona molto meno in stati come l’Italia, la Grecia o la Spagna dove le speculazioni finanziarie spingono i tassi d’interesse dei titoli di stato verso l’alto, rendendo inefficace l’azione del governo.
Per finire, un terzo mito da sfatare è quello dell’austerità: una parola che rimane vuota di significato, se ad essa non si associano misure per garantire l’equità sociale dei sacrifici. In Italia il governo in carica ha promesso sacrifici uguali per tutti e poi la patrimoniale è andata in cavalleria, la tassa sul lusso è diventata quasi simbolica e il gettito fiscale mancante è stato compensato da aumenti indiscriminati di tasse, benzina e sigarette.
Come uscire dunque dalla crisi? La risposta forse non ce l’ha neppure chi ha studiato alla Bocconi, e il nostro compito non è quello di dare delle risposte, ma porre delle domande. Occorre rivedere seriamente le politiche del lavoro: sia perché la selva di contratti a tempo determinato ha tolto a molti la prospettiva del futuro, sia perché un più pesante orario di lavoro non equivale automaticamente a un incremento della produttività. Come facciamo a costruire un futuro se ogni sei mesi abbiamo il problema non indifferente di trovare un altro lavoro e se a 30 anni un lavoratore è già vecchio per questo sistema lavorativo? Come facciamo a sostenere ritmi di lavoro sempre più pesanti senza dover sacrificare molti altri aspetti della nostra vita? Come è possibile ripianare il debito pubblico senza emettere buoni del tesoro che a causa della speculazione finanziaria generano tassi d’interesse insostenibili? Forse la soluzione alla crisi è ancora lontana, ma cominciare a mettere in discussione certe credenze che ci stanno portando nel baratro potrebbe essere salutare.




Interessante la storia di Stachanov, non sapevo tra l’altro il perché si dicesse stacanovista per indicare uno che lavora tanto… certo è che non si risolvono i problemi lavorando a ritmi forsennati che creano solo alienazione e veleno, perché il lavoro – seppur importante – è solo un aspetto della vita.
“”Come facciamo a costruire un futuro se ogni sei mesi abbiamo il problema non indifferente di trovare un altro lavoro e se a 30 anni un lavoratore è già vecchio per questo sistema lavorativo?””
A 30 anni (io ne ho 38) così come 40 o 50 nessuno è vecchio,anzi si hanno più esperienze e quindi più maturità.Non si capisce perchè scrivete “già vecchio”.Inoltre,stando a quello che viene segnalato,casomai non è l’età che conta,ma la salute: ci può essere uno di 25 anni sempre malato perchè fragile ed uno di 50 che non ha mai nulla e quindi più produttivo,dipende,ma non certo dall’età.
Inoltre l’Europa a riguardo sulla legge delle pari opportunità ha segnalato che non deve esistere alcuno sbarramento per l’età,solo in casi di lavori eccezionali o particolari,quindi le domande di lavoro in italia con sbarramenti,sono illegali.Infine,come si può essere seri ascoltando politici che dicono che a 55 anni siamo giovani per la pensione e a 30 vecchi per il lavoro: questa è idiozia!