MOLIÈRE, TRA TEATRO E VITA

di Claudia Boddi

Il 15 gennaio 1622 nasceva a Parigi, Jean-Baptiste Poquelin, conosciuto al mondo con lo pseudonomino di Molière.

La sua infanzia, segnata dalla precoce scomparsa della madre, e poco dopo, da quella della seconda moglie del padre, fu un periodo di forti inquietudini, al quale può essere verosimilmente ricondotta la nascita di alcuni tratti della sua poetica teatrale.

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Cresciuto ad Halles, sviluppò un acuto senso critico osservando le peculiarità degli abitanti di quel quartiere e, dopo aver studiato in un prestigioso collegio di gesuiti, frequentato da nobili e ricchi borghesi, portò a termine l’iter scolastico, conseguendo il diploma di diritto a Orléans, dove cominciò a inserirsi nell’ambiente teatrale e dove conobbe anche Madeleine Béjart, la donna che diventò la sua compagna di vita. Pochi anni più tardi, i due dettero vita a  l’Illustre theatre, la prima compagnia di cui Molière fece parte e che debuttò a Rouen, mettendo in scena spettacoli di ogni tipo, dalle tragedie alle farse, prima di approdare nella capitale.

I primi anni di vita artistica del commediografo francese non furono brillanti: il pubblico, infatti, non rispondeva a dovere e gli insuccessi – come i debiti – si inanellavano uno dietro l’altro. Dopo alcuni mesi trascorsi in carcere per insolvenza, iniziò a sperimentare diversi generi teatrali, ma presto gli fu chiaro che la commedia era la sua massima aspirazione perché con essa riusciva ad esprimersi al meglio e a disegnare la psicologia dei personaggi attraverso effetti comici e dissacranti, soprattutto sulle bizzarrie tipiche della vita borghese e mondana dell’epoca.

Il 9 settembre 1668 esordì a Parigi con L’avaro, nel quale interpretava la parte del taccagno Arpagone. Giocata su una serie di buffi malintesi, la commedia mette in evidenza alcuni dei vizi più radicati nelle classi altolocate del tempo. Sui binari di due matrimoni programmati – quelli dei figli di Arpagone -, si snodano le vicende del valletto Valerio e del cameriere Freccia che si alternano sullo sfondo di una storia sagace e volutamente equivoca. Lo stile è inconfondibile: lontano dalle convenzioni sociali e proteso verso una realistica naturelezza, con buffonerie ed espliciti attacchi alla morale cattolica. A causa di questo atteggiamento irriverente, si attirò le ire di molti nobili francesi che non gradivano affatto di  riconoscersi nei personaggi che popolavano i suoi spettacoli.

Grazie alla verosomiglianza con la quale affrontava le tematiche più calde della vita quotidiana,  Molière può essere considerato uno dei precursori di quel rinnovamento teatrale che cominciò con Carlo Goldoni fino a compiersi completamente, molto tempo dopo, con Anton Cěchov.

Il 17 febbraio 1673 morì mentre era in scena con Le malade imaginaire (Il malato immaginario). Da qui nascono la superstizione francese e quella italiana di non indossare sul palco rispettivamente il verde e il viola, i colori che Molière indossava durante l’ultimo atto della sua esistenza. Fu sepolto a Saint-Eustache, per intercessione del re presso l’Arcivescovo, poiché  la Chiesa cattolica imponeva il divieto di inumazione per attori e commedianti; oggi la sua tomba si trova nel cimitero di  Père-Lachaise a Parigi accanto a quella di Jean La Fontaine. L’Accademia di Francia non lo aveva fatto assurgere all’olimpo degli immortali ma riparò nel 1774, dedicandogli una statua con la seguente iscrizione:

rien manque à sa gloire,  (nulla manca alla sua gloria,

il manquait à la notre        lui mancherà alla nostra)

2 Comments

  1. Giovanni Agnoloni 15/01/2012
  2. Marinette 15/01/2012

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