di Giovanni Agnoloni
Le cose del mondo, parafrasando il titolo di questa silloge poetica di Nadia Agustoni, non sono affatto elementari. E infatti siamo davanti a versi non semplici, e però – sorprendentemente – “facili”: facili nel senso nobile della parola, che si ricollega alla sua radice semantica, al verbo facere, e dunque alla materialità delle cose, intrise e frammiste di elementi immateriali, emozionali, spirituali.
Il mondo nelle cose (ed. LietoColle) è una raccolta in cui i versi si susseguono tra loro a volte con arditi salti linguistici, con raffinatissimi scarti sintattici che spiazzano il lettore, creando così quei varchi di percezione extra-razionale che sono il nucleo della poesia più autentica: quella che lavora dentro, che, come un diapason, suggerisce una chiave di accordatura, e così può dare il via a un percorso autonomo in chi ne fruisce.
Tuttavia, la realtà concreta è sempre il riferimento imprescindibile.
(…)
Ci credi la casa un mare
il diluvio dei muri, i minuti
il numero dei morti negli abiti stesi
nell’aria, ci pensi casse leggere
paese rimasto cortili
gente che crede al ciclope
ai mostri della televisione
(…)
(pag. 11)
C’è una misura mitica e archetipica in questo flusso di coscienza impregnato di vita, che ricorda l’Ulisse di Joyce, ma che ha qualcosa di più, in quanto, con il verso libero, entra in una sfera che spesso sfugge alla narrativa: quel territorio vibrazionale, di confine, parente della musica, dove la parola, spogliatasi di qualunque orpello, diventa araldo di un annuncio enigmatico e viscerale.
Eppure Nadia Agustoni alterna ai versi delle brevi prose, paragrafi essenziali che sono, per l’appunto, l’altra faccia della medaglia, il risvolto descrittivo, quasi la sottotitolatura esplicativa dei contenuti ermetici delle poesie propriamente dette.
Traslocava dall’arca alle nubi in terrazza, i piatti sporchi nella pioggia e quelle palazzine d’orizzonte in mezzo alla pianura ci vede il lontano degli aerei e il radicchio nel verde completo degli orti. (…)
(pag. 15)
Non che questo commento narrativo sia di facile lettura (e torno volutamente al significato più “banale” dell’aggettivo). Ma qui la facilità, intesa invece come l’immediatezza di significato legata alla concretezza delle immagini evocate, si leva di pochissimo al di sopra della nudità dell’emozione fatta parola, per diventare quel simulacro che spesso è la vita.
Ecco, possiamo dire che Nel mondo delle cose è una continua alternanza, un continuo dialogare tra l’anima materiale e quella “trasfigurata” della realtà. Tra il mondo in cui ci illudiamo di vivere e quello in cui viviamo, spesso senza accorgercene.



Caro Giovanni, per me è sempre una sorpresa leggere di come mi leggono, e di come appare quel mondo che porto verso gli altri, che strappo da questi posti di quassù, dove lo strappo è già avvenuto da tanto e le ferite sono aperte, profonde. Nel Mondo delle cose, Venerdì e Crusoe non sono salvati dalle cose, la proliferazione degli oggetti (sia del mondo di ieri che della modernità) non ferma il collasso identitario di Crusoe e la mancanza di mondo di Venerdì. Le cose, gli oggetti, che ci educano senza noi ce ne accorgiamo per dirla con Pasolini, qui tengono in superficie la vita o come scrivi tu quel ” continuo dialogare tra l’anima materiale e quella “trasfigurata” della realtà. Tra il mondo in cui ci illudiamo di vivere e quello in cui viviamo, spesso senza accorgercene.” Lì appare la crepa, il varco da cui uscire verso una ragionevole speranza. Credo che il finale aperto e un po’ misterioso del libro sia, nel rispetto del lettore, anche un lasciare che ognuno colori come vuole questa speranza. Grazie della tua lettura, su cui rifletterò e su cui tornerò. Qui lascio solo il segno affettuoso di un dialogo che certo continuerà.
Commento illuminante, Nadia. Questa tensione nella e verso la “crepa” è precisamente quella che motiva anche il mio scrivere, dunque sono totalmente in sintonia con te. E’ qui il segno di una speranza che non è utopia, ma costruzione a partire dal “qui”. Grazie per il tuo lavoro.
Tutto questo, intendo il lavoro sulle crepe, intorno e dentro le crepe, mi ricorda Grotowski. Il teatro a volte ha toccato i nervi vivi del tempo. Essere sulla pagina, oggi in particolare, solo con la propria voce, a volte apre una breccia.
Altro preziosissimo spunto, Nadia. Se la letteratura, come il teatro, non è Breccia, non è confine e squarcio sull’Oltre, serve a ben poco.