di Rodolfo Ceccarelli
“Il baobab, l’Africa e il destino”
Seduto davanti al mio vecchio pc mi chiedo come e cosa scrivere riguardo al manoscritto Il baobab e l’acqua fredda che Giacomo Paternò, un Amico, ha trasformato in libro vestendo i panni dell’editore super indipendente. Sono trascorsi quattro anni da quell’emozione e da allora sono accadute tante cose, compreso l’incontro a Lucca con Giovanni Agnoloni. Ed è proprio Giovanni che mi ha chiesto di buttare giù queste parole. Oddio, forse non intendeva esattamente quello che sto facendo: vabbè. Partiamo con ordine, cosa per me assai difficile, vero Corrado? Già, Corrado Marsan, il professore che mi ha portato a quell’incontro. Allora, non ricordo il giorno preciso, era la presentazione del libro di Giovanni Sentieri di notte all’Associazione “Cesare Viviani”.
È stato proprio durante quella benedetta conferenza che mi sono trovato al cospetto di un qualcosa che vibrava sulla mia sintonia e che mi ha portato ad accettare la sfida lanciatami da Giovanni, non solo con piacere, ma anche con un po’ di sincero timore, perché il foglio bianco è sempre frizzante come una camminata d’inverno in alta montagna, e io non ho mai scritto una sola riga riguardo ai miei racconti. Però sono un uomo fortunato, perché la vita mi ha obbligato a confrontarmi tante volte con il baratro, spesso quando avevo l’impressione che le cose stessero andando meglio. Quando prendi certe randellate devi cercare di fare pulizia, di allontanare le stupide bugie che si raccontano allo specchio. È difficile, perché vuol dire spogliarsi della corazza, quella pesante, quella verso l’interno.
Ho già detto che sono un uomo fortunato, vero? Insomma, non sono mai stato solo, perché con me, accanto a me, dentro di me ho sempre sentito l’unica vera energia: l’Amore. Ecco cosa mi ha concesso le seconde possibilità e che mi ha permesso di confrontarmi con le fondamenta, una su tutti la Bellezza. Parlo della Bellezza, quella lontana dai rotocalchi e dalla chirurgia, dal conto in banca e dalla carta d’identità. Ognuno, almeno per un istante, è stato sfiorato da tale Dea. Io ricordo il mio personalissimo culmine, gli odori, i colori, ogni singola vibrazione. Era un mese che non vedevo Donata, mia moglie, e Ilaria e Francesca, le nostre figlie: loro al mare, io a lavorare. Avevano rispettivamente ventotto, sette e due anni. Scesi dall’aereo ancora lontano dalla consapevolezza di essere in vacanza. Alzai gli occhi e loro erano lì: Bellezza alla stato puro. Amore. E quando si parla di Amore, che può essere solo incondizionato, la Bellezza è così intima, così esclusiva da essere universale. E veniva da dentro.
Ecco perché mi sono sentito costretto a scrivere di Bellezza, partendo dalla bellezza, che troppo spesso è niente. Anzi, che può rovinarti la vita. Il baobab e l’acqua fredda parte da Firenze e da tre prostitute senegalesi, e la più bella maledice chi l’ha fatta così. Poco distante, in un ristorante del centro, una compagnia eterogenea vive la decadenza dei nostri tempi. Le due galassie entreranno in collisione e Filippo, l’ultimo a lasciare la combriccola del ristorante, cercherà di salvare la bella senegalese da un tentativo di suicidio, lanciandosi nelle acque dell’Arno.
Tornando alla macchina Filippo scorge una grande borsa: l’apre e dentro c’è un neonato, un bambino di colore. Ed è per cercare di capire l’impossibile che Filippo, suo malgrado, andrà incontro a una seconda possibilità, che lo porterà in Senegal, dove ad attenderlo c’è il Destino.
È una storia di centotrenta pagine, senza un eroe, diretta, veloce, come sento la vita. L’obiettivo che mi sono posto con questo manoscritto è di arrivare dentro al lettore, partendo da una scrittura semplice. Detto in breve, ho cercato di costruire una trappola! Non so se ci sono riuscito, ma queste erano le mie intenzioni. Non a caso mia mamma spesso mi dice “Figlio di buona donna”. Detto da lei …
Cerco di scherzare perché questo libro mi ha cambiato la vita. No, non intendo il successo: ne sono state vendute 897 copie. Il personaggio femminile più importante, anzi la coprotagonista, si chiama Sheila. Mentre scrivevo me la immaginavo in un certo modo, con un certo aspetto, con un portamento tutto suo e uno sguardo da brividi. Ho regalato una copia del libro a Renata Mucci, una meravigliosa bresciana e splendida scrittrice. Lei lo ha prestato a una giovane amica, che sorpresa dalla storia mi ha chiesto di incontrarla. E quando l’ho vista sono rimasto senza parole: era Sheila! Esattamente come l’avevo immaginata. Sono stati tre mesi che non dimenticherò.
Poi un’altra amica mi ha presentato un personaggio molto particolare, tale Luca Bregant, fisioterapista e osteopata, che dedicava molto del suo tempo ad una missione in Tanzania, esattamente ad Ilula. Vista la mia evidente e persistente crisi economica, come spesso mi ricorda il buon direttore di banca, gli ho regalato le mie ultime trenta copie del libro e lui ha accettato con piacere, obbligandomi ad andare a dire due parole a una serata dedicata proprio a quella missione e al loro lavoro di volontariato puro, nel senso che si pagano anche il biglietto aereo.
Insomma, sono tre anni che partecipo attivamente a tale attività, che mi ha già portato tre volte in Tanzania, l’ultima delle quali a novembre, per l’allestimento del nuovo reparto neonatale, con sala parto, sala travaglio, sala degenza e impianto fotovoltaico. Il nostro gruppo si chiama Furaha, che in swahili vuol dire “gioia”: andate a visitare il nostro sito www.furaha.it. C’è lavoro per tutti! Bè, volevo scrivere due parole: scusate. Grazie. Ah, dimenticavo: dopo la separazione del 2000 e il conseguente divorzio, mia moglie ed io siamo tornati insieme nel 2010. E adesso so che questo era ed è il mio percorso. Ve lo dicevo che sono un uomo fortunato, no?



