di Giorgio Galli
“Guerra e politica”
(Prosegue la riflessione poetico-sociale di Giorgio Galli sulla disillusione della generazione che è stata giovane negli anni Novanta)
Ricordo quando scoppiò la guerra in Iraq. Sapevamo che ci sarebbe stata. Ma coltivammo in molti l’illusione che qualcosa all’ultimo minuto potesse cambiare le agende. Non avvenne. Il lancio delle prime bombe ci colse impreparati come l’infarto che stronca la vita di un genitore, senza lasciarti nemmeno il tempo di salutarlo. Pochi capirono davvero che cosa ci stava succedendo intorno. I discorsi vertevano sempre sugli stessi temi: l’America sì, l’America no, il terrorismo se esiste o no, Bin Laden se era ancora vivo oppure no…
Molti dei miei coetanei erano totalmente favorevoli alla guerra, amavano Bush come avevano amato Berlusconi. Non c’è da stupirsi: la mia è una generazione reazionaria. Non avendo ricevuto un’educazione civica, molti si sono accontentati di quei valori gretti e tradizionalissimi che serpeggiano nella spazzatura di ogni famiglia: il razzismo, un’adesione di facciata a un cristianesimo non di carità… Non capivo come mai alcuni ragazzi si dicessero di destra o di sinistra se poi i loro discorsi non corrispondevano all’etichetta che si erano dati. Poi mi sono reso conto che, in questo Paese, l’educazione civica latita a tal punto che uno può credere di appartenere a un’ideologia solo perché è quella della sua famiglia o dei suoi amici di famiglia, mentre magari il suo vero pensiero punta in altra direzione.
Quando scoppiò la guerra, le reazioni dei più furono di sgomento o di entusiasmo, seconda che erano favorevoli o contrari. Ma erano reazioni di pancia. Nessuno allora ebbe la lucidità di pensare che non solo si stava contrapponendo a un fondamentalismo un altro fondamentalismo che agiva con le sue stesse armi – cioè con la morte – e che questo avrebbe incrinato per sempre il modo di vivere e di concepire le nostre democrazie; ma nessuno pensò che quello che si stava compiendo, oltre che un crimine, era un errore politico. Un errore politico è peggio di un crimine, perché mette in moto e sdogana una catena di crimini da cui poi è difficile uscire.
Vivemmo quel momento con sgomento. E, come al solito, lo vivemmo nell’incomunicabilità. Io vidi il telegiornale e poi andai a prendere i panni nella lavanderia comune della residenza universitaria. Incontrai un’amica. Ci sedemmo su una gradinata. Volevamo parlare. Ma restammo in silenzio.
Da dove scrivo
Scriverei dalla riva del mare
con le coperte distese sulla sabbia
le camicie sparpagliate
forse una luce e una tavola di legno
per appoggiare i fogli
e una pinza, magari, per fermarli
quando il vento si alza e viene sera.
Scriverei dal giardino chiassoso
davanti agli Istituti Biologici
fra gli studenti che passano, in un bagno di sole:
là c’è un tavolo di noce a cui mi siedo
e scrivo le mie lettere, fino a quando una voce
argentina mi chiama: “Ciao Giorgio!”
Da su ai palazzi con lo sguardo mi proteggono
le porte delle case dei miei amici.
Ma son qui e scrivo una breve poesia
da questi libri sfogliati senza voglia
da questo letto da riordinare
da questa giacca nuova di velluto
da queste foto dell’anno scorso messe a caso
sulla scrivania.
Dalle strade qui sotto i frastuoni di una festa
molto lontano una guerra che inizia.
Anche la notte si è messa in attesa,
limpida come un torrente
e come il mare profonda.
Torna dalla notte la mia amica Lida
con il secchio dei panni lavati:
appare dietro i vetri di una porta
anche lei si domanda
cosa dobbiamo pensare.



