L’ARTICOLO 49 DELLA COSTITUZIONE E UNA LEGGE SUI PARTITI

di Matteo Boldrini

Ha fatto molto discutere in questi giorni la proposta di legge avanzata dai senatori del Partito Democratico, Anna Finocchiaro e Luigi Zanda, che mira a disciplinare la normativa sui partiti politici, sulla loro organizzazione e sul loro finanziamento.

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Anna Finocchiaro e Luigi Zanda – buccinasco.cittaideale.cerca.com

Questo ddl ha suscitato vive polemiche perché è stato letto come un tentativo di arginare la forza del Movimento 5 Stelle, forza che si è palesata nel corso delle ultime elezioni, ed è sembrato un evidente tentativo di escludere dalla competizione questo avversario che, in quanto privo di organizzazione interna, ne sarebbe il principale bersaglio (anche se non il solo). Tuttavia non si deve dimenticare che le organizzazioni politiche italiane sono prive di qualsiasi forma di normativa, sono riconosciute come semplici associazioni di diritto privato in grado di darsi qualunque forma o struttura, quando chiaramente svolgono funzioni di tipo pubblico. L’unico paletto istituzionale che riusciamo a trovare è quello dell’articolo 49 della Costituzione, un paletto molto debole e debolmente attuato in quanto stabilisce l’unico limite nel “metodo democratico” con cui i partiti devono concorrere a determinare la politica nazionale, limite che può essere inteso sia rivolto verso l’esterno sia riguardo all’organizzazione interna. Questo articolo è figlio di un’epoca in cui i partiti erano i veri signori della scena politica, erano forti, presenti nella società e anche molto ideologizzati. È normale che volessero come disciplina delle proprie organizzazioni la più semplice possibile. Non mancavano comunque gli scandali finanziari e i “lati oscuri” dei partiti ma un sistema così stabile e strutturato in parte funzionava ugualmente, come garanzia verso inefficienze e possibili abusi da parte dei partiti.

Ora invece, con la frammentazione e la fluidità che caratterizzano l’attuale fase politica, è necessaria una normativa che disciplini la materia. Senza dubbio il disegno di legge attualmente presentato può essere letto come un attacco contro i grillini che comunque, per quanto possano negarlo, finché si presenteranno alle elezioni e prenderanno decisioni di indirizzo politico, resteranno un partito come tutti gli altri, anche se privo di struttura. La legge è criticabile in molte sue parti, ad esempio per il tempismo con cui è stata proposta, contemporaneamente tratta però alcune tematiche molto interessanti come la struttura interna, lo statuto, la disciplina del finanziamento. Senza voler discutere punto per punto il ddl, peraltro estremamente semplice e di facile reperibilità, è necessario che venga aperta una discussione sui principi di trasparenza e chiarezza che la animano, e che farebbero di una legge sui partiti uno strumento di garanzia dei cittadini verso i partiti stessi.

La prima garanzia si avrebbe ovviamente verso il finanziamento sia pubblico che privato. In passato molti scandali sul finanziamento ai partiti sono stati causati non tanto dall’enorme ammontare di denaro che essi maneggiavano, ma dalla poca trasparenza che si è avuta in questi passaggi. Una norma che obblighi i partiti a rendere pubblici i propri bilanci e a farli certificare da società esterne renderebbe l’erogazione dei rimborsi molto più limpida, porterebbe inoltre chiarezza non solo sul finanziamento pubblico, ma anche su quello privato, evidenziando chi, come e quanto finanzia i partiti politici. Altro pilastro di garanzia è verso gli stessi iscritti. Questi, i simpatizzanti, i militanti e gli eletti, sono diversi dagli aderenti di una normale associazione in quanto concorrono, in tutto o in parte, a determinare l’indirizzo politico del partito. Essi quindi da una parte devono poter partecipare secondo regole pubbliche e definite, conoscendo come verranno prese le decisioni, i luoghi deputati a prenderle, le sanzioni che gli possono essere comminate e se ci sono o no istituti che garantiscono o meno il pluralismo interno. Inoltre la pubblicità di uno statuto sarebbe la garanzia che esistono norme e procedure definite, le quali non possono venire modificate dal leader e dalla classe dirigente in base a quello che essa ritiene conveniente.

Per concludere, una legge che disciplini i partiti non solo sarebbe del tutto legittima in quanto andrebbe a toccare dei soggetti che sono si libere associazioni di cittadini, ma anche importanti perni del sistema istituzionale, ma diviene addirittura necessaria per poter garantire davanti alla popolazione la trasparenza delle operazioni finanziarie e del finanziamento, e come potere di controllo degli stessi iscritti e dell’elettorato sui leader e sui parlamentari eletti. Purtroppo la necessità di questa legge non è mai stata sentita come pressante dalla classe politica, e la presenza di Grillo all’interno dello scenario politico rende impossibile e politicamente sconveniente portare avanti questa proposta, lasciando tutta la materia nell’opacità e nell’indeterminatezza più assoluta. Purtroppo è una caratteristica della politica italiana, e ripenso alla legge sul conflitto d’interesse, cercare di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

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